Storie di viaggio e avventure in giro per il mondo

Monica lascia il lavoro e fa il giro del mondo in bici: “Mi ha insegnato a dare il giusto valore al tempo”

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Monica Consolini ha fatto il giro del mondo in bicicletta, il mezzo che più si adatta alla sua idea di viaggio e scoperta: lo ha raccontato a Fanpage.it.

Monica Consolini dal primo viaggio in bicicletta, non si è mai più fermata: ha capito che era il mezzo che le avrebbe permesso di scoprire e capire il mondo, di conoscere nuovi posti e nuove culture. Dopo aver rimandato per molto tempo, ha concretizzato il progetto del giro del mondo in bicicletta: è stata via due anni. È stato faticoso, certo e non solo fisicamente: a Fanpage.it ha ammesso che serve una certa preparazione anche mentale, perché bisogna fare i conti con la solitudine, con gli imprevisti. Ma non è impossibile! Non pensa di ripetere la stessa avventura una seconda volta, ma sa che oggi è una persona diversa da quella che è partita due anni fa: ora ha le idee più chiare su chi è e su cosa vuole fare, non è disposta a scendere a compromessi coi suoi valori. Ha visto Paesi poveri dove le persone che non hanno nulla gioiscono con poco: "Noi abbiamo così tanto e lo diamo per scontato".

Monica quando hai iniziato a fare i primi viaggi in bici?

Ho cominciato intorno ai 20 anni. Io abito al Lago di Garda e un giorno un mio collega di lavoro mi dice: "Lo sai che c'è una ciclabile che porta fino a Innsbruck?". Effettivamente io vedevo spesso passare cicloturisti ma non mi ero mai chiesta da dove venissero e dove andassero. Mi sono incuriosita e così sono partita con una mia amica, a bordo di due bici scassatissime! E siamo andate a Innsbruck.

E da lì non ti sei più fermata praticamente! Cosa ti piace del viaggiare in bici?

Sì, ad allora ho iniziato a fare ogni anno viaggi in bicicletta. La bici permette di entrare più in contatto con le persone, di vedere bene posti, le culture e le tradizioni. È un bellissimo mezzo per abbattere le barriere.

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Come è nato il progetto del giro del mondo?

Il progetto del giro del mondo è nato proprio dopo Innsbruck ed è nato in modo banale. A me quei 350-400 km fino a Innsbruck all'inizio sembravano una cosa lunghissima, impossibile da fare. Quando sono tornata, invece, ho capito che era stato fattibile. Che ci ero riuscita davvero. Avevo diviso le le tappe e mi concentravo sulla singola giornata. Quindi ogni giornata facevo i miei 60-80 km. È la somma che poi ti porta a fare distanza. E quindi ho pensato: "Così facendo posso andare ovunque, anche a fare il giro del mondo". Certo, ci ho messo un bel po' a concretizzare il progetto: dieci anni più o meno. Me la sono studiata bene, ho dovuto prendere coraggio. Arrivata alla soglia dei 30 anni mi sono detta: "È il momento, o ora o mai più, altrimenti il tempo passa".

Come hai stabilito il tragitto?

Ho scelto l'itinerario mettendo insieme tutti i posti che volevo vedere, me li sono studiati, ho fatto anche molte ricerca sulle culture locali. Il motivo per cui viaggio è proprio capire le culture diverse. Certo, viaggiare ti permette di vedere posti molto belli, ma poi quello che ti rimane è l'incontro con le persone. Quindi sono partita da Belgrado e ho fatto Praga, Grecia, ho traghettato in Turchia, poi Georgia, da lì ho preso un volo per il Kazakistan e da lì ho fatto Uzbekistan, Tajikistan, Kirgistan con la Pamir Highway e sono tornato in Kazakistan. A quel punto ho volato in Mongolia e da lì Cina: da Pechino ho volato a Vancouver e da lì ho iniziato a scendere lungo la costa pacifica fino a San Diego, da Los Angeles ho volato a Quito in Ecuador e poi Perù, Bolivia, Cile, Argentina. Da lì sono rientrata in Europa: Madrid, Portogallo, Barcellona e ho tragitato in Sardegna, poi Corsica, Livorno e sono tornata a casa.

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Tutto questo in due anni?

Due anni, esatto.

E come si parte per il giro del mondo in bici? Cosa avevi con te?

Ovviamente solo le cose essenziali. Fondamentalmente avevo un cambio: un pantalone che facesse da lungo e corto, una maglietta a maniche lunghe, una felpa e una giacca pesante.  Mi vestivo a strati: comunque dovevo passare da -15 a 40 gradi. Poi avevo la tenda, un fornelletto, materassino col sacco a pelo per campeggiare, qualcosa di elettronica, chiaramente ricambi per la bici, kit di primo soccorso, filtro dell'acqua.

