Trasformano un camion militare in una casa e girano il mondo, Alessandro ed Elena: “Il futuro non sai cosa ti riserva”
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Tre anni di lavoro per trasformare un ex camion dell’esercito danese in una vera casa su quattro ruote, poi la partenza verso Est. Alessandro ed Elena viaggiano da marzo a bordo di ArMANdo, un mezzo del 2004 con appena 24mila chilometri che in passato era stato utilizzato dall’esercito danese per il trasporto di container destinati alla guerra nucleare, mai utilizzati. Dopo aver attraversato i Balcani, la Georgia, la Russia e l’Asia centrale, la prossima grande tappa è la Cina, dove contano di entrare a ottobre. Ma il loro non è un itinerario rigido: "Il mondo cambia velocemente: basta una guerra, basta un divieto e i piani saltano", racconta Alessandro. Sottolineano, però, che il viaggio non è soltanto una successione di Paesi da attraversare. La loro è una scelta di vita costruita negli anni, nata da una passione per l’esplorazione e diventata progressivamente un progetto a lungo termine. Alessandro, ex vigile del fuoco e viaggiatore da sempre, ed Elena hanno scelto di rallentare, liberarsi del superfluo e dare un valore diverso al tempo: "Non è partire per un viaggio, è partire per un progetto".
Partiamo da Armando, il protagonista un po’ insolito del vostro viaggio. Come avete recuperato un ex camion dell’esercito danese?
Si chiama ArMANdo, un nome che abbiamo scelto con un piccolo sondaggio tra gli amici e che deriva dalla parte centrale del nome della marca, MAN. Ha fatto il servizio militare nel terribile esercito danese ed era adibito al trasporto di container per la guerra nucleare, che naturalmente non sono mai stati utilizzati.
Dove l’avete trovato?
Eravamo in Arabia con l’altro camper e ci siamo resi conto che, per proseguire e dare seguito al nostro sogno del giro del mondo, ci voleva un mezzo più performante e soprattutto più personalizzato. Così abbiamo iniziato a cercare sui siti di vendita di mezzi militari e abbiamo trovato Armando in Germania. Aveva appena 24mila chilometri, quindi era praticamente nuovo; è del 2004, ma era rimasto fermo. Abbiamo dovuto ripristinarlo completamente: siamo partiti dal telaio, lo abbiamo scartavetrato e riverniciato, abbiamo sistemato la parte meccanica e poi abbiamo costruito tutto il resto.
Quanto lavoro c’è voluto per trasformarlo in una vera casa su quattro ruote?
Tre anni. Armando non era semplicemente un telaio: noi abbiamo costruito tutto quello che riguarda la parte abitativa, dalla progettazione alla scatola, fino agli impianti elettrico e idrico e ai mobili. Mi sono reinventato falegname, elettricista, idraulico, un po’ di tutto. È stato possibile anche grazie all’aiuto di mia moglie, che non si è mai tirata indietro.
Da quanto siete in viaggio e qual è il vostro progetto?
Siamo partiti a marzo e il nostro progetto è fare il giro del mondo. È però un progetto aperto, perché il mondo cambia velocemente: basta una guerra o un divieto e i piani saltano. Abbiamo già attraversato i Balcani, la Georgia, la Russia e l’Asia centrale e il prossimo obiettivo è entrare in Cina a ottobre. Abbiamo attraversato velocemente i Balcani, perché li avevamo già visitati in moto, e la stessa cosa vale per la Turchia, dove eravamo stati per tre mesi tornando dall’Arabia con il camper. Per noi il viaggio vero e proprio è iniziato dalla Georgia. Abbiamo fatto Georgia, Russia, poi un mese in Kazakistan, il massimo che ci concedeva il visto, quindi Kirghizistan, Uzbekistan, Tagikistan e siamo tornati più volte tra Kirghizistan e Kazakistan.
Qual è il Paese che vi ha colpito maggiormente?
Il Kirghizistan. Devi considerare che un popolo che ha sullo stemma della bandiera nazionale un pezzo della propria yurta, che è la tenda dei nomadi, ti fa capire quanto sia ben disposto verso il turismo nomade, come quello dei camper. Qui il viaggiatore viene sempre accolto. È una mentalità diversa da quella europea: anche se parcheggi, magari in città, basta chiedere il permesso e difficilmente qualcuno te lo nega. Anche in Arabia avevamo avuto la stessa sensazione: qui vieni visto come un viaggiatore e il viaggiatore viene accolto.
Un mezzo così grande non rende più complicati gli spostamenti?
Più che difficoltà, io ci trovo un sacco di vantaggi. Un mezzo così grande ci permette di avere una grande autonomia a livello idrico ed energetico e tutte quelle comodità che servono nei viaggi a lungo termine. Un sacrificio puoi farlo per sei mesi, un anno, magari due, ma se vuoi fare un viaggio lungo come quello che abbiamo intenzione di fare noi, per oltre un decennio, le comodità servono.
Come avete organizzato la vita quotidiana a bordo?
Abbiamo puntato molto sull’autonomia, anche con un occhio all’aspetto ecologico. Siamo completamente alimentati dai pannelli solari, raccogliamo acqua da diverse fonti e abbiamo un potabilizzatore, quindi beviamo l’acqua dei nostri serbatoi senza dover utilizzare bottiglie di plastica. Abbiamo anche la lavastoviglie e la lavasciuga. Siamo molto attenti agli sprechi e ai consumi.
Avete mai avuto guasti o siete mai rimasti bloccati da qualche parte?
