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Di Maio e il lavoro nero nell’azienda del padre: le colpe dei genitori non ricadano sui figli

Il ministro del Lavoro e vicepremier è più che criticabile per quanto concerne il proprio operato politico e le proprie personali azioni, ma non può essere considerato colpevole per eventuali reati commessi dai propri genitori. Così avremmo dovuto pensarla anche per Boschi e Renzi, tirati in mezzo a infinite polemiche a causa di fumosi affari familiari. Giusto che figlio debba farsi carico delle colpe dei genitori se effettivamente ha aiutato gli stessi a celare determinate condotte, allora ovviamente le colpe non sarebbero più solo dei padri. In caso contrario, però, incivile è chi pensa che un figlio debba vestire i panni del capro espiatorio per condotte mai direttamente messe in atto.
A cura di Charlotte Matteini
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Lavoratori in nero nell'azienda di famiglia del ministro del Lavoro e vicepremier Luigi Di Maio. La notizia è stata diffusa ieri dal programma televisivo Le Iene e ha immediatamente fatto deflagrare un'accesissima polemica. Secondo quanto raccontato dalla Iena Filippo Roma, tra il 2008 e il 2010, il papà di Luigi Di Maio avrebbe fatto lavorare in nero alcuni operai nella ditta edile di sua proprietà. Uno di questi operai, Salvatore Pizzo, si sarebbe ferito proprio durante il periodo di lavoro in nero e immediatamente sarebbe stato soccorso da Antonio Di Maio, che però gli chiese di mentire sull'origine dell'incidente in quanto – essendo un lavoratore in nero – una confessione avrebbe portato non pochi problemi al padre del ministro del Lavoro.

Interpellato dalla Iena Roma, Di Maio – dal 2014 socio al 50% della societàha detto di non saperne nulla e ha promesso di eseguire tutte le verifiche del caso. Subito dopo la diffusione della notizia, Di Maio è stato attaccato da molti esponenti politici delle opposizioni: numerosi deputati e senatori del PD, ad esempio, hanno ricordato al ministro del Lavoro il trattamento subito da Boschi e Renzi a causa dei guai legali dei genitori e hanno sostanzialmente assunto una linea di contestazione basata sul "chi la fa, l'aspetti".

Sebbene possa essere comprensibile il risentimento covato da persone che si sono ritrovate sulla graticola per questioni non direttamente legate a un condotta personale, non è possibile sostenere sia civile un atteggiamento basato sulla crocefissione di un figlio per colpe ascrivibili al proprio padre. Il ministro del Lavoro e vicepremier è più che criticabile per quanto concerne il proprio operato politico e le proprie personali azioni, ma non può essere considerato colpevole per eventuali reati commessi dai propri genitori.

Così avremmo dovuto pensarla anche per Boschi e Renzi, tirati in mezzo a infinite polemiche a causa di fumosi affari familiari. Giusto che figlio debba farsi carico delle colpe dei genitori se effettivamente ha aiutato gli stessi a celare determinate condotte, allora ovviamente le colpe non sarebbero più solo dei padri. In caso contrario, però, incivile è chi pensa che un figlio debba vestire i panni del capro espiatorio per condotte mai direttamente messe in atto.

Di Maio e molti altri esponenti politici in passato hanno strumentalizzato situazioni simili, questo è verissimo, ma francamente non vi è nulla di maturo o civile nel pensare che possa essere considerato saggio il mettere in atto lo stesso tipo di gogna mediatica al fine di agguantare una parziale rivincita sull'avversario.

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Milanese, classe 1987, da sempre appassionata di politica. Il mio morboso interesse per la materia affonda le sue radici nel lontano 1993, in piena Tangentopoli, grazie a (o per colpa di) mio padre, che al posto di farmi vedere i cartoni animati, mi iniziò al magico mondo delle meraviglie costringendomi a seguire estenuanti maratone politiche. Dopo un'adolescenza turbolenta da pasionaria di sinistra, a 19 anni circa ho cominciato a mettere in discussione le mie idee e con il tempo sono diventata una liberale, liberista e libertaria convinta.
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