La bocciatura dell’accordo sulla Brexit che la premier Theresa May aveva negoziato con l’Unione Europea non è un semplice inciampo del governo conservatore, ma è un clamoroso caso politico, che potrebbe avere conseguenze pesantissime non soltanto per il Regno Unito. Il previsto no della Camera dei Comuni a un accordo con la UE giudicato eccessivamente penalizzante (o in ogni caso inadeguato per la nazione), infatti, mette con le spalle al muro non soltanto il primo ministro conservatore, ma l’intero Regno Unito, che ora è chiamato a fare i conti con alternative pesanti e un clima politico incandescente. Tra i Brexiters che hanno giudicato l’accordo raggiunto dalla May come una prova di viltà nei confronti della UE, i conservatori nordirlandesi che sono sul piede di guerra per la fase di transizione speciale pensata per l’isola irlandese (con l’Irlanda del Nord che di fatto resterebbe ancora nella UE), i laburisti che chiedono le dimissioni del premier e gli europeisti che sperano in un nuovo voto, la soluzione della crisi appare davvero lontana.

Cosa accadrà adesso? Difficile dirlo, dal momento che vi sono diverse opzioni sul tavolo, tutte di difficile concretizzazione.

Sono in molti a pensare che la cosa più probabile sia un rinvio della Brexit, con l’estensione della scadenza del 29 marzo, grazie a una clausola del Trattato di Lisbona. Le tempistiche però non giocano a favore di questo decorso, poiché incombono le elezioni europee e dunque una eventuale proroga sarebbe consentita al massimo per qualche mese. A luglio l’insediamento del nuovo Parlamento Europeo annullerebbe di fatto i mesi di complessa trattativa tra Londra e la UE, azzerando l’accordo già firmato e aprendo uno scenario di profonda incertezza. Complicato anche pensare a un ulteriore ridimensionamento della portata della Brexit, proprio perché la maggiore contrarietà alle condizioni raggiunte dalla May arriva dagli euroscettici, che non considerano nemmeno l’ipotesi di una mini-Brexit.

Da tempo, invece, il fronte del Remain chiede un nuovo referendum, che ora potrebbe tenersi non sulla Brexit in sé, ma proprio sui termini dell’accordo. È una opzione caldeggiata dagli europeisti, che puntano sull’ottenimento di un risultato eclatante per rimettere in discussione proprio l’allontanamento dalla UE. Il punto è che nessuno ha la minima idea di come formulare un nuovo quesito e di come impostarlo per fare in modo di rendere chiaro l'orientamento dei britannici non solo sul trattato della May, ma sulla stessa Brexit.

Il no deal e le conseguenze per gli italiani

Lo scenario più probabile, a questo punto, è quello del No Deal, ovvero di una uscita del Regno Unito dalla UE senza un accordo con Bruxelles. È una prospettiva che lo stesso governo britannico giudica “catastrofica” e che potrebbe avere ripercussioni durissime anche sui cittadini europei che vivono e lavorano nella UE. Senza un accordo, come prevede un documento della UE, il 30 marzo 2019 “il Regno Unito diventerà una terza parte rispetto all’Unione, e le leggi dell’Unione smetterebbero di applicarsi sia nei confronti del paese che al suo interno”.

Cosa significa in concreto? Lo spiega bene qui Il Post:

La prima conseguenza è che i cittadini europei residenti nel Regno Unito e quelli britannici residenti nell’Unione si troverebbero improvvisamente senza uno status giuridico: tecnicamente extracomunitari, in una zona grigia dal punto di vista legale. La seconda è la cessazione istantanea di tutti gli accordi esistenti che permettono alle persone e alle merci di viaggiare liberamente tra Unione Europea e Regno Unito […] La terza conseguenza è che il Regno Unito perderebbe l’accesso al mercato unico europeo, l’area economica dentro alla quale non ci sono barriere agli scambi di beni e servizi

L'ipotesi che decine di migliaia di italiani possano ritrovarsi di punto in bianco in una zona grigia, senza certezze e con probabili problemi dal punto di vista burocratico, è decisamente preoccupante, come mostra anche il comunicato che Palazzo Chigi si è affrettato a emanare dopo il no al piano May:

In attesa di un chiarimento delle intenzioni del Governo britannico sui prossimi sviluppi, il Governo italiano continuerà a lavorare in stretto contatto con le Istituzioni e gli altri Stati membri dell’UE per limitare le conseguenze negative della Brexit, e, in particolare, per garantire i diritti dei cittadini italiani nel Regno Unito, quelli dei cittadini britannici in Italia, la stabilità dei mercati e dei settori bancario, assicurativo e finanziario e un recesso il più ordinato possibile in tutti gli altri campi a tutela di cittadini e imprese.

In tale contesto, continueranno e saranno intensificati i preparativi per essere pronti a tutti gli scenari, incluso quello poco auspicabile di un recesso senza accordo il 29 marzo 2019.

Il No Deal, insomma, non solo potrebbe avere conseguenze disastrose per l'economia britannica (oltre che provocare un prevedibile caos sui due lati della Manica), ma anche per tantissimi italiani che lavorano nel Regno Unito o che vorrebbero trasferirsi. L'ipotesi di colmare un vuoto legislativo in tempi brevissimi appare in effetti legata anche alla possibilità che la UE decida comunque di aprire un nuovo negoziato con il Regno Unito o garantire una ulteriore fase di transizione in cui lasciare le norme precedenti in vigore.