Per adesso no. Però bisogna considerare che anche questi mezzi hanno i loro guasti e che, quando succede, i problemi si possono risolvere sul posto. Una delle difficoltà è anche uscire dalla propria bolla di comfort.
Avete incontrato molte persone incuriosite dal vostro viaggio e dal camion?
Sì, tantissime. Noi siamo molto predisposti a fermarci e chiacchierare e le persone sono molto curiose di vedere il mezzo, sia all’esterno sia all’interno. Quando diciamo che siamo italiani si illuminano.
C’è un incontro che vi è rimasto particolarmente nel cuore?
Ce ne sono tantissimi. L’ultimo, di due giorni fa, è stato con una coppia di italiani ultrasettantenni che viaggiava da queste parti con una Jeep e una tenda sul tetto. Sono viaggiatori da sempre. Lui ha fatto anche la Dakar e mi ha colpito molto la loro voglia di viaggiare. Avevano persino una bambina di un anno e mezzo quando sono partiti per andare in Giappone in treno. Ci sono sempre storie da ascoltare e da cui imparare: anche noi siamo qui per imparare.
E un momento del viaggio?
Siamo stati tre giorni su un lago a 3.500 metri e abbiamo fatto una cena all’aperto con la coppia che avevamo conosciuto. Avevamo un tavolino dove entravano a malapena quattro piatti, quindi ognuno teneva il proprio in mano, con un tramonto spettacolare. Ho detto che era “il ristorante più bello degli ultimi dieci anni”. Avevamo preparato semplicemente un piatto di pasta, niente di eclatante, ma era buonissimo. Era bella la compagnia ed era bellissima l’ambientazione; è questo che ti fa cambiare il valore che dai alle cose.
Dopo tutto quello che avete visto e vissuto, è cambiato il vostro modo di concepire la vita quotidiana?
Assolutamente sì. La prima cosa è il tempo. Molte volte sembra che ci sia tempo per fare tutto nella vita, invece no: magari ti ritrovi anziano e acciaccato e non hai fatto quello che volevi. Noi abbiamo deciso di prenderci il nostro tempo e gli abbiamo dato un valore diverso.
È stato difficile imparare a viaggiare lentamente?
Sì, perché all’inizio ci portavamo dietro il nostro quotidiano: la fretta, il voler vedere tutto e sempre di corsa. Invece abbiamo imparato a rallentare e a vivere la vita con più serenità e semplicità. Quando succede qualcosa di inconveniente, lo accettiamo e cerchiamo di risolvere il problema. Abbiamo iniziato a dare un valore diverso alle cose più semplici. Alla fine ci basta poco: abbiamo le nostre quattro cose per vestirci e non sentiamo più il bisogno di fare shopping. Qui nessuno ti giudica se ti vede vestito uguale per due giorni.
Quali sono le prossime destinazioni che sognate?
Mi piacerebbe molto andare in Australia e Nuova Zelanda, soprattutto in Nuova Zelanda. E poi ci manca tutto il continente americano, sia il Nord sia il Sud. Abbiamo fatto qualche viaggio, come New York, e Alessandro in gioventù ho fatto anche un coast to coast in moto, ma ci manca un vero viaggio in cui andare a vivere per qualche anno in quei continenti. Volevamo anche andare in Giappone ma ci hanno negato l’ingresso con ArMANdo perché sforava di “ben” 9 centimetri. Ci andremo, ma magari con lo zaino in spalla. Non siamo fissati con il mezzo: siamo molto elastici. Ci sono zone che vanno visitate a piedi, altre in bicicletta, altre ancora in autobus. Il nostro obiettivo è vedere più mondo possibile. Il camion ci aiuta in gran parte di questo mondo, ma in alcune zone può diventare un limite. Dove non possiamo arrivare con la nostra casa, andremo in un altro modo.
Qual è lo scopo principale del vostro viaggio?
Conoscere nuove culture, conoscere nuovi Paesi e aprire la mente. Viaggiare ti fa diventare più tollerante e più disposto alla diversità.
Vi chiedono spesso come siete arrivati a fare questa scelta di vita. Qual è la vostra risposta?
Noi non siamo figli di notai o di avvocati. Siamo due persone che hanno lavorato e fatto delle scelte. Da quando ci siamo conosciuti, l’obiettivo del giro del mondo era nell’aria. Siamo due nomadi nati, secondo me: due anime nomadi che si sono trovate.
Come avete fatto a prepararvi economicamente per partire?
Io ero vigile del fuoco, Elena era responsabile d’area per un’azienda di chirurgia orale. Abbiamo sempre cercato di mettere da parte i soldi e fatto anche secondi lavori, per esempio collaborando con delle riviste, per aumentare questo gruzzoletto. Il nostro obiettivo era arrivare alla pensione e partire.
Che cosa direste a chi ha un progetto nel cassetto ma non trova il coraggio di realizzarlo?
L’importante è partire. E non è partire per un viaggio: è partire per un progetto. Un progetto che magari hai nel cassetto e non hai il coraggio di tirare fuori. Invece basta fare il primo passo.
Continuerete davvero a viaggiare per altri dieci anni?
Questo è l’obiettivo. Però non viviamo per sempre sul camion. Abbiamo la nostra casetta in un piccolo borgo in Umbria e ci piace tornare. Interrompere il viaggio fa sì che, quando riparti, ci sia meno assuefazione, altrimenti ci si abitua a tutto. Anche il viaggio ha bisogno delle sue pause.