Il senso del tempo di Dimartino, Liberato e Lamante: le recensioni degli album della settimana

Tre giorni fa Annapurna Interactive, lo studio di sviluppo che nel 2022 aveva pubblicato lo strepitoso "Stray", ha fatto uscire un gioco nel quale il protagonista ha il sogno di diventare un “Music Supervisor”, cioè la persona che sceglie le canzoni per le colonne sonore di film e serie tv. Il gioco, ambientato negli anni ‘90, vorrebbe ricalcare aspetti e cliché dei film adolescenziali di John Hughes, che però aveva prodotto il grosso della sua opera negli anni ‘80. La sua colonna sonora contiene Roxy Music, Siouxsie And The Banshees, Devo, Iggy Pop, Joy Division, che però hanno pubblicato musica principalmente negli anni ‘70 e ‘80. Insomma, in quest’avventura virtuale promossa con i soldi della famiglia Ellison (cioè Paramount e Oracle) l’ambizione è diventare curatore di opere altrui, anche a costo di commettere anacronismi e grossi equivoci temporali. Una fuga disperata dal presente e dal futuro, a costo di spremere il passato in una favola inesistente, buona giusto per tre ore di gameplay.
Eppure, ogni settimana ci sono buone ragioni per ascoltare cos’hanno da dire i nostri contemporanei, esponendoci al terrore e alla gioia di sentire pienamente il nostro tribolatissimo tempo. E in un release day ricco di uscite italiane degne di menzione (tra tutti cito il monumentale, inquietante triplo concept album di Blak Saagan "Un sequestro lungo 10.000 anni" accompagnato dalle illustrazioni dell’iraniano Majid Bita) e con dischi internazionali che compariranno in molte liste di fine anno (come "Train On The Island" della neozelandese Aldous Harding o "Loud Bloom" dello svedese Olof Dreijer) ti consiglio cinque dischi nostrani appena usciti che valgono il tuo, di tempo.
Dimartino – L’improbabile piena dell’Oreto

Il concetto di “tornare alla radice” può generare equivoci. "L’improbabile piena dell’Oreto", il nuovo album solista di Antonio Dimartino, arrivato sette anni dopo "Afrodite" e la felicissima parentesi con Colapesce, non è un’improbabile rinascita, non è un impossibile ritorno alla purezza. Come il proverbiale filosofo che non si poteva bagnare due volte nello stesso fiume, così Dimartino tornando in Sicilia porta nella sua scrittura e composizione e produzione (qui in concerto con Roberto Cammarata) tutte le tracce della sua vita finora. Parte del fascino di questo lavoro sta proprio qui, nella contemplazione mistica e devastante del passare del tempo, come è evidente nella storia di "Gusci vuoti", la prospettiva di un ex ragazzo che vede gli anni lasciarlo indietro. Con un’onestà a tratti scontrosa alla Piero Ciampi, il cantautore scrive i suoi Fiumi ungarettiani non per tracciare le origini, appunto, ma piuttosto per ipotizzare delle direzioni future: partendo dal corso d’acqua palermitano, passando per l’acqua setacciata dal cercatore d’oro che ha un’epifania e smette la sua ricerca ossessiva, e quindi per la simbologia dell’acqua come eterno ritorno nella riproposizione di Federico García Lorca ("Agua, ¿dónde vas?"), osservando la natura ambigua degli argini e infine avvicinandosi all’illusione che un fiume ci riporti ai primordi (e quindi in verità ci conduca alla morte) di Conrad.
