La Sardegna soffoca sotto l’assalto delle barche, il video delle baie da sogno trasformate in parcheggi

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Spiaggia di Cala Corsara, Sardegna
In Sardegna le baie più belle sono prese d’assalto dalle barche: ancore che danneggiano la Posidonia, rumore, rifiuti e rischi per bagnanti e sub. Il biologo Roberto Danovaro, massimo esperto di ecosistemi marini spiega a Fanpage.it perché il danno ambientale è veramente rilevante.

Come ogni estate, anche quest’anno la Sardegna è stata presa d’assalto dal turismo. Un fenomeno che riguarda non solo le località più conosciute, ma anche (e soprattutto) le piccole baie e le calette che hanno reso l’isola una delle destinazioni balneari più amate del Mediterraneo. Il problema è che nei luoghi più fragili l’overtourism non è presente soltanto sulla terraferma, ma arriva anche dal mare. Le immagini che stanno circolando su Instagram sono infatti preoccupanti. Nelle ultime settimane davanti ad alcune delle spiagge più belle della Sardegna si sono concentrate decine, forse anche centinaia, di imbarcazioni tra gommoni, catamarani, yacht e barche a noleggio. Il paradosso c’è ed è evidente: mentre alcune spiagge vengono sottoposte a rigide restrizioni per proteggere gli ecosistemi, il mare immediatamente davanti alle calette può trasformarsi in un vero e proprio parcheggio di barche, un porto immerso nella natura incontaminata. È il caso emblematico di Cala Coticcio, sull’isola di Caprera, una delle aree più tutelate del Parco Nazionale dell’Arcipelago di La Maddalena: la spiaggia sarebbe infatti sottoposta a massima tutela e l’accesso via terra è regolamentato, con ingressi limitati e accompagnamento da parte di guide. Eppure le immagini che circolano sul web dicono tutt’altro. Ma quali sono i rischi per l’ambiente e per le persone? Fanpage.it ne ha parlato con la dermatologa Ines Mordente e Roberto Danovaro, biologo marino, professore all’Università Politecnica delle Marche e presidente della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli, tra i principali esperti italiani nello studio degli ecosistemi marini.

Ancore e Posidonia: cosa succede al mare

A spiegare quali siano le conseguenze di questa concentrazione di imbarcazioni è Roberto Danovaro, biologo marino, espero proprio di ecosistemi marini. "Da un punto di vista scientifico è stato accertato che l’impatto di queste imbarcazioni è multiplo", spiega Danovaro a Fanpage.it. E il primo problema riguarda proprio ciò che accade sotto la superficie dell’acqua: "Un danno ambientale dovuto all’attività di ancoraggio". Quando le barche si avvicinano alla costa e gettano l’ancora, infatti, possono danneggiare i fondali, soprattutto le praterie di Posidonia oceanica. Si tratta di un habitat 1120 di interesse comunitario prioritario per l’Unione Europea e fondamentale per l’equilibrio degli ecosistemi costieri: "Quasi tutte queste ancore determinano un danno fisico molto grave, in particolare sulle praterie di Posidonia oceanica", sottolinea. Il problema non riguarda soltanto la pianta colpita nel momento in cui l’ancora viene calata, perché la Posidonia svolge infatti anche una funzione fondamentale nella protezione delle coste dall’erosione: "Pensiamo a qualche centinaia di imbarcazioni che fanno alcuni ancoraggi, tolgono la Posidonia: l’anno prossimo quella spiaggetta è erosa". Il danno, inoltre, può essere molto più esteso di quanto sembri a prima vista: "Ogni ancora può incidere per anche un metro quadrato sul fondale tra quando si attacca, si stacca, la barca si appoggia, eccetera, con costi di migliaia di euro per ogni volta che ancoriamo, ogni singola ancora", aggiunge Danovaro. Nei video poi molte delle imbarcazioni ascoltano musica ad altissimo volume: "Un altro elemento essenziale riguarda l'inquinamento da rumore. Il rumore si diffonde 900 volte di più in acqua che in aria e questo determina allontanamento, stress e altre problematiche gravi per l’habitat marino. L’impatto anche in questo caso è importante e pericoloso".

