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Roberto Da Crema: “L’asma? Tutto vero. Pannella voleva candidarmi. Mi hanno cercato per l’Isola, ma non voglio”

Lo storico ‘Baffo’ si racconta a Fanpage.it: “Non immaginavo che un difetto sarebbe diventato il mio tratto distintivo”. L’arresto nel 2003: “Non si è mai visto uno accusato di bancarotta fraudolenta fare appena sei giorni di carcere”. Il rilancio a La Fattoria: “Mi cacciarono per bestemmia, credevo di essere fuori onda. Avrei potuto vincere, ero il più gradito dal pubblico”.
A cura di Massimo Falcioni
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Baffoni nerissimi ed un respiro affannato che ne hanno decretato la riconoscibilità eterna. Basterebbero questi due dettagli per descrivere Roberto Da Crema, re assoluto delle televendite che, a partire dagli anni ottanta, permisero al suo volto di sfondare i confini delle tv locali, diventando una figura nazional-popolare.

Se sulla Rai trovavi Baudo o la Carrà e sulla Fininvest Corrado o Mike, bastava spostarsi su qualche emittente regionale per imbattersi nel suo faccione, accompagnato da una foga utile a riderci su e, inevitabilmente, ad ascoltare quello che aveva da dire.

Cresciuto a Pioltello, a pochissimi chilometri da Milano, la vivacità di Roberto prese piede già in tenera età: “Ero un monello – confida in un'intervista a Fanpage.it – in estate i miei, che dovevano lavorare, facevano il giro dei parenti per trovare qualcuno che potesse badare a me. Non mi voleva nessuno. L’unica disponibile era la zia Giovannina”.

I genitori, originari dell’Oltrepò Pavese, arrivarono nel capoluogo lombardo per cercare fortuna come venditori ambulanti: “Mia madre esponeva abiti al mercato, mentre mio padre commerciava i detersivi. Faceva il giro delle drogherie e smerciava l’Omino Bianco”.

La passione per il settore scoccò proprio in quel periodo: “Papà amava la compagnia e mi chiedeva di stargli accanto sul camioncino. Io accettavo, a patto che mi comprasse una fetta d’anguria. Vicino a lui imparai tantissimo. Mi misi a seguirlo e dal droghiere cominciai ad entrarci pure io”.

I primi baratti avvennero con i giornaletti: “Cedevo le mie vecchie riviste per averne di nuove. Così come le biglie. Ero diventato quello simpatico a cui tutti si rivolgevano”.

Fino a quando iniziò a fare sul serio.

Lessi un annuncio sul giornale: ‘Multinazionale offre grande possibilità di carriera’. Mi presentai, feci il colloquio a Monza e venni ingaggiato dall’Electrolux. Ci caricarono col pulmino e mi aspettavo che ci portassero in negozio. Scoprii, al contrario, che l’occupazione riguardava la vendita porta a porta. Mi mollarono a Cernusco sul Naviglio, davanti a dei grossi palazzoni: ‘Questi saranno i tuoi clienti. Suoni, ti presenti e proponi il materiale’.

Resistette dieci anni.

Esattamente, a differenza di molta altra gente che scappò dopo 4-5 mesi. Vendevo aspirapolveri, ci sapevo fare. Poi purtroppo negli Anni di Piombo il clima peggiorò, le persone aprivano sempre meno volentieri le porte di casa e andammo in crisi.

Come ne uscì?

Un amico possedeva una vecchia roulotte. La presi, gli aprii il portellone davanti e lo svuotai, facendolo diventare un mezzo espositivo col quale mi presentai alle varie feste e fiere. Quando le orchestre non suonavano ne approfittavo per presentarmi ed offrire un caffè alle persone. Entravo in confidenza, spiegavo che ero un venditore e mi segnavo i loro indirizzi, così da recarmi da loro nei giorni seguenti. Fu la soluzione per potermi fare aprire senza dovermi identificare al citofono. Moltiplicai le vendite e l’azienda stentò a crederci.

Di lì a poco sbarcò nei centri commerciali.

Mi piazzai nei corridoi e quando gli avventori passavano li attiravo. C’era più traffico lì che all’interno dei singoli negozi. Vendevo una pedana idromassaggio e riuscii a conquistare una signora che, scoprii successivamente, era la moglie del direttore di Telecolor Cremona. Me la pagò 530 mila lire e il giorno dopo il marito venne a cercarmi: ‘È lei che ha venduto ‘sta roba a mia moglie? Noi a casa abbiamo la Jacuzzi!’ Non se ne capacitava e mi offrì la possibilità di andare a fare le televendite nella sua emittente.

