Alessia Merz: “A Non è la Rai fummo pre-influencer. Mi hanno riproposto L’Isola e ho rifiutato”

Un tempo onnipresente, oggi lontana dai radar, per sua scelta. La vita di Alessia Merz è come una medaglia a due facce, senza che ci sia spazio per recriminazioni. Anzi, mai decisione fu più ponderata, studiata e rivendicata.
Nata a Trento nel 1974, la Merz rimase nella città natale fino ai 17 anni, quando si presentò la grande occasione di “Non è la Rai”. Superò le selezioni il 25 agosto 1992, quando al raggiungimento della maggiore età mancava appena un mese: “L’ultimo anno delle superiori lo feci a Roma, seguendo le scuole serali”, racconta a Fanpage.it. “Fu un patto siglato con i miei genitori per potermi trasferire nella Capitale. Se non l’avessi rispettato sarei tornata indietro”.
Al provino ci arrivò grazie a Pino Insegno, che incrociò per caso a “La Vela d’Oro”, show nel quale la Rai presentava i suoi palinsesti: “Facevo la hostess e lo conobbi. Mi suggerì di prendere parte ai casting della trasmissione e accettai, convintissima che non sarei mai stata presa. Vissi quel viaggio come un’esperienza e come un modo per non avere rimorsi”.
Al contrario andò bene e la Merz approdò alla corte di Gianni Boncompagni all’inizio della seconda stagione: “Parallelamente cominciai ad apparire anche nelle riviste di fotoromanzi. Mi piacevano tantissimo, erano dei mini-film muti, dove dovevi comunque recitare e rendere a livello espressivo”.
L’avventura a “Non è la Rai” durò tre anni e si concluse in concomitanza della chiusura del programma: “Vivevo giorno per giorno, non pensavo al seguito. Era una cosa troppo più grande di me, mi sentivo una piccola Heidi sballottata nella grande città”.
Nella prima stagione trovasti come conduttore Bonolis, che poi lasciò il testimone ad Ambra.
Uno o l’altra per noi cambiava poco, facevamo le stesse cose. Le ragazze erano divise in due categorie, quelle che facevano da comparse e quelle contrattualizzate annualmente, come me, che cantavano e partecipavano ai vari giochi.
I due, comunque, avevano stili opposti.
Bonolis già all’epoca era un presentatore consolidato, lo vedevamo superiore a noi. Ambra era percepita alla pari. Rappresentava il sogno, una che fino al giorno prima stava seduta di fianco a te e che improvvisamente veniva promossa alla conduzione. Questo diede speranza a tutte noi.

Speranza e, al contempo, invidia?
L’invidia è un sentimento che c’è sempre, è normale. I più invidiati sono quelli bravi, ti piacerebbe essere come loro, ma se ti piaci non badi troppo agli altri. Se lo fai è perché sei cosciente di avere qualcosa in meno. Da parte mia non ci furono mai pensieri negativi verso Ambra. L’ho sempre difesa. Pure quando scoppiò la storia dell’auricolare.
Ovvero?
Ambra si ammalò e mancò per una settimana. Mi capitò di sostituirla e ti assicuro che non era affatto facile ascoltare Gianni (Boncompagni, ndr) che ti parlava nelle orecchie. Mentre lo faceva dovevi fare finta di niente e andare avanti. Inoltre, dovevi metterci del tuo. Lui suggeriva, ma mica sempre. A volte Ambra riceveva istruzioni, in altri momenti inseriva concetti suoi. Sono sempre stata convinta che sarebbe esplosa e così è stato. Era capace e la sua carriera decollò meritatamente.
Ad oltre trent’anni di distanza si fatica a dare un senso contenutistico a “Non è la Rai”. Come spiegheresti quel fenomeno ad un ragazzino di oggi?
Guarda, ho provato a fare questo tentativo con mia figlia e le ho spiegato che noi eravamo ciò che rappresentano per loro gli influencer. Di recente l’ho accompagnata ad incontrare un influencer di cui ignoravo l’esistenza. C’era una marea di gente, uno scenario simile a quello in cui ci imbattevamo noi fuori dal Palatino. L’aspetto divertente è che mi sono ritrovata con molti altri genitori che, riconoscendomi, si sono messi a scattare foto con me. Noi fummo delle pre-influencer. I giovani si vestivano come noi, si pettinavano come noi. Sfornavamo diari, quaderni, figurine, persino tatuaggi. Eravamo un esempio da seguire, nonostante non esistesse il web.
