Cloris Brosca, la Zingara della Luna nera: “Afferrata per strada come un animale, mi chiedevano i numeri del Lotto”

C’è stato un momento, a metà anni ’90, in cui è nato uno dei claim più famosi della tv: La luna nera. Lo si deve al programma Luna Park di Rai 1, e ad esclamare quelle parole era l’attrice Cloris Brosca. O meglio, il personaggio che interpretava: la Zingara che fa le carte (e dalle carte dipende la sorte). Un ruolo diventato popolarissimo, con quel termine virale prima ancora che esistesse la viralità social. Poi però succede qualcosa di meno noto: il personaggio cresce talmente tanto che rischia di mangiarsi la professionista che lo interpreta. Cloris, come ci ha raccontato in questa intervista, arrivava dal teatro “alto” e da maestri come Eduardo De Filippo, ma si è ritrovata in una contraddizione che è insieme artistica e umana: usare quel successo o scappare?
Ha scelto la seconda strada: “Non ho avuto la capacità manageriale per sfruttare l’affetto del pubblico”, ammette senza cercare alibi e senza nostalgia. Nel mezzo, però, ha vissuto di tutto: gli incontri con giganti come Gigi Proietti, Massimo Troisi, Giuseppe Tornatore e Marcello Mastroianni, la popolarità ingestibile (“mi afferravano per strada come un animale”), le proposte di call center di astrologia rifiutate per non ingannare il pubblico, e la successiva deviazione di ritorno al teatro, alla scrittura e persino al lavoro in carcere con le detenute. Negli ultimi tempi, dopo anni lontana da quel tipo di esposizione, il cerchio si è chiuso in modo quasi ironico quando è tornata l’anno scorso a interpretare una cartomante ne Il paradiso delle signore. Ma senza rischiare, come in passato, di tornare a farsi inghiottire da un successo difficile da gestire.
Che periodo sta attraversando oggi, tra teatro e televisione?
Stranamente si stanno intensificando le proposte di lavoro, dopo qualche anno di calma, non piatta ma con un calo. Ora stanno uscendo diverse possibilità, dopo lo spettacolo Hostages e un Miserere di Carlo Faiello, un bravo musicista napoletano. E a Napoli, che è la mia città.
Lei arriva da una formazione teatrale importante e ha lavorato anche con Eduardo De Filippo: com’è iniziato il suo percorso artistico?
Prima ancora con Tino Buazzelli, poi è arrivato Eduardo. La mia più grande soddisfazione oggi è che quando vengono allo spettacolo e dopo mi dicono “che brava attrice”, senza riconoscermi, per cui mi sento doppiamente felice. Così i complimenti erano del tutto spassionati, non legati per passione o per avversione al personaggio della Zingara.

Dopo il successo televisivo, a partire dal 1994 con il personaggio della Zingara a Luna Park, ha sentito il bisogno di prendere le distanze da un ruolo così popolare?
Sì, e non è facile. Dovresti avere già le idee molto chiare. Io a un certo punto la Zingara l’ho messa totalmente da parte, invece avrei potuto capitalizzare quel successo per traghettarlo altrove. Cioè l’affetto del pubblico per la Zingara verso il teatro. Non ho avuto quella capacità manageriale. A volte dobbiamo essere imprenditori di noi stessi, ma dipende da una maturità acquisita nella vita. Io quella lucidità allora non l’ho avuta.
Molti attori, dopo un grande successo popolare, si trovano davanti a un bivio tra televisione e teatro: quanto è difficile scegliere una direzione?
Non è semplice, perché ha a che fare con una chiarezza di intenti. In casi del genere penso a quando a scuola ci davano il tema in classe e dovevi scegliere una traccia. Sei avvantaggiato se scegli subito e utilizzi tutte le tue energie e tutto il tuo tempo a sviluppare quella. Altre volte capita che rimani lì imbambolato e perdi del tempo solo a decidere a quale traccia dedicarti. La stessa cosa succede anche nelle varie scelte della vita.