E ogni volta che poggiamo l’orecchio sulla superficie di questo torrente sentiamo echi del passato di chi ci ha portato lì: la melodia della canzone ranchera messicana cui dedicò un disco con Fabrizio Cammarata nel 2017 (l’omaggio a Chavela Vargas "Un mondo raro"); i synth atmosferici che sentimmo nella colonna sonora de "La primavera della mia vita", con quei riferimenti a Piccioni e Riz Ortolani che qui si ritrovano nell’intermezzo "Petricore" o in "Conrad"; quel rimando alla psichedelia cosmica krautrock in "La luce che sfiora di taglio…" nel break di batteria che apre "Fluire degli argini". Senza tante risposte in tasca, ma con l’unica consapevolezza che ci muoviamo nell’esistenza come piccole creature cieche ("Meravigliosa incoscienza"), Dimartino ci guida in acque pericolose, dove i correlativi oggettivi assomigliano a una “chewingum marcita” ("Maredolce") e non si sa “più tornare indietro”. Eppure, come ci insegna l’acqua, avanti è l’unica direzione che esiste: c’è qualcosa di temibile ma anche liberatorio in questa sola consapevolezza, e pure tra tanti momenti angosciosi e mesti c’è sempre una luce che filtra: la puoi sentire nelle molte cadenze melodiche che arricchiscono di colori le frasi spesso asimmetriche e spigolose, per “imparare ad aprire”, come dice significativamente proprio in una di queste aperture. E allora non sentirai la mancanza delle hit.
Liberato – Radio Liberato

Qualche settimana fa nel mondo musicale anglofono e non solo ha fatto discutere una lista dei trenta migliori autori di canzoni americani viventi pubblicata dal New York Times. Tra i punti di discussione c’è stata l’inclusione di Young Thug di fronte all’esclusione di altri nomi prominenti (Randy Newman o Billy Joel, per esempio). Eppure, con tutti i difetti di questo elenco non si può eccepire una cosa: il rap melodico degli anni Dieci ha scritto un canone musicale a sé stante, e ha influenzato il modo in cui si scrive e si ascolta in tutto il mondo, non solo hip-hop, dalle cadenze metriche delle canzoni estive alle proliferazioni di scene trap nazionali. Molto più incisiva di ogni avventura cantautorale rock o folk, la generazione degli Young Thug ha messo la firma su questa parte di secolo, piaccia o meno. Per questo non stupisce sentire una cover di Fetty Wap ("Napoli Queen", da "Trap Queen") dentro il nuovo disco di Liberato, forse categorizzabile come mixtape più che come album vero e proprio. Uscita allo scoccare della mezzanotte per celebrare un altro nove maggio, "Radio Liberato" ha la scorrevolezza del divertissement, e alcuni elementi sonori che per tanti versi testimoniano l’età del progetto (a febbraio fanno già dieci anni!) saggiamente avvinte a scelte decisamente più contemporanee.
Prendi l’ottima rilettura di "Niente da parte" di Sara Gioielli (ascolta il suo debutto "Gioielli neri", già che ci sei) dove le chitarre ricordano certe movenze neo-princiane alla Frank Ocean ma con un timbro massicciamente distorto che ricorda un nuovo accolito di Prince come Dijon, e la sua poetica di minimalismo caotico e collage. Oppure, prendi la struttura stessa del mixtape come un unico flusso di una stazione radio che, oltre a essere un furbo espediente per favorire l’ascolto completo del progetto e quindi accumulare stream, rimanda a una serie di progetti che hanno le loro radici nel rap (come "FM!" di Vince Staples) senza citare altri esempi illustri, ma che sono tornati in auge di recente con l’ultimo disco di Skrillex uscito ad aprile dell’anno scorso o con "amor de encava" del collettivo venezuelano weed420. Se l’orecchio contemporaneo è stato abituato al flusso ininterrotto delle playlist algoritmiche, come tra gli altri Liz Pelly argomenta nel suo libro "Mood Machine", allora il mixtape che simula l’esperienza radiofonica può ancorarci a un senso condiviso di realtà senza troppi strappi, accompagnando anche attraverso esperienze non prive di asperità, come la coda strumentale di "Gaiola" rivisitata da Iosonouncane, con trombe e quelle che sembrano launeddas che trafiggono il groove con la stessa delicatezza di un Fennesz in "Endless Summer" nell’intermezzo e un outro arpeggiato ipnagogico, cioè eseguito come se stessimo sul confine tra veglia e sonno (l’ultimo eccellente "Una lunghissima ombra" di Andrea Laszlo De Simone può orientare l’ascolto per chi cercasse qualcosa di simile).