Per i critici eravate il simbolo del ‘lolitismo’.
Lo so. Ma vatti a rivedere il nostro abbigliamento. Io indossavo pantaloni fuseaux e maglie a maniche lunghe, peggio di un pigiama. Era una questione più illusoria che reale. Sì, ogni tanto le ragazze mettevano le minigonne e mentre ballavano ‘Please don’t go’ speravi che si alzassero per intravedere qualcosa. Ma eravamo acerbe. Erano molto più provocanti le veline o, successivamente, le letterine.
In “Delusa” Vasco si rivolgeva a voi.
Entrammo nell’immaginario collettivo. ‘Non è la Rai’ funzionò per questo motivo. Sognavi, fantasticavi, ma se andavi a stringere non vedevi niente.
Il 30 giugno 1995 andò in onda l’ultima puntata.
Fu un grande dispiacere, erano stati tre anni intensi. ‘Non è la Rai’ mi ha fatto crescere artisticamente e sul piano personale. Lo affermo con convinzione, nonostante diverse mie ex compagne di viaggio abbiano rinnegato quell’esperienza. Lo ripeterò sempre: nel mio caso tutto è partito da lì. Ero di Trento e se non fossi scesa a Roma la mia carriera non sarebbe partita. Fu uno stravolgimento vitale.
Insomma, fu una scuola.
Assolutamente sì. Tirai fuori le unghie. Non è facile competere con altre cento ragazze pronte a sfilarti la sedia pur di essere inquadrate. Fu una selezione naturale che mi fortificò e quando le luci si spensero fu inevitabile un po’ di malinconia, pur sapendo che mi si sarebbero potute aprire le porte di ‘Striscia’.
Sapevi già che saresti stata una nuova velina?
Il mio agente andava in giro a cercare lavoro e mi informò di questa opportunità. Non c’era nulla di certo, avrei dovuto tenere un provino, ma percepivo che qualcosa intorno a me si muoveva.

Tu e Cristina Quaranta rimaneste in sella per una sola annata.
Una volta il ruolo di velina era talmente inarrivabile che se lo ricoprivi era per una stagione. Fu così per me, per Cristina, per Miriana Trevisan e per Laura Freddi. Dopo vennero i concorsi e i mandati si allungarono a due-tre anni. All’epoca essere chiamate era un riconoscimento pazzesco, così come per i calendari, prima che venissero sdoganati. Ho vissuto tutte le esperienze quando ancora godevano di un valore altissimo.
Nel corso di quell’edizione esplose il tormentone della “Fu Fu Dance”.
E le sigle finali divennero due (ride, ndr). Ero negata a ballare e mi sentivo Pinocchio, con Antonio Ricci che era il mio Geppetto. Ogni coreografia era un dramma, Cristina era una scheggia, mentre io faticavo a starle dietro. Quel tormentone fu un vero calvario, io e il ballo eravamo agli antipodi.
Al bancone trovaste Iacchetti e Greggio, con quest’ultimo che venne sostituito al giro di boa da Lello Arena.
Sono stata fortunata a poter lavorare con tutti e tre, ci siamo divertiti tantissimo. Assieme partecipammo anche ad una convention a Barcellona. Un’esperienza indimenticabile. Rispetto all’esperienza di ‘Non è la Rai’, a ‘Striscia’ mi sentii più matura e consapevole. E poi avevo tanto tempo libero, presi parte ad un sacco di feste ed eventi.
Archiviata “Striscia”, fu la volta di “Quelli che il calcio”.
Con Fazio venivo convocata come simpatizzante del Vicenza, essendo allora fidanzata con Giampiero Maini, mentre con la Ventura fu possibile seguire la mia Juventus. Simona godeva come una matta nel mandarmi nei vari stadi a tifare. Per me non era un lavoro.
Fazio e Ventura non si somigliavano.
Con Fazio restavo in studio, con la Ventura invece andavo in giro. Tutti e due erano molto ironici. Fabio magari possedeva un’ironia più delicata, a differenza di Simona che era più diretta e schietta. In ogni caso, era un programma che si prestava alla leggerezza, non era prettamente calcistico.