Partì tutto così.

Lo studio era un buco, con una lampada sul soffitto e un’unica telecamera che dovevo attivare personalmente. Nonostante tutto, spaccai. Vendetti diciotto idromassaggi in un quarto d’ora, usando un escamotage.

Ossia?

Diedi il numero del telefono a gettoni del supermercato. Sapevo che la registrazione veniva trasmessa alle 14 e mi facevo trovare là per rispondere. Quando il proprietario della tv mi domandò come fosse andata gli fornii una cifra al ribasso rispetto a quella reale. In questa maniera, quando mi propose un contratto, io rilanciai proponendo di acquisire lo spazio pubblicitario di un’ora al giorno. Mi stavo autoproducendo, la mia azienda ero io.

Il brand del ‘Baffo’ si allargò a macchia d’olio.

Comprai spazi in altre tv locali. Ero ovunque, superai le cento reti in Italia. Dall’Emilia Romagna alla Sardegna, passando per la Sicilia, la Puglia, la Liguria e il Lazio. Le coprii tutte. Finiti gli idromassaggi fu la volta degli orologi, dei forni. Ero diventato ufficialmente un personaggio e la mia immagine sorpassò il discorso commerciale.

Come selezionava i prodotti?

Sceglievo robe che mi piacevano, anche all’estero. Le prendevo al valore 1 e le rivendevo a 3. Ti faccio un esempio: mi accordai con la Philips per la réclame di cinque prodotti e il quinto era un coltello elettrico per il pane che nessuno si filava e che non aveva praticamente mercato. Dandolo in omaggio all’interno del pacchetto sembrò invece un acquisto vantaggioso. Ne vendetti a migliaia, tanto che quando tornai dalla Philips per ottenerne altri mi risposero che in magazzino non ne avevano. Rimasero scioccati, non capivano come fossi riuscito a sbarazzarmene.

Gli orologi ‘Watch’ furono un’altra trovata geniale.

Scimmiottavo gli Swatch, che andavano di moda in quegli anni. Vendetti 1 milione e 700 mila pezzi e l’azienda cinese che li commercializzava si mobilitò.

Erano delle ciofeche?

Ne smerciavo sei a 100 mila lire. Poteva succedere che ne capitasse uno rotto, ma la qualità era buona, erano orologi normali, a pile. Non ho mai venduto materiale di pessima qualità, anche perché la gente non mi avrebbe perdonato.

Approdò nelle reti di Silvio Berlusconi con “L’angolo di Roberto”.

Vendevo più di Mike Bongiorno, ma non doveva saperlo sennò sarebbe stato un disastro. Sono tuttora amico di Fedele Confalonieri, ci siamo visti l’ultima volta dieci giorni fa. Mi è rimasta impressa una sua frase: ‘Roberto, se ci fossimo conosciuti prima ti saresti seduto sempre al nostro tavolo’. Ha ammesso di non aver mai conosciuto una persona che abbinasse come me il lato commerciale e quello artistico. Berlusconi fu bravo a sfruttare la mia faccia. Con lui guadagnai tanto e qualche casa me la comprai. Ma a volte arrivai a pelo…

In che senso?

Giocavo d’azzardo e persi delle grosse somme. Ma è una storia appartenente al passato. Ora non giocherei nemmeno se mi puntassero una pistola alla tempia.

Quanto c’era di caricato ed ostentato in quello stile ansiogeno?

È sempre stato tutto vero. Volevo dire mille cose e prendevo un respiro profondo. Non immaginavo che una imperfezione sarebbe diventata il mio tratto distintivo.

Il microfono attaccato alla gola però fu uno stratagemma.

Fu un’idea di Renato Calderola. Un giorno esclamò: ‘Se hai un difetto, che si senta!

Dei pugni sbattuti sul tavolo, invece, che mi dice?

Erano gesti che facevo al mercato. Le prime volte che picchiai pugni sul tavolo i cameraman risero e mi presero per il culo. Ma, dopo un anno, da coglione divenni mito. La verità è che nelle televendite devi piacere a chi ti guarda e devi far sì che la gente spenda. Devi essere simpatico, vincente, credibile. Se le persone non acquistano, tu non esisti.

