“La droga mi rubava la vita, pedalando l’ho ritrovata”: dopo 20 anni di dipendenza Antoine rinasce viaggiando in bici

Pedalare per tornare a vivere. Percorrere migliaia di chilometri per ritrovare la realtà dopo vent’anni trascorsi nella dipendenza. Quella di Antoine è una storia che ha qualcosa di sorprendente: dopo aver toccato il fondo con crack e cocaina, un giorno decide di salire in sella a una bicicletta e partire senza una meta precisa. Da allora ha attraversato Francia, Spagna, Portogallo, Italia e Svizzera, riscoprendo il valore degli incontri, della fiducia e delle piccole cose. Un viaggio che non è stata una fuga, ma una rinascita, e che oggi racconta sui social per dimostrare che uscire dalla dipendenza è possibile. A Fanpage.it Antoine parla dei suoi piccoli passi verso la guarigione, dal momento in cui ha deciso di riprendere in mano la sua vita agli ultimi 9 mesi trascorsi in giro per l'Europa.

Hai vissuto circa vent’anni di dipendenza. Qual è stato il momento in cui hai deciso di riprendere in mano la tua vita?
Per vent’anni ci pensi tante volte, ma non riesci davvero a uscirne. Il vero punto di svolta è arrivato quasi due anni fa. Tornando dalle vacanze, la mia compagna mi ha lasciato e sono tornato a vivere da mio padre; quello è stato anche l’anno in cui consumavo più crack. Per tutto quel periodo ero conosciuto come uno che faceva molta festa, ma nessuno sapeva della mia dipendenza dal crack. Vivevo una doppia vita e mi nascondevo anche dietro alla relazione che avevo: nemmeno la mia compagna ne era a conoscenza. Quando sono tornato da mio padre, sono precipitato ancora di più: depressione, lavoro sette giorni su sette e consumo sempre maggiore. Fino al giorno in cui ho rubato la carta di credito di mio padre per comprare la droga. Lui ha ricevuto la notifica sul telefono, mi ha chiesto di tornare a casa e lì gli ho confessato tutto: gli ho detto che ero dipendente dal crack da vent’anni. E da quel momento è iniziato il cambiamento. Ho continuato a consumare ancora per un mese, mentre cercavamo un centro specializzato. Avevamo deciso di non dire nulla a mia madre perché temevo che la notizia potesse distruggerla. Poi, una mattina, è successo qualcosa di inspiegabile. Ero in salotto, ascoltavo della musica e ho iniziato a piangere. Ho rivisto davanti ai miei occhi vent’anni della mia vita e dentro di me ho sentito una voce che diceva: “È finita”. Quando mio padre è rientrato gli ho detto: “Papà, è finita”. Lui non ci credeva, ma da quel giorno, il 1° dicembre 2024, non ho più consumato. Pochi giorni dopo ho avuto il primo appuntamento in un centro di recupero. Avevo già iniziato a lasciare le carte di credito a mio padre e a dargli il controllo completo della mia situazione. I medici mi hanno incoraggiato a continuare così.

Quattro mesi dopo sono entrato in una comunità terapeutica per sei settimane e ono rimasto pulito fino a settembre 2025, quando ho conosciuto una ragazza a cui avevo raccontato tutta la mia storia. Mi aveva promesso che si sarebbe presa cura di me e che mi avrebbe aiutato, ma due settimane dopo, durante un weekend insieme, mi ha proposto di fare uso di cocaina. All’inizio ho rifiutato. Cercavo di convincerla ad andare a cena fuori, ma lei ha insistito. Alla fine, complice l’alcol e la fiducia che avevo in lei, ho ceduto. Per me, però, la cocaina significava immediatamente crack. Ho avuto una ricaduta. Il giorno dopo mi ha dato tutta la colpa, dicendomi che lei non aveva consumato e facendomi sentire una persona senza valore. È iniziata una ricaduta durata dieci giorni, durante la quale arrivavo a consumare cinque grammi di crack al giorno. Tutto quello che avevo costruito nei precedenti otto mesi era crollato. Un giorno mia madre è entrata nella mia stanza e mi ha trovato mentre preparavo il crack. Mi ha detto: “Mi ucciderai uccidendo te stesso”. In quel momento pensavo solo a consumare. Quella notte sono rimasto senza droga, gli spacciatori non rispondevano più e ho realizzato tutto quello che stava succedendo. Mi sono detto che non potevo fare questo a mia madre. Non volevo tornare in comunità né prendere farmaci, così il 18 ottobre 2025 ho preso la bicicletta e sono partito verso sud. Parlarne mi ha salvato, per vent’anni ho nascosto tutto a chiunque. Il giorno in cui l’ho detto ai miei genitori è stato l’inizio della mia rinascita, m sono accorto che ogni volta che ne parlavo stavo meglio, ed è così che è nato anche il mio profilo Instagram. Oggi non ho problemi a raccontare quello che ho vissuto: non ne sono fiero, ma credo possa essere utile agli altri.