Contemporaneamente esordisti al cinema con Jerry Calà.
Nei ‘Ragazzi della notte’. Arrivai al provino in ritardo e mi salì un nervoso allucinante. Volevo essere presa, ci tenevo molto a quel ruolo ed ebbi una crisi di pianto che mi fece colare tutto il trucco. Jerry provò a mettermi a mio agio e alleggerì il clima con delle battute che mi scatenarono la ridarola. ‘Non c’è dubbio: sai sia ridere che piangere’, scherzò. Superai il casting così.
In “Panarea” ti doppiò Chiara Colizzi.
Tutti gli attori furono ridoppiati, nessuno aveva la sua vera voce. Non ho mai capito perché, probabilmente volevano che i nostri personaggi possedessero cadenze e accenti precisi.
In “Jolly Blu” scippasti la parte ad Angelina Jolie. Un retroscena che ti perseguita.
Il regista Stefano Salvati l’aveva diretta nel videoclip di ‘Alta Marea’. Lei si ripresentò, ma venne scartata. Incredibile ma vero. Ogni volta glielo ripeto: ‘Come cacchio hai fatto a scegliere me anziché lei?’. Secondo lui era troppo provocante e non adatta a quella parte. Quel film diede il via al mio periodo con Max Pezzali, con cui feci ‘Sanremo Giovani’. Max è una persona squisita, il classico ragazzo della porta accanto. Girare ‘Jolly Blu’ fu meraviglioso, trovai un clima magico.
Sei nel trailer di “Paparazzi”, ma di te non c’è traccia nel film. Come mai?
Io e Sgarbi venimmo ingaggiati apposta per fare da amo. Il trailer in genere serve ad attirare le persone in sala. Spari le scene più grosse con i personaggi più importanti. Servivamo ad incuriosire il pubblico.
Talmente popolare da aver recitato anche con Luca Zingaretti nei primi episodi di “Montalbano”.
Io ed Afef compariamo nei primi due titoli. Erano puntate campione utili a comprendere se la serie avrebbe avuto successo o meno. Sono felice della mia carriera perché ho partecipato a progetti sempre all’apice del successo. Ovviamente non ne sono stata io l’artefice, ma posso esserne orgogliosa.
Nel 1998 ecco “Meteore”, a mio avviso il programma dove venne fuori la Merz migliore.
Sono d’accordo. Se ti dovessi dire i progetti che reputo fondamentali nella mia carriera citerei ‘Non è la Rai’, a cui porterò riconoscenza in eterno, ‘Sanremo Giovani’ e la pubblicità Barilla con Gerard Depardieu diretta da David Lynch. Ma se mi chiedi in quale occasione ho riso di più la mia risposta non può che essere ‘Meteore’. Furono due edizioni spettacolari. Conobbi gran parte degli idoli della mia infanzia, tranne una.
Chi?
Samantha Fox. Chiese espressamente di non essere intervistata da me perché sarebbe apparsa troppo bassa. Quindi non la incontrai.
Era un cast affiatato.
Mi trovai bene con tutti. Sia il primo anno con Amadeus e Gnocchi che quando arrivarono Mastrota e Cadeo. Con Gene mi trovai subito, mi ha sempre riconosciuto il merito di non essere la classica oca solamente bella. L’autoironia è fondamentale ed è una dote che ho sempre posseduto. Se poi hai a che fare con certi mostri sacri, o riesci a rispondere colpo su colpo, o soccombi.
Tra questi inseriamo pure Daniele Luttazzi e la tua memorabile intervista a “Barracuda”?
Cosa mi hai ricordato! Certo, con le domande che ti poneva non potevi non prenderti in giro. Senza dimenticare Dario Vergassola, che ti sottoponeva a degli interrogatori terribili. Se sai ridere di te la gente ti accoglie meglio, risulti più accessibile e meno antipatica.
A cavallo del nuovo millennio sbarcasti nell’universo delle candid camera.
’Candid Angels’ è un programma a cui sono molto legata. Il dietro le quinte fu più spassoso delle parti che vennero trasmesse. Se avessero mandato in onda il backstage sarebbe stato ancora più esilarante. Io, Filippa Lagerback e Samantha de Grenet ci ammazzammo dalle risate. Non ci furono invidie, mai una discussione, bensì una totale complicità che sfatò la leggenda sulle donne perennemente in competizione. Tutt’altro: ci apprezzavamo e ci riconoscevamo reciprocamente i meriti.