La corteggiò persino la politica.

Un giorno Sgarbi mi passò Pannella al telefono. Mi invitò a candidarmi con i Radicali. Risposi elegantemente di no. Lui però insistette: ‘Non siamo un partito, facciamo battaglie sociali e tu rappresenti il nazional-popolare’. La cosa proseguì per 2-3 giorni, poi capì.

Nel 2003 si spensero le luci con l’accusa di bancarotta fraudolenta e l’arresto.

Fu un casino. Contavo 60 mila spedizioni al mese con Poste Italiane, ma si verificò un buco informatico. Io, che ero già al limite, non riuscii più a pagare. Non avevo più merce, né entrate. Passai 23 giorni senza incassare un euro.

Trascorse sei giorni in cella.

Non si è mai visto uno accusato di bancarotta fraudolenta fare appena sei giorni di carcere. Mi salvai perché ero andato alle Poste a protestare, documentando come incassassero i vaglia delle consegne. Pagai comunque una multa fiscale di 650 mila euro.

Si rilanciò partecipando nel 2004 alla prima edizione de “La Fattoria”.

Fui felice, perché capii che il pubblico non si era dimenticato di me. Si può sbagliare nella vita, ma se semini bene poi raccogli i frutti.

Bestemmiò e fu squalificato.

Ero convinto di non essere in onda. Mi infuriai perché avevano costretto Daniel Ducruet a fare una lotta, nonostante fosse reduce da un infortunio. A segnalare la mia bestemmia fu Alba Parietti, che aveva il figlio in gara. A distanza di tempo si scusò con me. Il vero rammarico fu apprendere che ero il più gradito dal pubblico. Avrei potuto vincere.

Il Codacons annunciò una denuncia, appellandosi all’articolo 724 del codice penale.

Mai ricevuto nulla da parte del Codacons e la stessa Mediaset mi riaprì le porte richiamandomi come opinionista nelle puntate restanti del programma.

Quasi contemporaneamente divenne presenza fissa a “Libero” e Mammucari le rifilò uno scherzo atroce.

Ti riferisci al finto malore della signora (ride, ndr)! Avrei dovuto consegnare dei fiori ad un’anziana urlando il suo nome, ma questa appena mi vide finse di collassare. In realtà era un’attrice di teatro bravissima e credetti davvero che stesse morendo. Quando si presentò l’ambulanza pensai: ‘Stavolta finisco in galera e non esco più’.

Italia 1 la riconvocò per “Cronache Marziane”. Qui ricevette gli elogi di Francesco Cossiga.

Una sera era ospite l’ex Presidente. Venne accompagnato dalla sua scorta e noi del cast ci mettemmo in fila per salutarlo e stringergli la mano. Quando toccò a me ci abbracciammo. ‘La stimo molto’, mi disse. In molti mi chiesero se lo conoscessi, risposi di no, non ci eravamo mai incontrati prima. La spiegazione fu semplice: mi aveva visto per anni su un’emittente sarda.

A “Lucignolo” riuscì ad intercettare George Clooney.

Era arrivato in Italia e Mario Giordano mi disse che mi avrebbe raddoppiato il cachet se fossi riuscito a beccarlo. Mi fermai davanti a casa sua, a Laglio, e trovai una schiera di fotografi e operatori nascosti dietro le siepi. Feci la cosa più naturale del mondo: suonai il campanello. Il cameriere mi aprì e portai a casa l’intervista. Clooney mi regalò una rosa e le immagini fecero il giro del mondo.

Oggi cosa fa?

Gestisco coi miei figli dei magazzini Pubblistore a Milano e quando posso mi godo la mia piccola casa al mare a Lampedusa. Dopo quarantadue anni di tv mi sono preso un momento di relax. Sai, una maga anni fa mi lesse le carte: ‘Avrà tre vite, due ne ha già vissute, per la terza se ne accorgerà’. La prima è stata dominata dalle televendite, la seconda dall’apertura dei magazzini e la terza la lego ai social. È un mondo che odiavo, ma mi hanno convinto ad aprire un profilo su Tik Tok e le mie storie hanno totalizzato migliaia di visualizzazioni. Un successo inaspettato, ero convinto di avere tutt’altro pubblico.

E la tv?

Un mesetto fa mi hanno contattato per ‘L’Isola dei Famosi’, ma non la voglio fare. Non ho molta voglia.

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