Il viaggio a piedi di Yuri Basilicò sul sentiero più lungo del mondo
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Nata come iniziativa di tre amici che volevano scoprire e raccontare il sentiero più lungo d'Italia, l'associazione Va Sentiero sbarcherà nelle sale cinematografiche il prossimo 22 ottobre con l'omonimo film documentario. A cinque anni dalla fine di quella lunga spedizione, durata dal 2019 al 2021 lungo il Sentiero Italia, il materiale video realizzato all'epoca è stato raccolto. Il risultato è un'opera che chiude un cerchio, nel pieno rispetto dello spirito con cui Yuri Basilicò, Sara Furlanetto e Giacomo Riccobono si erano lanciati a capofitto verso l'inizio dell'avventura: il viaggio è solo la struttura portante, la protagonista è la montagna. Yuri Basilicò ha raccontato a Fanpage.it come quella che sembrava una follia è diventata una realtà che, attraverso eventi, contenuti multimediali e ora anche un film, mette in secondo piano quella che può essere l'epicità di una spedizione per raccontare, a una community ormai molto appassionata, lo stato di salute delle nostre bellissime montagne.
Come e, soprattutto, da quali esigenze nasce Va Sentiero?
Va Sentiero è un progetto nato ormai quasi dieci anni fa, nel 2017, dalla casuale scoperta di un lunghissimo sentiero, il Sentiero Italia, che all'epoca era per lo più sconosciuto e abbastanza dimenticato. Me ne parlarono alcuni ragazzi svedesi conosciuti durante un viaggio in Corsica e poi, approfondendo, scoprii che è il più lungo del mondo e misura circa 7.800 chilometri, unendo tutte le montagne italiane, comprese quelle delle isole. Con Sara e Giacomo abbiamo dato vita a all'associazione, con l'idea di organizzare un gruppo che potesse percorrere tutto il sentiero e documentare a 360 gradi il percorso in sé, ma soprattutto i territori intorno a esso.
Da dove si comincia a organizzare un viaggio di questa portata?
Abbiamo formato un piccolo team, ma nessuno di noi aveva alcuna esperienza in questo campo. Ci abbiamo messo due anni, dal 2017 al 2019. Abbiamo organizzato tutto il percorso e studiato le mappe. Poi abbiamo dovuto trovare i fondi per realizzare quello che avevano in mente. Volevamo che la spedizione fosse portata avanti da un gruppo che potesse documentare tutto, per renderla un'esperienza alla Forrest Gump che coinvolgesse il pubblico, facendolo camminare con noi. Per fare ciò, però, servivano parecchi soldi.
La ricerca di sponsor ha richiesto tanto tempo?
È stata la parte in assoluto più complessa. Abbiamo iniziato presentando il progetto a qualsiasi interlocutore, dal più piccolo fino ai ministeri. Poi ci siamo messi a cercare delle partnership. Molti sponsor si dicevano entusiasti dell'idea, ma che si sarebbero messi in corsa solo se ne avessimo trovati altri. Nessuno voleva essere il primo e rischiare di essere l'ultimo. Siamo arrivati al 2019, l'anno in cui dovevamo partire, ancora senza un euro in tasca.
Come ne siete usciti?
Con le spalle al muro, abbiamo deciso di aprire un crowdfunding. Il format era "all or nothing": avevamo fissato una cifra minima di 25.000 euro e, in caso non fosse stata raggiunta, tutti i soldi sarebbero ritornati a chi li aveva donati. È stato un grande successo, non solo perché ci ha dato i fondi per partire in tempo, ma anche perché ci ha mostrato che l'idea che avevamo in testa era molto sentita anche a livello di community.
Una volta in viaggio, come eravate organizzati?
Per quei tre anni il viaggio è stato la nostra vita. Eravamo un team di otto persone con compiti ben precisi. C'era chi si occupava della cambusa e chi faceva da guida. Dal punto di vista dei contenuti qualcuno faceva le foto, mentre altri seguivano i social e la realizzazione dei video. Poi ovviamente c'erano gli incaricati a gestire la logistica delle tappe e dei pernottamenti. Abbiamo dormito davvero ovunque: a volte nelle stalle, ma anche nei bivacchi, nei rifugi e in tenda. In generale era un lavoro ben orchestrato, che permetteva sia di far progredire la spedizione che di raccontarla.
Il documentario, quindi, è la chiusura di un cerchio?
Il film è un po' l'ultimo tassello di tutto il lavoro fatto finora. Finita la spedizione, abbiamo passato un paio d'anni a lavorare con tutto il materiale raccolto. Abbiamo pubblicato la guida digitale, realizzato una mostra fotografica e fatto un libro con Rizzoli, l'ultima cosa che ci mancava era realizzare un documentario. Avevamo un videomaker in spedizione con noi, Andrea Buonopane, che è il regista di questo film. Da tempo volevamo fare di tutti quei video un documentario e ora siamo riusciti a trovare delle associazioni che ci hanno finanziato.
In che modo il film mantiene vivo lo spirito di quella spedizione?
Io e Sara Furlanetti ci abbiamo lavorato come autori e produttori esecutivi. Volevamo che si mantenesse l'idea di non raccontare un'impresa in se, ma di tracciare, attraverso il viaggio, un ritratto delle montagne italiane. È un po' il coronamento di quello che era l'obiettivo originale di Va Sentiero: il viaggio c'è, ed è chiaramente la spina dorsale che porta avanti la narrazione del film, però il focus è in primis sulle montagne, sul loro stato di salute sia dal punto di vista ambientale che antropologico.
La missione di quel primo grande viaggio, oggi la mandate avanti anche in altri modi?
Lavoriamo soprattutto sulla promozione e la documentazione di lunghi sentieri di montagna. Ad esempio, abbiamo fatto una spedizione in cui abbiamo raccontato il Sentiero della Pace, un percorso da trekking che attraversa tutto il Trentino. Poi abbiamo lanciato il Va Sentiero Fest, un festival di 2-3 settimane lungo un sentiero di qualche centinaio di chilometri. Per l'edizione di quest'anno abbiamo attraversato tutto il Parco del Pollino, dalla costa tirrenica fino alla costa ionica della Calabria, portando le persone a camminare e inserendo una serie di eventi culturali lungo le tappe.