Capitolo “Isola”. Cosa ti spinse a partecipare?
Io manco volevo farla! Fu la mia amica Simona che ‘spintaneamente’ mi invitò ad andare. Ma beccai l’anno più sfigato in assoluto.
Cioè?
Venendo dal boom della prima edizione, nella seconda tutti volevano esserci. Il risultato fu una paga che fu la metà della metà. A questo aggiungici una maggiore durezza e severità della produzione e l’arrivo di un uragano che bloccò la nostra partenza. Vicino all’hotel in cui alloggiavamo ci furono dei morti. Di conseguenza, le condizioni meteorologiche avverse ridussero la presenza di palme e di cocchi e non pescavamo nulla. Questo ci portò a nutrirci con le bacche e ci avvelenammo.

È l’unico reality a cui hai preso parte.
Mi hanno riproposto di rifarla, ma ho declinato. Non mi interessa e ormai è diventata ‘L’Isola degli amici e dei parenti dei famosi’. Avrei invece accettato volentieri l’offerta di ‘Pechino Express’, che fui costretta ad accantonare una decina d’anni fa per via di tre ernie che mi danno problemi. Quando si scatenano i dolori sto davvero male: non avrei potuto camminare per chilometri, correre o dormire per terra. Se partecipo lo faccio per puntare a vincere, sennò non ha senso.
Dopo “L’Isola” restasti incinta e le apparizioni in tv si diradarono.
Volevo a tutti i costi una famiglia e volevo educare i miei figli, senza affidarli ad una babysitter. Non solo: mio marito (Fabio Bazzani, ndr) cambiava di frequente squadra e di conseguenza città. Decisi di fermarmi e lo feci coscientemente. Ero felice, non una ‘desperate housewife’. Sono passati vent’anni e non mi pento di nulla.
Vivi a Bologna.
Sì, sto bene. Faccio la moglie e la mamma di due ragazzi. Capita che mi chiamino qualche volta in tv o a presentare qualche convention. Ma sono impegni saltuari, che mi occupano relativamente.
Ti piacerebbe rientrare a tutti gli effetti nel giro?
Non escludo questa strada, l’interesse c’è. Farei volentieri l’opinionista, per il gusto di poter finalmente parlare. Ma non deve impegnarmi tutta la vita. Se fossero due-tre giorni a settimana ok, ma se mi obbligassero a trasferirmi e a stravolgere tutto rinuncerei.
Dall’etichetta di ‘prezzemolina’, che ti appiccicarono perché spuntavi in qualsiasi contesto e situazione, alla fuga dai riflettori. Un paradosso.
Quella definizione era un luogo comune, come l’associazione tra la velina e il calciatore. Io sto da ventuno anni con mio marito. Era un termine usato per denigrarmi, per dire che ero dappertutto. Non era nemmeno troppo sbagliato, sinceramente. Un giorno venni invitata in un programma della Rai e in uno di Mediaset. Ero ovunque. Però un conto è se stai in studio a fare la bella statuina, un altro è se dai qualcosa di concreto.
Non sei nemmeno sui social. Praticamente un fantasma.
Per carità. Ci sono colleghe che ti informano su cosa mangiano o cosa fanno. ‘Sticavoli’, verrebbe da rispondere! Io non voglio far sapere come vivo, dove vado o come vesto i miei figli. E non ho la presunzione di pensare che possa fregare agli altri. Mi sono talmente esposta in passato che adesso mi godo la privacy, l’ho sempre desiderata.
Sembri felice.
Lo sono. Ho fatto mille cose che mi hanno arricchito, ma anche quando ho chiuso con quel mondo sono stata altrettanto contenta. Ora non sono più Alessia Merz, sono Alessia. E io amo Alessia. Se non vivessi bene con Alessia sarei divorata dai rimpianti e dal tempo che scorre. Noi donne, a differenza degli uomini, paghiamo lo scotto della vecchiaia. Personalmente non la soffro, ero preparata e mi sono allontanata proprio perché volevo vivere da Alessia.
Se tornassi, tuttavia, dovresti rispolverare Alessia Merz.
Non ridiventerei Alessia Merz, ma una Alessia Merz con tante Alessia dentro. Ora Alessia domina su Alessia Merz.