Nel suo percorso ha incrociato figure fondamentali come Eduardo De Filippo: c’è un episodio che le ha insegnato qualcosa sul mestiere dell’attore?
Lui mi ha colpito molto dal punto di vista artistico. Stavo ancora studiando, quindi il mio approccio all’interpretazione era un po’ rigido. C’era una scena in cui doveva scegliere tra due cravatte per vestirsi al mattino. A un certo punto decisero di cambiare la posizione della macchina da presa e, cambiando l’angolatura, sarebbe cambiata anche la sua esposizione. Ma lui trovò immediatamente una modalità diversa di rapportarsi con quell’azione sulla scena. Una duttilità che non prescindeva da una creatività, ma includeva l’obbligo di un fatto tecnico come suggerimento creativo, che lo portò a fare diversi movimenti. Io ero ancora schematica, quindi credevo che i fattori esterni rovinino la creatività. Invece, nell’arte, l’imprevisto può essere accolto e far parte della creazione stessa. Questo Eduardo, in un gesto, lo insegnava, e mai in minore. Se abbracci quel cambiamento diventa una possibilità in più e non in meno.
C’è un ricordo personale o una battuta che Eduardo le ha detto e che non ha mai dimenticato?
In una scena, a un certo punto, avrei dovuto mettergli i gioielli alla camicia, sempre durante una vestizione, ma di punto in bianco decise di togliere quella scena, forse perché avevo fatto qualche errore. A me, mortificata, andando dietro le quinte mi vennero le lacrime agli occhi. Lui evidentemente se ne accorse e, durante la scena successiva, disse alla cameriera: “I gemelli deve mettermeli Geraldina”, da me interpretata. Presa alla sprovvista, misi i gemelli però mi impappinai con la battuta. Cioè dissi io la battuta successiva che doveva dire lui, mi ripetevo freneticamente tutte le battute prima di arrivare alle mie. La sua battuta era: “Non si vedono i 70 anni, ma me li sento”. E lui rispose: “Azz, io ‘e tengo e tu te ‘e siente?”.
Nel corso della carriera ha lavorato anche con registi e attori come Giuseppe Tornatore, Marcello Mastroianni, Gigi Proietti e Massimo Troisi: che tipo di esperienze sono state?
Tornatore mi ha impressionato per il grandissimo coraggio, fin da quando era giovanissimo. Il camorrista è stato il suo primo film importante, lo andò a presentare e a un certo punto gli prospettarono scelte che a lui non andavano a genio. Nonostante fosse molto giovane, al suo primo film importante con una produzione grossa, rispose che preferiva non farlo. Per me, che un sacco di volte sono stata confusa dalla perplessità di fronte al potere, è un gesto enorme. Mi ha fatto capire il coraggio di essere se stessi a costo di perdere tutto.
E con gli altri grandi con cui ha lavorato?
Mastroianni l’ho sfiorato in Stanno tutti bene, film sempre di Tornatore. Marcello era in un momento di pausa e qualcuno mi presentò. Io, senza rendermene conto, recitai un po’ il mio imbarazzo, e lui, senza essere scortese, ebbe un attimo di stanchezza. Mi resi conto di come, a volte, le nostre fragilità basta che siano quello che sono, non vanno recitate, perché diventiamo pesanti anche per gli altri. Con una smorfia di stanchezza mi fece capire questo. Di Gigi Proietti ricordo invece la grandissima energia, era incredibile. Un’energia creativa. Dopo essergli stata al fianco per quel periodo mi sono sentita caricata per mesi da quell’esperienza. Trasmetteva tutta la sua passione per il mestiere di attore. Un esempio di chi crede nei suoi progetti con caparbietà e una ricerca enorme di qualità.
Massimo Troisi, anche lui napoletano come lei, che ricordo le ha lasciato?
