La lettera-appello diffusa dal Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità e sottoscritta da 600 docenti universitari di tutta Italia sta facendo molto discutere in queste ore. I professori, rivolgendosi al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, al ministro dell'Istruzione Valeria Fedeli e al Parlamento hanno lanciato un allarme: gli studenti arrivano all'università senza essere in grado di scrivere e parlare un italiano corretto, con un bagaglio lessicale estremamente ridotto rispetto alle aspettative e senza conoscere le regole grammaticali di base. Secondo i docenti universitari firmatari dell'appello, in molti atenei si è resa di fatto necessaria l'istituzione di corsi di recupero per l'insegnamento della lingua italiana, introdotti nella speranza di riuscire a correggere gli "errori da terza elementare" che le matricole commettono.

I docenti firmatari dell'appello sostengono, quindi, la necessità di creare una "scuola davvero esigente nel controllo degli apprendimenti" perché "il tema della correttezza ortografica e grammaticale è stato a lungo svalutato sul piano didattico" e questo approccio ha portato al dilagare di questa sorta di analfabetismo di ritorno. Nel 2014, in un'intervista concessa al quotidiano Il Mattino, il celebre linguista Tullio De Mauro si focalizzò proprio su questo preoccupante fenomeno, spiegando che già negli anni '90 molti esperti del settore sottolinearono che in Italia "gli analfabeti non sono solo quelli che si dichiarano tali ai censimenti dell’Istat, ma molti altri", ovvero quella grande quota di popolazione adulta che non legge giornali né libri. L'analfabetismo di ritorno, infatti, comprende tutti quei soggetti che, pur essendo in possesso di titoli di studio come licenza media, diploma e laurea, non esercitando le competenze acquisite nel corso degli anni, finiscono per dimenticare quanto appreso.

Del problema dell'analfabetismo di ritorno si parlò molto nell'ottobre 2013, quando vennero diffusi i risultati dell'indagine "Programme for the international assessment of adult competencies" condotta dall'Ocse su un campione totale di 166mila adulti tra i 16 e i 65 anni. Dal rapporto dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico emerse che il 28% degli italiani, pur non essendo analfabeta, non possedeva le capacità minime richieste per la comprensione di un testo scritto, una percentuale ben al di sopra della media Ocse che si attestava al 15%.

La problematica relativa alle scarse conoscenze grammaticali e lessicali della popolazione italiana non è quindi emersa solo nel 2017 con la denuncia-appello dei 600 docenti universitari, ma è una tematica già affrontata nel corso del tempo e che ciclicamente torna alla ribalta. Se da un lato il fenomeno dell'analfabetismo di ritorno riguarda una grossa fetta di persone che non hanno acquisito titoli di studio superiori o specialistici, dall'altro lato il problema sollevato dal Gruppo di Firenze si riferisce invece a un segmento giovane che nonostante il possesso di un "pezzo di carta" ufficiale, non può vantare le competenze e conoscenze minime che dovrebbero invece essere richieste a chi lo consegue. Lapalissiano, dunque, sostenere che agli studenti in possesso di diploma di maturità o laurea non dovrebbe essere concesso il conseguimento del titolo di studio in mancanza di requisiti specifici, in particolare competenze lessicali, di scrittura e comprensione del testo. Ma allora, per quale motivo molti studenti giungono all'università senza saper scrivere in italiano corretto, tanto da dover costringere gli atenei ad attivare dei corsi di recupero per colmare le gravi lacune?

Evidentemente il nodo del problema va ricercato altrove, non scaricato sui docenti universitari che hanno diffuso l'appello e che in queste ore vengono attaccati da chi considera questa denuncia "strumentale" e finalizzata a screditare gli insegnanti italiani di scuole elementari, medie e superiori. Il dato di fatto è piuttosto chiaro e inequivocabile: esiste una percentuale di studenti in possesso del diploma di scuola superiore che non conosce i fondamenti della propria lingua madre e ciò, inequivocabilmente, significa che qualcuno questi studenti li ha promossi nonostante la presenza di queste gravi lacune.

Analizzando i dati ufficiali del ministero dell'Istruzione, emerge un trend che probabilmente, alla luce dell'allarme lanciato dal Gruppo di Firenze, nonostante andrebbe analizzato in maniera molto più approfondita, può comunque offrire una parziale risposta alla domanda posta: la maturità, soprattutto dagli anni '80 in poi, non è più vista come uno spauracchio o una prova difficoltosa, ma è diventata una sorta di banale passaggio obbligato che termina con la promozione del 99% degli studenti ammessi. Andando a ritroso, la percentuale di allievi promossi alla maturità negli anni '20 era del 60% circa, gradualmente salita al 70% negli anni '70, al 90% negli anni '80, per arrivare a sfiorare il 99,5% nel 2016, un inarrestabile trend sempre crescente. Nonostante le varie riforme della scuola che si sono susseguite nel corso dei decenni, la maturità sembra aver perso il proprio valore, come se bastasse frequentare le scuole superiori ed essere ammessi all'esame di Stato per essere praticamente certi, a meno di scivoloni grossolani, della promozione. Insomma, la maturità del canonico esame sembra aver ormai perso l'aura, ottenere un diploma di scuola superiore sembra sia un gioco da ragazzi che non richiede poi così tanto impegno, divenendo una mera formalità.

Nulla di male se alle percentuali bulgare rilevate dal Miur corrispondesse un livello di istruzione minimo richiesto per l'accesso all'università o al mondo del lavoro, ma dalle carenze emerse con la denuncia dei 600 docenti universitari quel che appare allarmante è che nel corso dei complessivi tredici anni di percorso scolastico obbligato per arrivare all'esame di Stato le carenze tendano ad accumularsi nel tempo senza che nessuno intervenga per correggerle o per, in casi irrecuperabili, bocciare e bloccare gli studenti che non risultano aver acquisito le competenze minime richieste dal livello di studi raggiunto.

Nel corso degli ultimi mesi, peraltro, è in discussione una bozza di legge delega volta a eliminare le bocciature alle scuole elementari, rendere più flessibili i giudizi degli insegnanti eliminando le votazioni numeriche che rischiano di non permettere agli alunni di recuperare le insufficienze gravi rastrellate nel corso dell'anno e che mira a semplificare il già troppo semplice esame di maturità. Forse, alla luce delle gravi lacune denunciate dai docenti universitari, la direzione da prendere dovrebbe essere diametralmente opposta: per ridare dignità alla scuola, alla maturità e all'istruzione in genere occorrerebbe rendere il percorso di studi più serio, abbandonando quest'idea utopicamente sessantottina che confonde il diritto all'istruzione con il diritto alla promozione d'ufficio per tutti.

Giusto e sacrosanto permettere a qualsiasi cittadino, di ogni razza, sesso e ceto sociale, di accedere al diritto all'istruzione. Giusto e sacrosanto finanziare gli studi degli allievi meritevoli ma privi di possibilità economica. Giusto e sacrosanto anche intervenire per correggere le carenze degli studenti e permettere loro di recuperare eventuali lacune. Ma in nessuna maniera si può considerare lecito confondere questo sacrosanto diritto universale di accesso all'istruzione con il diritto a ottenere il "pezzo di carta" in mancanza delle minime competenze richieste.