Gabriele Vagnato: “Sal Da Vinci sta giocando la sua Champions League. E se Zia Mara chiama, arrivo correndo”

Gabriele Vagnato non è un conduttore nel senso classico del termine. Non cerca il centro della scena, non accumula ospiti, non insegue la battuta ad effetto. Fa qualcosa di più difficile: si avvicina alle persone, le guarda da dentro per un giorno intero, e poi sparisce dietro la telecamera lasciando che siano loro a riempire il frame. Lo fa con Giorno di Prova, il suo format su YouTube che nel tempo è diventato un punto di riferimento per chi vuole capire come funziona davvero il racconto delle persone — non quello costruito per i comunicati stampa, ma quello che emerge quando la maschera cade.
A Fanpage.it lo abbiamo incontrato mentre l'Italia tiene gli occhi puntati su Vienna, dove Sal Da Vinci si gioca la sua partita all'Eurovision. E Vagnato, che a Vienna c'è stato, proprio accanto a Sal, ha le idee chiare: "Dovremmo fare il tifo per lui, invece siamo ancora qui a discutere se la bandiera è abbastanza italiana". Nel mezzo, c'è spazio anche per Fiorello: "Il mio papà artistico", per The Floor, per Playlist, e per un messaggio abbastanza esplicito a Mara Venier: "Se chiama, arrivo correndo".
Gabriele, sei stato accanto a Sal Da Vinci a Vienna fino a poche ore fa. Qual è la sensazione che si respira?
Io credo che Sal Da Vinci sia un grandissimo professionista e che si stia giocando la sua finale di Champions League. Lo sa, è cosciente. È un grande artista che ha fatto una palestra e una gavetta incredibile, e adesso è consapevole del fatto che è arrivato il suo momento.
Però il dibattito in Italia è ancora tutto sulla bandiera, sugli stereotipi…
Per me è un simbolo da prendere come esempio, perché è un signore che da cinquant'anni ci prova. Lui stesso, nell'episodio di Giorno di Prova che uscirà tra qualche settimana, mi dice: "Io ho fatto spettacoli a teatro, ho provato con progetti musicali, e quando non andavano bene ci rimanevo male una settimana, una settimana e mezza — poi mi rimettevo in piedi e ricominciavo". Davanti a venti, trenta fallimenti, si è sempre rialzato. E questa cosa l'ha premiato. Può piacere o non piacere, può starti sulle palle il fatto che racconti l'Italia attraverso cose semplici, stereotipi, che poi è quello che faceva Toto Cotugno. Ma proviamo per una volta a fare il tifo per un'Italia che ha fallito cento volte e ce l'ha fatta. Sal Da Vinci è l'uomo che è caduto e adesso ce l'ha fatta. È sul tetto del mondo. E noi siamo ancora qui a dire "ah, ma forse la bandiera italiana non è…". Chi se ne frega. È un signore con cinquant'anni di carriera.
C'è anche qualcosa di più grande, in questa storia.
È la fotografia dell'Italia di oggi. Noi giovani falliamo e ci deprimiamo perché dall'altra parte vediamo che sui social tutti ce la fanno, ma nessuno ti racconta il fallimento. Sal Da Vinci te lo racconta. Va sul palco con tutta l'esperienza che ha imparato da quei fallimenti, e per me è già una vittoria soltanto che lui sia lì.
Giorno di Prova nasce proprio da questa capacità di stare un passo indietro rispetto all'intervistato. Come funziona?
Partiamo da un presupposto: se fai un'intervista non puoi essere il protagonista. È il motivo per cui per esempio Gianluca Gazzoli funziona benissimo, perché riesce a dare tantissima luce all'intervistato. Io non riesco a stare così tanto in disparte, ma non è nemmeno la mia velleità diventare un giornalista che intervista. Quello che cerco è ingaggiare solo i personaggi con cui mi trovo bene davvero. Con quelli con cui non si crea quella sintonia non ci provo nemmeno, perché aprire le porte di casa propria a uno sconosciuto con una telecamera è una cosa importante. E se non c'è connessione, si percepisce dal video.
