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Alaa Faraj sarà liberato: ammessa revisione processo. Era accusato di essere uno scafista della “strage di Ferragosto”

La Corte d’appello di Messina ha dichiarato ammissibile la revisione del processo nei confronti del 31enne libico Alaa Faraj, condannato a trent’anni per la “strage di Ferragosto” (49 migranti morti nel 2015), sospendendo l’esecuzione della pena e disponendone la scarcerazione. Il nuovo giudizio è fissato per il 9 ottobre. A dicembre aveva ricevuto la grazia parziale da Mattarella.
A cura di Biagio Chiariello
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Alaa Faraj
Alaa Faraj

La Corte d’appello di Messina ha dichiarato ammissibile la richiesta di revisione del processo a carico di Alaa Faraj, il cittadino libico di 31 anni condannato a trent’anni di reclusione per essere stato ritenuto uno degli scafisti del barcone naufragato nell’agosto del 2015, tragedia costata la vita a 49 persone e passata alle cronache come la “strage di Ferragosto”. Con la stessa decisione, i giudici hanno disposto la sospensione dell’esecuzione della pena, aprendo così la strada alla sua possibile scarcerazione.

Nuovo processo ad ottobre

La notizia, confermata dal legale del detenuto e riportata da LiveSicilia, segna un passaggio decisivo in una vicenda giudiziaria lunga quasi un decennio. “La richiesta di revisione da me presentata è stata dichiarata ammissibile. Ci sarà un nuovo processo di appello il prossimo 9 ottobre ma, nel frattempo, Alaa Faraj verrà scarcerato entro oggi”, ha spiegato l’avvocata Cinzia Pecoraro, che da anni segue il caso.

Secondo la difesa, la Corte avrebbe ritenuto rilevanti alcune nuove testimonianze raccolte nel corso del tempo, elementi che metterebbero in discussione la ricostruzione che ha portato alla condanna. “Si tratta di testimoni che, in modo chiaro, dimostrano la sua innocenza e che quanto ricostruito in sentenza non risponde al vero”, ha aggiunto Pecoraro, parlando di un risultato definito raro nel panorama giudiziario italiano. “Se tutto andrà per il verso giusto la pena sarà cancellata ed è quello che speriamo”.

Dal viaggio dalla Libia al naufragio nel Mediterraneo, la storia di Alaa Faraj

La storia di Faraj affonda le radici nell’estate del 2015. Ha 20 anni, è originario di Bengasi e sta frequentando il primo anno di Ingegneria quando lascia la Libia, travolta dalla guerra civile, per cercare un futuro in Europa. Il viaggio è su un gommone nel Mediterraneo centrale, una delle rotte più pericolose per i migranti diretti verso l’Italia.

È il 15 agosto quando il natante viene soccorso al largo del Mediterraneo. A bordo ci sono centinaia di persone: 313 sopravvissuti e decine di vittime, molte delle quali trovate nella stiva. Gli esami successivi stabiliranno che la causa dei decessi (se ne conteranno 49) è l’asfissia, provocata dall’inalazione dei fumi del motore in uno spazio chiuso e sovraffollato. Tutti i passeggeri vengono trasferiti sulla nave Siem Pilot di Frontex, poi sbarcati a Catania il 17 agosto.

Nelle ore successive allo sbarco, mentre i sopravvissuti vengono indirizzati nei centri di accoglienza, Faraj e altre persone vengono fermati e interrogati con l’accusa di essere gli “scafisti” dell’imbarcazione. Si apre così il percorso giudiziario, che rivela subito tutte le sue criticità. A partire dalle procedure di riconoscimento adottate nelle prime ore dopo lo sbarco, quando i sopravvissuti vengono ascoltati in condizioni di forte shock e disorientamento.

L’inchiesta e le criticità nelle indagini sugli “scafisti”

Secondo successive ricostruzioni e approfondimenti giornalistici, le identificazioni degli indagati sarebbero avvenute attraverso metodi eterogenei e in alcuni casi poco rigorosi, basati anche su criteri fisici, atteggiamenti osservati durante i soccorsi e su colloqui condotti in momenti concitati.

Nel tempo emergono inoltre testimonianze tutt’altro che lineari: alcune dichiarazioni risultano tra loro simili in modo quasi sovrapponibile, altre cambiano nel giro di poche ore, con versioni differenti su numeri, ruoli e dinamiche a bordo. In diversi casi, gli interrogatori avvengono con l’ausilio di interpreti non sempre adeguati o in condizioni che, secondo la difesa, non avrebbero garantito piena consapevolezza ai testimoni. Elementi che, letti a posteriori, finiscono per alimentare dubbi sulla solidità dell’impianto accusatorio.

Faraj condannato a 30 anni di carcere

Nonostante queste fragilità, il procedimento va avanti. Otto persone vengono rinviate a giudizio con le accuse di omicidio plurimo e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Nei vari gradi di giudizio arrivano le condanne: prima in primo grado, poi in appello e infine la conferma in Cassazione nel 2021, che rende definitiva la pena a trent’anni per Faraj.

Nel frattempo, però, la sua vicenda personale si intreccia con un percorso diverso dentro il carcere. Negli anni trascorsi al carcere dell'Ucciardone di Palermo, Faraj porta avanti gli studi: completa le scuole, si diploma e si iscrive all’università. Proprio dietro le sbarre conosce la docente e attivista Alessandra Sciurba, con cui avvia uno scambio di lettere che diventerà poi il libro Perché ero ragazzo, pubblicato da Sellerio. Un lavoro che attira attenzione anche fuori dall’Italia e che viene definito dal giurista Gustavo Zagrebelsky una “testimonianza civile”.

Intanto la sua difesa continua a insistere sulla possibilità di un errore giudiziario, depositando una richiesta di revisione del processo basata su nuove testimonianze di persone presenti sul barcone, secondo le quali non vi sarebbe stato alcun ruolo diretto di alcuni imputati nella gestione del viaggio. Una richiesta che nei mesi scorsi era stata inizialmente respinta, ma che oggi ha trovato un nuovo spiraglio con l’ammissibilità decisa dalla Corte d’appello.

La grazia parziale di Mattarella e la svolta recente

A Natale scorso, inoltre, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva concesso una grazia parziale, riducendo di oltre undici anni la pena residua. Un provvedimento che aveva comunque lasciato Faraj detenuto nel carcere Ucciardone, in attesa degli sviluppi giudiziari.

Ora la decisione della Corte d’appello di Messina cambia nuovamente lo scenario. La sospensione della pena e la fissazione del nuovo giudizio rappresentano un passaggio cruciale per una vicenda che ha sollevato molti interrogativi sulle indagini.

Il nuovo processo di revisione, fissato per il 9 ottobre, sarà chiamato a rimettere in discussione una delle condanne più discusse legate ai naufragi del Mediterraneo centrale.

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