Il rischio per chi fa il bagno

C’è poi un terzo aspetto, questa volta legato direttamente alla sicurezza delle persone. Una baia invasa dalle barche non è soltanto più rumorosa e meno piacevole per chi cerca un angolo di mare tranquillo: può diventare anche più pericolosa per chi nuota, fa snorkeling o pratica immersioni. "Con quella densità di mezzi il problema che io vedo maggiore è quello che purtroppo abbiamo verificato: un diportismo, se non della domenica, dell’estate, di persone prive di esperienza che possono uccidere o ferire dei sub", spiega Danovaro. Il rischio è particolarmente elevato proprio nelle baie e nelle calette dove si concentrano le attività di snorkeling e immersione: "Sono le zone dove vengono fatte attività di snorkeling, le attività di immersione, quindi diciamo il problema degli incidenti in mare. A rendere ancora più difficile la situazione c’è poi la vastità delle aree da controllare, è impossibile per la Guardia Costiera controllare ovunque una tale congestione di mezzi e quindi i rischi sono particolarmente elevati", fa notare Danovaro. E l’inquinamento dell’acqua? Anche in questo caso il quadro è più complesso di quanto potrebbe sembrare. Le imbarcazioni possono perdere piccole quantità di olio o gasolio e, quando sono moltissime, possono verificarsi anche episodi legati alla dispersione di rifiuti e plastica. Tuttavia, secondo Danovaro, non ci sono evidenze scientifiche sufficienti per indicare la concentrazione temporanea di barche da diporto come un problema diretto per la salute di chi fa il bagno: "Non mi sentirei di evidenziarla come un problema per la salute umana", chiarisce.

La dermatologa Ines Mordente invita comunque alla prudenza e a osservare meglio la qualità dell’acqua: "Fare il bagno in mare in una zona molto frequentata da imbarcazioni non rappresenta di per sé un rischio dermatologico, ma è importante considerare la qualità dell’acqua. La presenza di molte barche può  associarsi, soprattutto in aree poco ventilate o con scarso ricambio d’acqua come porti, baie e rade molto affollate, a una maggiore presenza di carburanti, oli, residui di combustione o altre sostanze contaminanti". Mordente spiega infatti che: "Il contatto occasionale con acqua contaminata può provocare soprattutto fenomeni irritativi, come arrossamento, prurito o dermatite, in particolare nei soggetti con pelle sensibile, dermatite atopica o con una barriera cutanea già compromessa. Anche piccole ferite o escoriazioni possono rappresentare una maggiore porta d’ingresso per microrganismi presenti in acque di scarsa qualità. Questo però non significa che vedere molte barche debba automaticamente far considerare il mare “pericoloso”, il parametro realmente importante è la qualità microbiologica e chimica dell’acqua e l’eventuale presenza di divieti di balneazione". In quanto dermatologa consiglia quindi di evitare acqua che già a primo impatto sembra particolarmente sporca, con chiazze oleose, cattivo odore o evidenti residui in superficie e soprattutto: "Dopo la balneazione è comunque una buona abitudine fare una doccia con acqua dolce, soprattutto per chi ha una pelle particolarmente reattiva”.

Dalla Maddalena a Porto Cervo, le baie più colpite

L’area più esposta è quella della Gallura e dell’arcipelago di La Maddalena, dove la concentrazione di barche raggiunge livelli particolarmente alti durante l’estate. Tra le zone più note ci sono l’isola di Mortorio, Cala Coticcio e l’isola di Caprera assieme alle altre calette dell’arcipelago della Maddalena, ma anche il tratto della Costa Smeralda compreso tra Cala di Volpe, Porto Rotondo e Porto Cervo, dove durante l’estate la presenza di grandi imbarcazioni è costante. E il tema delle sanzioni rende ancora più evidente la differenza con quanto avviene in altri Paesi. In Francia, a luglio 2026, il conducente di un grande yacht, è stato condannato in primo grado a una multa di 90mila euro e a tre anni di interdizione dalla navigazione nelle acque francesi per aver ancorato in una zona vietata sopra una prateria di Posidonia protetta. Il confronto fa discutere soprattutto perché a essere coinvolti sono spesso yacht e grandi imbarcazioni appartenenti ai turisti più ricchi, capaci di raggiungere luoghi che per gli altri visitatori vengono invece sottoposti a restrizioni sempre più rigide. Il mare non può essere considerato uno spazio senza regole: sotto le acque trasparenti della Sardegna ci sono habitat che possono impiegare decenni per riprendersi dai danni e, in superficie, ci sono anche persone che nuotano, fanno snorkeling e si immergono. Spiega Danovaro: "Il problema è che il danno ambientale è veramente rilevante. Finché noi non perseguiamo queste cose, la gente penserà che mettere l’ancora sopra la prateria di Posidonia sia un modo per attaccare bene".

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