Quello che mi ha colpito di Troisi è stata la timidezza. Il suo essere schivo accoppiato a una grande intelligenza nel leggere la realtà. Oltre ai film sono molto interessanti, in questo senso, le sue partecipazioni televisive, dove parlava dell’attualità in una chiave tutta personale. Riusciva a leggere così bene la realtà da poterne parlare in modo semplice, che non è banale. Io non sono riuscita a vedere subito Il Postino appena uscito, ma dopo due o tre anni. Quando finalmente l’ho visto mi è piaciuto che abbia voluto dare risalto alle persone spesso messe da parte, ritrose, timide, che non sono spaccone ma hanno difficoltà ad affrontare la vita. La delicatezza di chi ha un mondo interiore da scoprire. L’incontro con il poeta è come nel brutto anatroccolo, che come anatroccolo sembra brutto e invece, quando cresce, è un cigno.
Nel 1994 arriva il personaggio della Zingara a Luna Park: come nasce quella occasione?
Il provino è arrivato perché sono riuscita a superare un mio limite. In quel momento stavo con un ragazzo che faceva il musicista e un giorno tenne un concerto all’Auditorium di Napoli. Essendo la sua ragazza mi aveva invitato, ma andare in Rai, in quei corridoi un po’ kafkiani, mi metteva ansia. Decisi di sforzarmi e andare. Proprio lì incontrai Aurelio Castelfranchi, che si ricordava di me perché aveva fatto un programma sull’Accademia di arte drammatica, quindi mi aveva contattato come ex allieva. Due settimane dopo mi chiamò per il provino della Zingara. Eravamo una trentina di provinanti da tutta Italia e scelsero me.

Quel personaggio, con espressioni come “la luna nera”, è diventato popolarissimo, ma anche difficile da gestire. Ha raccontato persino dal punto di vista fisico.
Sì, io sono sempre stata gentilissima con tutti quelli che mi fermavano, però quando mi hanno parlato di attori o attrici sgarbati con i fan ho preso spesso le difese dei colleghi perché delle volte succede che le persone hanno delle pretese su di te esagerate. Una volta a Napoli si fermò un pullman di turisti e uno, dopo avermi riconosciuta, mi afferrò un braccio e non mi mollò finché non riuscì a chiamare tutti gli altri. Mi aveva catturata come se fossi un animale. Non vorrei risultare supponente, ma a volte non è così piacevole da vivere come situazione. Pensa che durante Luna Park, dopo le prime puntate, ero costretta a entrare e uscire dagli studi scortata da un servizio d’ordine per contenere le intemperanze del pubblico.
Molti spettatori erano convinti che lei sapesse davvero leggere i tarocchi.
Lo credevano o lo volevano credere. Mi è capitato che mi chiedessero i numeri del Lotto, e quando gli rispondevo che ero un’attrice rispondevano: “Fa niente, dacceli lo stesso”.
Le proposero anche di aprire un call center di astrologia: perché rifiutò?
Anche in quel caso risposi che non ne sapevo niente, non ero preparata, e loro dissero che non c’era problema. Ci si può credere o meno all’astrologia, ma ho comunque un grande rispetto per le persone che fanno quel lavoro in modo serio, per cui mi sembrava scorretto che mi si chiedesse di fingere di avere quel tipo di competenze, anche per rispetto del pubblico.
Gli astrologi o cartomanti dell’epoca l’hanno mai contattata?
In verità no, non si è fatto sentire nessuno. Ma io lo dico sempre: bisogna stare attenti in quel tipo di attività. C’è chi è serio nello studio dei tarocchi, come Carlo Bozzelli o Alejandro Jodorowsky, con un lavoro storico e filologico molto interessante, poi ci sono gli improvvisati e tra loro chi lo fa a fin di bene o con dolo per estorcere denaro alle persone.
Negli anni ’90 la televisione aveva un rapporto più leggero con la credulità del pubblico.
Sì, una leggerezza che oggi vedo essersi spostata sui social. Ho visto proprio in questi giorni un servizio in televisione su persone che raccontavano di essere state manipolate per fargli credere di poterle aiutare attraverso espedienti fantasiosi sui social. State attenti!