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Quanto ti è costata questa avventura?

Mi ero data un budget di 10 euro al giorno, voli esclusi e sono riuscita a mantenerlo nonostante i vari imprevisti. Ho avuto due infortuni e in caso sono stata costretta a stare in ostello per un mese. A parte questo ho campeggiato il più possibile o avevo qualcuno che mi ospitava.

C'è stato un momento in cui hai pensato di mollare, di tornare indietro o un momento in cui hai avuto particolarmente paura?

Il momento più difficile è stato quando ho fatto la polmonite in Mongolia, ma nemmeno in quel momento ho mai pensato di tornare indietro. Anzi, avevo la pura opposta: quella di dover interrompere e dover per forza tornare a casa! Fortunatamente si è risolta in modo che io potessi rimanere e quindi non sono tornata indietro, però non c'è mai stato un momento che mi ha fatto venire la tentazione di mollare. La voglia di scoprire, di di vedere è sempre più forte.

Hai avvertito pregiudizi su di te, in quanto donna che viaggia da sola?

Io quando parlo con qualche altra ragazza mi chiedono sempre: "Ma non hai paura?". In realtà è più una paura che ci viene messa nella testa o che ci portiamo dietro, ma è infondata. O meglio: è ovvio che essere una donna in viaggio richiede delle attenzioni in più. Però è anche vero che viaggiando sviluppi un intuito che ti permette di tirarti fuori dei guai prima che succedano. Le persone buone sono più di quelle da cui bisogna stare attenti. Il mondo è meno brutto di quanto ce lo raccontano, è meraviglioso. Forse la stazione di Verona la notte può essere più pericolosa che attraversare l'Uzbekistan da sola. Certe cose possono succedere ovunque. La prima domanda di solito era: "Sei sposata?". Ma non mi dava fastidio, capisco che in alcuni Paesi funziona diversamente.

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Qual è la cultura che ti è rimasta più nel cuore?

Sono due. Una è il popolo mongolo. Io in Mongolia poi dopo ci sono tornata, perché appunto ero stata male e quindi mi mancava, non l'avevo visitata bene. Sono persone incredibili, hanno un grande rispetto, sono molto accoglienti, vivono con pochissimo. E poi il Cile per la loro solarità e accoglienza.

Invece paesaggi che ti sono rimasti particolarmente impressi?

Chiaramente il Pamir in Mongolia, con questo cielo che non ha confine. Poi pazzesco la Ruta del las Lagunas in Bolivia, che forse è stato il posto più difficile di tutto il viaggio: un paesaggio lunare, sembra di stare fuori dal mondo. Poi Patagonia, Amazzonia: ci sono dei suoni che io non ho mai sentito in nessuna altra parte del mondo! L'Amazzonia la porto nel cuore.

Rifaresti il giro del mondo in bici una seconda volta?

È un trampolino di lancio, ti fa venire voglia di non fermarti più. Però non lo rifarei. Sono contenta di come è andata e continuerò a viaggiare sicuramente, ma per meno tempo. Stare via due anni è impegnativo: io per farlo ho lasciato il lavoro. Ma è impegnativo anche mentalmente: sei distante dalla famiglia. Serve una bella testa, bisogna prepararsi, avere la motivazione giusta. Io avevo la curiosità come molla che mi spingeva ad andare avanti, perché ogni giorno c'era qualcosa di nuovo.

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Come ci si abitua alla normalità dopo due anni di libertà in giro per il mondo?

Non ci si riabitua davvero. Quando sono tornata a gennaio c'è stato un momento di depressione: non sapevo cosa fare della mia vita, tutto aveva perso valore. È inevitabile, vieni da due anni in cui capisci il valore delle cose veramente importanti, del parlare con le persone, del muoverti, dello stare nella natura. Poi torni ed è tutto schematico, ci sono un sacco di regole, sono tutti arrabbiati. Dopo aver fatto i due mesi in Mongolia è andata meglio, sono tornata con le idee più chiare su cosa fare, quindi non sono più in quella fase di smarrimento. Ora so che non mi riabituerò più a questo sistema, ma so anche che ci devo vivere, quindi devo trovare un un punto di incontro, ma facendo in modo che la mia vita segua i valori che mi sono data.

Chi sei oggi dopo questo giro del mondo, cosa hai imparato?

Sicuramente a dare il giusto valore al tempo. Non potrei mai fare un lavoro che mi tiene 8 ore in ufficio, voglio stare all'aria aperta e a contatto con le persone. Oggi faccio le cose perché le voglio fare, non perché devo o sono obbligata.

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