Filippo Caccamo: “Garlasco è diventato spettacolo. Colpa dell’algoritmo, non del pubblico”

Filippo Caccamo è uno di quegli artisti che sembrano sempre un passo avanti rispetto alla casella in cui tutti provano a metterli. Ex insegnante di scuola media, laureato in Storia e Critica dell'Arte, creatore di contenuti con oltre due milioni di follower, mattatore teatrale con quattro tour alle spalle e sold out in tutta Italia: eppure, a sentirlo parlare, la sensazione è che lui stia ancora cercando la parola giusta per definire quello che fa. "La pura comicità l'ho sempre provata a legare al racconto del mondo scolastico", dice. "Ma il semplice racconto di quanto accade dietro la famosa aula insegnanti mi stava un po' stretto".
In questo periodo Caccamo è impegnatissimo. È tra i protagonisti di Zelig On su Italia 1, con Paolo Ruffini, ed è in tour con il suo spettacolo Fuori di tela. E lo abbiamo raggiunto telefonicamente proprio mentre era in viaggio verso Piacenza per uno spettacolo. Il comico lodigiano non si tira indietro, risponde alle nostre domande con grande curiosità, anche quando tocchiamo argomenti attualissimi, come la morbosità dei talk sul caso Garlasco: "Non è colpa del pubblico, ma dell'algoritmo" e qualche confessione sull'intelligenza artificiale: "La uso per chiedergli se il male allo sterno è un infarto oppure no".

Zelig On, Fuori di tela, LOL Talent Show: in un anno hai aumentato esponenzialmente la tua visibilità. Come la stai vivendo?
In questo momento sono in una lavatrice di cose belle, e quello che più mi rende sereno è che sono tutte cose legate al mondo della scuola. La libertà che ho avuto di portare a teatro prima, e in televisione poi, i miei pezzi è quella di poter rimanere sul solco scolastico. E questo mi ha fatto molto piacere.
Il tuo personaggio non esce mai da questa cornice. Eppure parti in maniera anomala: sei quasi un divulgatore oltre che un comico. Come definiresti quello che fai?
Sto cercando ancora la giusta definizione. La pura comicità, che è la cosa che più mi affascina in assoluto, ho sempre provato a legarla al racconto del mondo scolastico. È chiaro che però il semplice racconto di quanto accade dietro la famosa aula insegnanti mi stava un po' stretto. Quindi unire le due cose, la comicità e la necessità di un racconto, è stata la sfida dei primissimi anni, quella che più mi attraeva. E la risposta del pubblico all'affetto di entrambi i lati, ora quello comico, ora quello divulgativo, è quello che mi ha sempre motivato. Parlare di un tema come la situazione degli insegnanti, ma farlo con ironia, ci fa sentire tutti parte del meccanismo del mal comune mezzo gaudio: c'è quella cosa del "Ah, ok, succede anche a lui". Quella cosa lì mi aiuta molto, mi fa sempre tanto piacere.
Il teatro resta il cuore di tutto?
La parte teatrale è forse quella che preferisco. La risposta del pubblico è fortunatamente sempre meravigliosa. Ho la grandissima fortuna di incrociare dei bei sold out in tutta Italia, e questo mi rende molto orgoglioso. La cosa che mi piace di più è proprio il rapporto con gli insegnanti, e vedere che in tutta Italia le problematiche su cui ridere sono le stesse. Vedere i genitori che sono i primi a venire durante le foto a dirti "Mamma mia, quante ne passate per colpa nostra". Vedere gli studenti, i primi fan da TikTok, che convincono i genitori a venire a teatro. Le risposte alle domande che un artista si fa, nel mio caso, le trovo a teatro. È in assoluto il luogo che fa da cartina tornasole a tutte le mie domande artistiche.
Nei mesi scorsi si è parlato molto di Vincenzo Schettini, dello stare in bilico tra la cattedra e la popolarità. Cosa ne pensi?
Lo conosco poco di persona, ci siamo incontrati una volta. Quello che posso dirti, restando sul conflitto tra le passioni piuttosto che sulla situazione specifica in cui si è trovato lui, è che bisogna sempre essere bravi a dividere le cose, considerarle davvero due attività separate, anche se il pubblico è alla fine lo stesso: genitori, alunni, insegnanti. Io credo che la cosa su cui dobbiamo puntare noi che siamo degli ibridi tra una professione e l'altra sia proprio la capacità di vivere a compartimenti stagni quello che ti sta accadendo. Io non insegno più dal 2022, ho questa come unica attività, e quindi per chi ha entrambe bisogna essere davvero bravi a non mischiare l'una con l'altra. Anche se è inevitabile: se parli di scuola e insegni è inevitabile che ora il pubblico, ora gli argomenti si vadano a intersecare e si rischi di fare confusione. Puoi citare anche gli psicoterapeuti che fanno divulgazione social sulle materie che poi trattano in studio, o il professore universitario che la sera era in tv e la mattina dopo giudicava gli alunni su quello che aveva divulgato il giorno prima. Da quando ho abbandonato la cattedra a giugno 2022 per dedicarmi a dire cazzate in giro – e questo è un lavoro, sono un lavoratore autonomo e ne vado molto orgoglioso – questa separazione mi aiuta e non poco.
Veniamo all'attualità. Il caso Garlasco: non ti chiedo del caso in sé, ma di questo meccanismo per cui la cronaca nera è diventata il nuovo gossip. Tutto serializzabile, podcastizzabile, da prime time.
Questa è una domanda molto interessante, perché io la leggo in effetti come la spettacolarizzazione di tutto. Il processo di Garlasco, come tanti altri casi, come tutti questi podcast crime, la considero una "colpa" del mondo social, nel senso che è l'algoritmo che comanda. I tentativi di parlare di qualcosa di macabro, di gossiparo, hanno fatto funzionare l'algoritmo. La legge del mercato ci porta quindi a dire: "Vado dove l'algoritmo mi premia, anche se l'argomento non è eticamente da cavalcare, anche se preferirei fare una view in meno parlando di una cosa bella anziché di una cosa brutta che fa clickbait". E purtroppo si sta andando in quella direzione.
E i podcast crime nello specifico?
Ti dirò di più: sono molto d'accordo – cosa che non pensavo avrei mai detto nella mia vita – con Fedez, quando dice che i podcast saranno la nuova informazione. La considero una frase molto vera, perché non è un clickbait da un minuto, da un titolo di giornale, da un click e via. Il podcast è qualcosa di un'ora, un'ora e quaranta, che ti obbliga a sederti e, senza imposizioni dettate dalla rete o dal direttore editoriale, puoi sviluppare. Il titolo del podcast può anche essere Ed ecco il vero colpevole, però poi non mi limito al titolo, ti regalo almeno cinquanta minuti di approfondimento sul caso.
Ultima domanda: intelligenza artificiale. La usi nel lavoro?
Io arrivo da mia sorella ogni tanto dicendole "Senti che canzone pazzesca che ho scoperto" ed è uscita tre anni fa. Mi vesto in un modo tutto gasato che magari andava cinque anni fa. Sto scoprendo ora ChatGPT e so che è già stata superata da almeno tre piattaforme diverse. Io ho un problema reale con la tecnologia. La uso come un boomer, sono il boomer per definizione. Quindi la uso per chiedere se ho male allo sterno se è un infarto. La uso come un motore di ricerca avanzato, sostanzialmente. E se c'è qualcosa di bello nella tecnologia, io lo scoprirò quando non è più utile.