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Ma cosa c’entra la Cina con la guerra tra Usa e Iran?

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Oggi rispondo alla domanda di Carlo:

Ma cosa c’entra la Cina con la guerra tra Usa e Iran?

Carlo, la risposta è semplice: tutto, almeno per quanto riguarda gli Stati Uniti d’America e Donald Trump.
Tutta la partita iraniana si può può infatti dividere in due parti, con due intenti diversi anche se almeno in parte coincidenti.

C’è la parte israeliana, che punta, nell’ordine a colpire quella che loro chiamano la testa del polipo, l’Iran, che arma e finanzia le milizie di Hamas, di Hezbollah e degli Houti. E, in seconda battuta, a porre le condizioni per risolvere definitivamente la questione palestinese prendendosi tutto il territorio dal fiume al mare, dalla Cisgiordania a Gaza, con la prospettiva di allargarsi ulteriormente e costruire la Grande Israele, con l’obiettivo di dominare il Medio Oriente.

E poi c’è la parte americana, per cui l’Iran non è la testa del polipo, ma il tentacolo di un altro polipo più grande, con cui gli Usa stanno combattendo, da qualche anno, quella che viene ormai definita da molti la nuova guerra fredda tra le due nuove superpotenze contrapposte: in Ucraina, in Venezuela e ora in Iran. Parliamo ovviamente della Repubblica Popolare Cinese. E oggi ne parliamo con un’altra ospite d’eccezione di Direct, la giornalista Monica Maggioni, che di America, di Cina e di esteri ne sa qualcosa.

La Cina c'entra moltissimo. Da Ormuz passa gran parte del petrolio che la Cina importa e non dimentichiamoci che Pechino è il primo importatore globale di petrolio. In più c'entra perché la Cina in questi ultimi anni si è sempre più legata al Medio Oriente a modo suo però, giocando un ruolo sullo sfondo senza mai farsi vedere in primissimo piano, però basta parlare con qualcuno che si occupi, per esempio, di tecnologia e se ne occupi in giro per il Medio Oriente per sapere che i grandi contratti negli ultimi anni sono stati firmati con la Cina. Di conseguenza si parla di un'area del mondo che per la Cina è estremamente importante, da una parte, certamente per la questione delle delle importazioni, appunto, di petrolio, dall'altra proprio perché è un'area strategica nella quale la Cina si muove a modo suo, si muove sullo sfondo, si muove condizionando, si muove anche facendo sentire il suo peso a distanza in un negoziato perché la Cina ha certamente tutto l'interesse in questa fase a una descalation rapida.

Concentriamoci sull’Iran, però. Che è nei fatti uno dei più stretti alleati della Cina, sia da un punto di vista commerciale, sia da un punto di vista militare. Piccolo dettaglio da non dimenticare: l’Iran è sotto sanzioni da parte degli Usa e dei suoi alleati dal 2017. E dal 2017 la Cina è diventato il principale acquirente del petrolio e del gas iraniano. Parliamo, tanto per essere chiari, la Cina importa dall’Iran circa 1,4 milioni di barili al giorno nel 2025, aggirando le sanzioni occidentali. Praticamente ogni goccia di petrolio che l’Iran estrae prende la rotta della Cina. A questo si aggiunge un accordo di cooperazione siglato nel 2020 che prevede investimenti cinesi su infrastrutture industria e gas per 400 miliardi di dollari in 25 anni.

A tutto questo c’è poi da aggiungere la cooperazione militare. Iran e Cina, con la Russia in aggiunta, fanno esercitazioni militari congiunte – sovente proprio nello stretto di Hormuz – si vendono armi tra loro, condividono strategie. In altre parole, sono un’alleanza militare, formalizzata sotto il cappello della Shanghai Cooperation Organization, il cosiddetto gruppo di Shanghai, un’organizzazione intergovernativa fondata nel 2001 per la cooperazione in materia di sicurezza, economia e politica in Eurasia. In pratica, la Nato della Cina, in cui l’Iran è entrato nel 2023.

Questo fa capire perché l’attacco americano all’Iran è anche – se non soprattutto – un attacco alla Cina. E perché il blocco dello stretto di Hormuz, in ritorsione, è un attacco della Cina agli Stati Uniti. E perché il blocco del blocco deciso da Trump è un attacco degli Stati Uniti alla Cina. Gli effetti sono stati pesanti per entrambe  Di quanto l’ha pagata Trump, perlomeno sappiamo tutto: ha visto aumentare il prezzo del petrolio e dei fertilizzanti, e si è visto arrivare in casa lo spettro della recessione e dell’inflazione, cosa che ha fatto precipitare di nuovo il suo già claudicante consenso.

Ma la Cina? Innanzitutto, il blocco di Hormuz è un blocco a migliaia di barili di petrolio al giorno diretti in Cina. Ma c’è altro: può l’economia cinese permettersi una guerra lunga tra Usa e Iran? Non avendo un mercato interno come quello americano, l’economia cinese vive di esportazioni, di mercati aperti. E soprattutto deve crescere a ritmi elevati per mantenere la stabilità sociale, per sostenere la crescita della classe media e per gestire un alto debito interno.