Per la riuscita del suo personaggio fu importante anche l’interazione con Pippo Baudo, ben più di un semplice conduttore.
È proprio così. Pippo Baudo quando l’ho incontrato a Luna Park non si limitava soltanto al suo lavoro di conduttore, ma prendeva in esame e si faceva carico di tutto lo spettacolo. Diceva la sua dalla scenografia ai costumi, fino all’aspetto autoriale. Era un professionista che non lasciava niente al caso. Sono certa che sia diventata una figura così importante perché era una persona che voleva essere responsabile di tutto quello che succedeva attorno a lui, non solo del suo lavoro in senso stretto. Anche lui mi ha insegnato tanto.
Dopo il successo televisivo ha portato la Zingara anche fuori dagli studi, per anni in uno spin-off teatrale itinerante, per poi ritornare in seguito in vari programmi televisivi. Ma è un personaggio che, a un certo punto, è mai arrivata a odiare?
Questo no, perché comunque per me era un lavoro e lo portavo avanti con la stessa aderenza che usavo qualsiasi altro personaggio teatrale. Il nostro lavoro di attori è piacevole, ma a volte arrivavo alla fine del programma davvero stanca. All’inizio non volevo rendermene conto, ma affrontare tutte le sere in tv un pubblico enorme e reggere quel tipo di pressioni ti porta a una fatica di cui ti accorgi soltanto alla lunga. Non tenevo conto del fatto che è un impegno piuttosto gravoso, soprattutto in una televisione generalista di quegli anni.
A un certo punto ha scelto di rasarsi a zero e di lavorare al teatro in carcere con le detenute. Pensa sia stata una reazione a quel periodo?
Forse in parte sì. Avevo voglia di riprendere a chiedermi che cosa mi interessasse davvero fare nella vita, quindi ho semplicemente deciso di andare verso le mie passioni, anche se avevo continuato durante la tv con la Zingara, ma non più solo come scritturata. Poi ho iniziato a scegliere i temi a cui dedicarmi, come quelli sulla poesia o sulla musica. Ho iniziato a lanciarmi anche in un ambito diverso come autrice di spettacoli che avevano a che fare con altre forme d’arte. Quel tempo della Zingara mi è servito come carburante per riuscire a dedicarmi in maniera più profonda alle passioni che mi animavano. Se poi avessi avuto l’intelligenza di usufruire meglio dell’affetto del pubblico avrei fatto bingo, invece ho proseguito tutto in sordina. Ma non me ne lamento, perché è un lavoro di ricerca che ho fatto su di me e che mi ha portata a essere la persona e l’attrice che sono oggi.
Nel 2025 entra nel cast de Il paradiso delle signore, tornando a interpretare una cartomante. È stato un ritorno consapevole a quell’immaginario?
Avranno pensato: “A chi la facciamo fare la cartomante? Ma sì, a Cloris Brosca!”. Comunque è stato divertente, mi è piaciuto molto il modo in cui la costumista, bravissima, aveva pensato a come rinnovare il travestimento del personaggio, con dei turbanti, sciarpe e anelli.

Le è mai capitato, nella vita privata, di farsi leggere davvero le carte?
In realtà mi capitò alla vigilia del provino per il personaggio della Zingara. La compagna di un collega mi lesse le carte e mi disse che sarebbe iniziato un periodo per me molto felice, dopo il quale non avrei più avuto problemi. Io venivo da una sosta nel lavoro di attrice, proprio per la precarietà di questo lavoro e l’angoscia del telefono che non squilla, e poi è esplosa la popolarità del personaggio in tv. Insomma, un curioso scherzo del destino.
Guardando al suo futuro, quale carta vorrebbe che uscisse nei suoi tarocchi?
La forza! C’è una donna che tiene spalancate le fauci di un leone. Ha a che fare con la capacità di dominare, con la nostra forza spirituale: controllare e dirigere l’energia più animale. Questa è la carta che continua a interessarmi di più come arcano dei tarocchi.