Lo stesso progetto Liberato si conferma in bilico: tra la modernità e la radice, tra il locale e il globale. Dall’esposizione di un mito romano o di un aneddoto della vita di Alessandro (di fatto la radice di quella parte d’Italia che fu prima di tutto Grecia, Magna Grecia) passando per la messinscena della cartomante di una televisione locale, Radio Liberato si muove agilmente tra le esigenze di un pubblico che accetta l’artista senza volto (qualcuno ha detto Sleep Token?) come occasione per specchiarsi in un’esperienza collettiva ma allo stesso tempo va cercando gli Easter Egg della sua peculiare e unicissima vita regionale. La stessa ambiguità di intenzioni che si manifesta in una tracklist che sa essere “chill” ma può anche richiederti di sgranchire le articolazioni (e il remix di fenoaltea di "Sì tu" è imbattibile in questa categoria). Semmai, il problema di Radio Liberato è proprio questo: accontentando quasi tutti, Liberato rischia di svanire in una nube di coolness e rimanere sullo sfondo dell’era dello streaming. O almeno, questa era l’opinione di alcuni critici, dopo lo straordinario esordio di nove anni fa. Il fatto che chiunque sia dietro Liberato sia ancora interessato a giocare con la propria eredità e produrre nuove iterazioni del suo sound, invece, ci dimostra che qualcosa è stato inciso per sempre. E questo non si misura in migliaia di stream (che pure ci saranno), ma nell’impatto culturale di una sigla che riesce ancora a contenere moltitudini senza esplodere.
Lamante – Non dico addio

Due anni fa "In memoria di" fu lo straordinario esordio di Lamante, cantautrice veneta che con la produzione di Taketo Gohara e una scrittura di scavo nei ricordi, nei traumi, nei desideri indicibili aveva tracciato i contorni di una vita che già sembrava postuma, orfana di normalità. Un sentimento nel quale è difficile non ritrovarsi di questi tempi, a prescindere dalle proprie condizioni di partenza. Questo nuovo album di Lamante ha una genesi differente, perché per ammissione della stessa artista (e come si nota chiaramente nelle strofe), procede più per immagini che per concetti e ugualmente cerca nella musica nuove forme. Come nel dream pop spettrale e straziante di "Rimani con me", un pezzo in cui il giro insistente su due accordi beneficia dei ricchi riverberi naturali del luogo in cui è stato inciso, la chiesa di San Francesco di Schio. O come nella title-track, un brano melodioso ma con un rigore quasi da metronomo sul primo tempo che gli dà l’andamento svelto e serio di una danza popolare e la cadenza di un orologio inesorabile.
Eppure, muovendosi con un passo non più ferito, "Non dico addio" racconta di nuovo di una mancanza. Una mancanza che stavolta è presente (“un lutto vissuto e mai realmente affrontato”, da comunicato), davanti al quale la voce portentosa di Lamante modula in una nuova maniera il suo ruggito. Pur arrotondando alcuni bordi taglienti e addolcendo alcune secchezze, la sua musica riesce a contenere un pezzo urticante di presente, esorcizzandolo in una forma poetica propulsiva: fai caso al groove ipnotico, alla proiezione vocale e all’elemento corale di "Un canto nuovo", dove l’ipotesi catastrofica (“come se il mondo stesse per finire” nel bridge, perfettamente usato per aprire l’interpretazione del testo) è usata non per chiudere ma per aprire nuove possibilità. Il Mondo è quello che deve ancora venire dice correttamente l’artista in una canzone che porta avanti quella medesima energia caotica e obliquamente ottimista. Non è finita, c’è ancora musica per gli esseri umani, c’è ancora vita dopo il lutto.