E c’è anche altro ancora, però: perché la Cina ha anche da guadagnare, da questa guerra. Ad esempio, può consolidare il suo ruolo geopolitico come agente di stabilità, contrapposto a Donald Trump, agente del caos. Soprattutto nello scenario mediorientale, come spiega ancora Maggioni.

Certamente Pechino paga molto il rallentamento globale perché gran parte della crescita cinese è ancora legata all'export e quindi il riflesso è assolutamente immediato e se uniamo il rallentamento con la questione dell'approvvigionamento di petrolio, è chiaro che la Cina non ha nessun interesse nella prosecuzione di questa guerra, anche se di nuovo in modo del tutto cinese, quindi con un atteggiamento del tutto particolare, sta anche muovendo delle leve, delle leve strategiche sullo sfondo di questa guerra, per cui da una parte certamente accelera la conclusione del conflitto, ma dall'altra è come se facesse delle prove di influenza e sono prove che non necessariamente si vedono tutte, ma di cui si inizia a intuire il profilo.

Non solo, però. Perché la guerra tra Stati Uniti e Cina, per interposto Iran, è anche una guerra di valute e di tecnologie. Partiamo dalla moneta. La Cina ha da tempo l’obiettivo strategico di imporre la sua moneta, il Renminbi, come valuta globale, contrapposta al dollaro. Anche e soprattutto nel commercio petrolifero, soprattutto nel Golfo Persico. Di fatto, oggi la Cina sta cercando di imporre un nuovo standard e l’Iran, quando chiede il pagamento dei pedaggi per passare da Hormuz in Bitcoin o in Renminbi sta ancora giocando una partita cinese: quella della cosiddetta de-dollarizzazione dell’economia globale.

E poi c’è la grande partita dell’intelligenza artificiale a uso militare, che a quanto pare – lo dice un’inchiesta del Financial Times – la Cina sta mettendo in campo in questo conflitto per aiutare l’Iran a rispondere contro la potenza di fuoco di americani e israeliani. E anche qui, vale la pena di interrogare Monica Maggioni sul tema:

Quella che si sta combattendo in questo momento è una guerra che ha molto a che vedere, sì, con l'intelligenza artificiale e con le criptovalute. Le criptovalute c'entrano con questa guerra, nel senso che uno degli esperimenti che Pechino sta facendo è anche molto legato alla  superiorità del dollaro e il fatto di lavorare nell'ambito delle criptovalute, in questo momento sposta l'asse anche in ambiti che non sono quelli delle monete tradizionali, ma l'aspetto dell'intelligenza artificiale è un aspetto chiave. Sono in molti, sono in moltissimi esperti a pensare che Pechino sia il vero fornitore di expertise di intelligenza artificiale a Teheran e che la ragione per cui con tanta tantissima precisione molte delle basi americane nel Golfo sono state colpite proprio grazie ai sistemi sia di intelligenza artificiale che di di osservazione da satellite forniti da Pechino. Pechino ovviamente smentisce, il Financial Times ha pubblicato un lungo reportage proprio su questo.

La questione dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie è centrale in questo conflitto tra Usa e Cina, e non solo per questioni militari e di precisione dei missili. Alla base di tutto c’è la grande partita delle materie prime e dei semiconduttori. E sullo sfondo c’è sempre lei, Taiwan. L’isola leader mondiale nella produzione di semiconduttori che la Cina reclama per sé, ma che il mondo – anche chi, Usa compresi, non vorrebbe finisse in mani cinesi – non riconosce come un’entità statale indipendente.

C’è una copertina bella e inquietante dell’Economist di qualche settimana fa. Si vede Trump che urla in primo piano e il presidente cinese Xi Jinping che sorride sornione sullo sfondo. Tra i due c’è una frase. È un massima di potere attribuita non a Sun Tzu e alla sua arte della guerra, bensì a Napoleone Bonaparte. Dice: “Non interrompere mai un tuo nemico quando sta facendo un errore”. E in molti pensano che l’errore fatale di Trump in Iran, e pure in Venezuela, sia stato quello di attaccare uno Stato sovrano per rovesciarne il regime. Legittimando a posteriori l’invasione russa in Ucraina. Ma soprattutto una possibile futura invasione cinese di Taiwan. Non solo: c’è chi pensa che anche la Corea del Nord di Kim Jong Un – altro alleato cinese – possa presto sentirsi legittimata ad attaccare la Corea del Sud – altro alleato americano. Insomma, che il vaso di Pandora sia stato appena aperto. E che di demoni possano uscirne ancora parecchi.

Prima Pechino era la potenza che si preparava uno strappo su Taiwan quando si è, tra virgolette, accettato perché non è stato combattuto nello stesso modo da tutti il fatto che Putin entrasse in Ucraina un primo pezzo di legittimazione sostanziale si era trovata, ovviamente il contesto in cui c'è un America, c'è un presidente americano che dice che tutto quello che è l'ordine internazionale, tutto quello che è una modalità di azione sullo scenario internazionale che consideravamo consolidata, almeno da 70 anni è saltato, anche Pechino ovviamente non si sente più legata a nulla, ammesso che lo sia mai stata.

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