Esiste un cimitero di Giorni di Prova? Magari, un nucleo di episodi rimasti nel cassetto?
Questa cosa non l'ho mai detta a nessuno e mi fa molto sorridere. L'unica che mi disse di sì e poi non riuscimmo a fare la puntata, perché stava poco bene, è stata Elettra Lamborghini. Ero andato lì, era un in-store a Roma, avevamo tutto organizzato. Poi non si è riusciti. Io credo che Elettra mostri una parte di sé, ma l'altra parte forse fa ancora fatica a emergere. E mi piacerebbe tantissimo farci un episodio. Sono molto timido, quindi non ho la faccia di andare da lei e dirle "cara Elettra, rifacciamolo". Magari lo legge qui.
Parliamo di Fiorello, che a Eurovision è entrato in diretta via Instagram invece di andare fisicamente sul palco. Cosa ne pensi?
Fiore è il mio più grande maestro, e unico, credo, in questo lavoro. Mi ha dato tantissimo. Trovare un gigante che insegna a una persona senza averne nessun vantaggio è una cosa unica al mondo, e per questa sua generosità gli sarò per sempre grato. Lo vedo come un papà artistico. E lui riesce sempre a leggere il periodo storico in cui vive. Questa capacità è speciale, ce l'ha solo lui. Quando dicono "quello è il nuovo Fiorello", no. Fiorello è un unicum nella storia.
Sei reduce anche da The Floor. Com'è andata?
È un bel programma, con un margine di crescita enorme. Paola Perego mi ha messo totalmente a mio agio. E non è una cosa che succede spesso. Non ha voluto sapere nessuna delle battute che mi ero preparato su di lei. È stata la prima a dire "prendimi in giro, giochiamo insieme". È stata un'esperienza magnifica.
E Playlist?
Abbiamo sperimentato un programma che non esisteva. È partito dalla volontà di fare un programma sulle classifiche, poi abbiamo detto "ma le classifiche oggi? No, facciamo un'altra cosa". Quindi abbiamo fatto un varietà musicale che non è perfetto, ma va in una fascia interessante. E poi c'è stata una cosa molto positiva: le clip sui social funzionavano benissimo. Una delle ultime puntate aveva Sal Da Vinci che cantava con i nostri mariachi, hanno cantato "Per sempre sì" nello stile mariachi e ne è venuta fuori una clip che ha fatto due milioni e mezzo di visualizzazioni. Sarebbe bello riuscire a concepire la televisione come una cosa che sì va in TV, ma poi vive anche sui social con un altro pubblico. Con Playlist un po' questa cosa l'abbiamo fatta. Speriamo che si possa rifare.
Chiudiamo con Domenica In. Mara Venier ha detto che ci sarà, ma alle sue condizioni. Se Zia Mara chiamasse Gabriele Vagnato?
Io e Zia Mara non ci siamo mai conosciuti, non so se lei mi conosca. Ma se vogliamo prendere questa intervista come una sorta di colloquio: Zia Mara chiama e io arrivo correndo. La domenica per me è uno spazio televisivo bellissimo. La mia generazione non guarda la TV, ma la domenica si ritrova perché la domenica italiana è la famiglia, il pranzo, tutti raccolti, la nonna e la mamma che mettono su Rai 1. Quello spazio è uno su cui sarebbe bello mettere una bandierina. E Mara Venier nelle interviste riesce a creare un'empatia incredibile. Sembra facile, ma non lo è. Entrare in uno studio gigante a freddo, con le telecamere puntate, e creare quella connessione su ore di diretta è una cosa molto complicata. La stimo tantissimo.
A microfoni spenti, hai detto una frase che mi ha colpito: "come la TV degli anni 2000 è nata da MTV, quella del futuro nascerà da YouTube".
Oggi, tra le nuove generazioni, nessuno accende la tv e vede quello che c'è in onda. Magari lo ripesca su RaiPlay, sui social. Si vede la TV in una maniera completamente diversa. Non è che la televisione sia vecchia, è solo il modo di concepirla che è cambiato. E credo che da YouTube e dai social possa nascere la televisione del futuro. Almeno, lo spero.