Sfruttavano il Decreto Flussi per ridurre in schiavitù i braccianti agricoli: 12 arresti a Potenza

“Una rete criminale transnazionale che operava attraverso la strumentalizzazione dei cosiddetti ‘decreti flussi', riducendo in condizioni di moderna schiavitù numerosi braccianti agricoli”.
Sarebbe questa l'accusa al centro della maxi-operazione dei Carabinieri dei Reparti Operativi del Comando Provinciale di Potenza e del Comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro di Roma nelle province di Potenza, Matera, Salerno, Piacenza e Lecco che ha portato all'arresto di 12 persone.
Nell'ambito dell'indagine, i militari hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare emessa dal GIP del Tribunale di Potenza su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti dei presunti responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata alla tratta di persone, all'intermediazione illecita e allo sfruttamento lavorativo.
L’operazione è partita dopo un’ispezione in materia di legislazione sociale e sicurezza sul lavoro eseguita nell’agosto 2023 presso un’azienda agricola di Grumento Nova, provincia di Potenza durante la quale sarebbe emerso l’impiego –in condizioni di grave sfruttamento– di numerosi cittadini extracomunitari.
L'organizzazione riduceva di fatto in condizioni di "moderna schiavitù" numerosi braccianti agricoli. Il meccanismo era suddiviso in fasi distinte e interdipendenti: gli intermediari all’estero selezionavano i lavoratori, spesso giovani vulnerabili e in condizioni di bisogno, inducendoli a versare somme variabili tra gli 8.500 e i 13.000 euro per ottenere il visto. Tale esborso, spesso finanziato dalle famiglie d’origine anche attraverso un pesante indebitamento, costituiva il primo e più stringente tassello della catena di "assoggettamento".
Questo passaggio li costringeva ad accettare degradanti condizioni lavorative.
Una volta giunti sul territorio nazionale, i braccianti venivano costretti a turni estenuanti, spesso eccedenti le 10-12 ore giornaliere, in cambio di paghe irrisorie non conformi ai contratti collettivi nazionali di categoria. Spesso i lavoratori venivano fatti alloggiare in strutture fatiscenti e prive di servizi essenziali. Gli indagati avrebbero fatto leva anche sulla vulnerabilità economica e psicologica dei lavoratori e al timore di non poter onorare il debito contratto con l’organizzazione.
Tutto questo sarebbe stato accompagnato dalle continue minacce fatte dagli indagati alle vittime di non far ottenere loro il permesso di soggiorno.