Deepho – Mairiso

Il rap italiano non è stato completamente gentrificato da appaltatori di racconti di strada e major ciniche che sballottano giovani affamati di speranza. C’è chi tratta ancora questa forma d’arte come la più originale espressione poetica e musicale del nostro tempo, l’unica capace di ingoiare riferimenti e risputare letture labirintiche, complesse, audaci e per questo spesso scandalose. Gli MC, producer, visual artist che fanno parte del collettivo originario di Parma teamcro (già Team Crociati) sono un esempio di questa tensione: non un rap a uso e consumo dei critici “rockisti” né la copia di qualche modello di successo, ma una terza via idiosincratica eppure in sintonia con le migliori forze della musica alternativa, italiana e no. Lo dimostra questo nuovo lavoro di Deepho (Matteo Di Felice, per l’anagrafe), che detta presto le regole della partita con il convulso "SCENATA (eh.noz)" in collaborazione con l’eccellente gruppo padovano Post Nebbia – un giorno il loro "Pista Nera" sarà ricordato tra i classici di questi anni.
Sopra le produzioni oscure e industriali di Michael Mills, Deepho mette a fuoco le ansie di questo tempo, angosciato dalla possibilità della fine: “Voglio un’immagine che spacchi ma che resti mia” ripete ossessivamente in immagine prima di affermare in modo epigrafico “100 modi per morire, solo due per vivere”. I dilemmi di una generazione esposta alla prospettiva di una guerra come non era mai capitato alle tre precedenti non si manifestano con un comprensibile ma sterile rifugio nel passato, tantomeno nella facile fuga incosciente che domina tanta musica nostrana: Deepho canta semmai una fame insaziabile di presente, un moto quasi compulsivo all’interpretazione e comprensione. “A me il culo me l’ha fatto muovere un virus” dice in EVERLAST (vlock), dove il testo cita peraltro il chitarrista americano Mk.gee con il quale tanti momenti del disco condividono la fascinazione per la sfigurazione, la distorsione surreale, l’ipnotico. Un colpo al ventre dal quale scaturiscono illuminazioni.
So Beast – Untouchable

A proposito di presente divorato a bocconi, il nuovo lavoro del duo So Beast rispecchia perfettamente la definizione (spesso usata malamente) di musica dal respiro internazionale. Katarina Poklepovic e Michele Quadri, i beatmaker di base a Bologna già responsabili dell’ottimo BRILLA nel 2023, presentano un disco che suona esattamente come la testimonianza di un’umanità che non si concepisce più incatenata a un’identità di luogo, di cultura, di genere. Ritagliato intorno a questo momento di lucidità autocosciente dell’antropocene, il loro pop allucinato e poliglotta è completamente irrispettoso dei confini tradizionali. Non solo per spirito malandrino, ma perché i registri con i quali abbiamo finora espresso desiderio di appartenenza, paura della solitudine, alienazione urbana sono saltati per aria.
Serve una dose di irrazionalità e di coraggio per sopravvivere a tempi assurdi, come dimostra la canzone che dà il titolo al progetto: nel suo fraseggio staccato e nella sua insistenza sulle parole sdrucciole Untouchable sembra quasi una parodia di The Logical Song dei Supertramp, o forse la sua naturale evoluzione nella dimensione del multiverso che abbiamo inforcato chissà quando. Tra i tempi in levare zoppicanti del dub spettrale "ASTEROIDS" e il pastiche di organetti e ingranaggi tintinnanti di "SO COOL SO DIRTY", al centro sta New York. Uno dei pochi brani con il testo principalmente in italiano, ma anche uno di quelli più vicini alle contaminazioni rock della scena alt pop alternativa americana, ci invita ad abbandonare gli ormeggi da una visione arida della realtà, ad abbracciare la magia per cercare soluzioni ai problemi che le vecchie teorie ed estetiche non riescono nemmeno a vedere. E soprattutto a considerare la periferia, non per sviluppare orgogli meschini ma per guardare dove finora non avevamo posato lo sguardo. Una libertà come liberazione, come processo attraverso cui giungere con gioia, per modificare il nostro tempo anziché subirlo passivamente.