Pino Daniele.
in foto: Pino Daniele.

Esistono parole il cui significato va ben oltre la semplice definizione che se ne potrebbe dare, e che in poche lettere riescono a racchiudere un’infinita gamma di sfumature, sentimenti e modi di essere. È soprattutto il dialetto a conservare questa profonda potenza espressiva che risulta praticamente intraducibile in italiano: è il caso, ad esempio, del dialetto napoletano, che ci fornisce l’esempio forse più adatto per spiegare quanto il linguaggio sia, in fondo, una questione di sentimenti molto spesso indefinibili. Indefinibili come la pucundria.

I dizionari la definiscono come semplice “malinconia”, ma qualunque napoletano saprebbe spiegarvi come in realtà questa parola racchiuda in sé significati molto più complessi, difficilmente traducibili. È infatti impossibile spiegare il suo significato in italiano senza ricorrere a lunghe perifrasi: la pucundria indica uno stato d’animo senza contorni ben definiti, una tristezza dolorosa che si avvicina alla malinconia ma che si trascina dietro anche la noia, l’insoddisfazione e la solitudine.

Per spiegare il senso così complesso di questa parola alcuni la accostano alla famosa “saudade” portoghese o alla “Sehnsucht” tedesca: un malessere doloroso ma piacevole al tempo stesso, uno struggimento verso qualcosa di irraggiungibile, un perenne sentimento di incompletezza nei confronti di ciò che ci circonda. Ma spiegare un termine così complesso a parole non è semplice: non è un caso, forse, che uno dei pochi a riuscire a restituire la forza disarmante di questo sentimento lo abbia fatto attraverso la musica. Si tratta di Pino Daniele, che nell’album “Nero a metà” del 1980 ha inserito una canzone dedicata proprio a quella “Appucundria” così vicina e intimamente connessa al suono malinconico della sua chitarra.

La pucundria, nel corpo e nell'anima

Gli antichi greci ritenevano che il malessere dell’anima, quella tristezza così intima e profonda, avesse origine da un punto ben preciso del corpo umano: un angoscioso sentimento che nasceva sotto il costato, più o meno tra lo sterno e la prima fascia addominale, così potente da influenzare non solo il corpo ma anche la psiche. È da questa particolare commistione fra carne e anima che nasce il termine “ypochondrios”, che in italiano chiamiamo “ipocondria”: una costante apprensione per sé stessi e il proprio stato di salute, un’ossessione che talvolta si trasforma in vera e propria sofferenza.

Ma, pur condividendo la stessa radice etimologica della parola italiana, il termine napoletano ha conservato quella connotazione esistenziale propria del greco che l’italiano ha abbandonato: la pucundria è qualcosa di ben diverso, meno fisica e più spirituale della semplice ipocondria, un qualcosa di inesprimibile radicato all’interno di noi stessi e che ben poco ha a che fare con una banale diagnosi medica.

Appocundria me scoppia

Ogne minuto ‘mpietto

Peccè passanno forte

Haje sconcecato ‘o lietto

Appocundria ‘e chi è sazio

E dice ca è diuno

Appocundria ‘e nisciuno

Appocundria ‘e nisciuno.