Quando hai capito che il viaggio poteva diventare uno strumento di rinascita? E perché hai scelto la bicicletta?
Dopo aver parlato della mia dipendenza, mio padre aveva organizzato un periodo in cui sarei rimasto sempre con qualcuno della famiglia. Abbiamo trascorso due mesi insieme in India e, tornando, sono andato da mia madre a Lille. Lì mio fratello mi ha proposto un giro in bici di 35 chilometri. Il giorno dopo ne ho fatti 55 da solo e mi sono reso conto che con una bicicletta si potevano percorrere distanze enormi. Quella stessa sera ho deciso di comprarne una per raggiungere in bici il centro di disintossicazione: da Lille alla Bretagna, circa 1200 chilometri. Non avevo praticamente esperienza, ma sono partito e sono arrivato in nove giorni. È stato lì che il ciclismo è entrato davvero nella mia vita. Dopo la ricaduta, scegliere di ripartire in bici è stato naturale.

Raccontami del viaggio. Quali sono state le tappe principali?
Sono partito da Parigi senza un vero obiettivo: volevo solo pedalare e stare meglio. La prima tappa è stata Clermont-Ferrand, dove vive un mio amico. È proprio lì che il mio profilo Instagram ha iniziato a farsi conoscere. All’inizio pensavo di raggiungere Marsiglia, ma le persone che mi seguivano hanno iniziato a scrivermi offrendomi un posto dove dormire. Così è stata proprio la comunità nata sui social a disegnare il mio itinerario. Da Clermont-Ferrand sono andato a Bordeaux, poi a San Sebastián. Successivamente ho attraversato la Spagna fino al deserto delle Bardenas Reales e sono arrivato a Barcellona. Poi un amico mi ha detto che il Lille avrebbe giocato una partita di Europa League a Vigo e ho attraversato di nuovo tutta la Spagna per assistere all’incontro. Da lì ho percorso tutta la costa portoghese e poi quella dell’Andalusia, una regione di cui mi sono innamorato e dove sono rimasto quasi tre mesi. Arrivato all’estremo sud della Spagna ho scelto di proseguire invece di tornare indietro: ho seguito tutta la costa mediterranea fino all’Italia. Sono passato dalle Cinque Terre, Parma, Milano e dal Lago di Como, poi ho attraversato la Svizzera, che è stata una delle più grandi sorprese del viaggio. Ho scalato passi oltre i 2500 metri e i paesaggi mi hanno lasciato senza parole. Successivamente sono rientrato in Francia, sono passato per Lussemburgo e Belgio e infine sono tornato a Lille. In totale sono ormai quasi nove mesi di viaggio.

Dal punto di vista pratico, la bicicletta ti ha sempre accompagnato oppure hai dovuto spedirla in qualche tratto?
La bici ha fatto praticamente tutto il viaggio. Su circa 9500 chilometri ho preso il treno soltanto due volte. La prima in Spagna, perché dovevo raggiungere Vigo per una partita del Lille e, tra neve, pioggia e maltempo, rischiavo di non arrivare in tempo. Ho percorso circa 80 chilometri in treno. La seconda verso la fine del viaggio, per circa 40 chilometri prima di Bruxelles. Ero davvero esausto, sia fisicamente sia mentalmente, e sapevo di essere ormai vicino a casa. Per il resto ho sempre pedalato, la bicicletta mi ha accompagnato dall’inizio alla fine del viaggio.
Come hai finanziato questi nove mesi di viaggio?
Sono in malattia da quasi due anni e in Francia ricevo un’indennità di circa 1200 euro al mese dalla Sécurité Sociale. Con quei soldi sono riuscito a comprare la bicicletta, equipaggiarla e vivere durante il viaggio. Quando il clima era bello dormivo quasi sempre in tenda, soprattutto nel sud del Portogallo e in Andalusia. In quel periodo riuscivo a spendere circa 20 euro al giorno. Durante l’inverno, invece, quando pioveva e c’erano tempeste, ero costretto a prendere alberghi o ostelli e le spese aumentavano. Inoltre moltissime persone conosciute su Instagram mi hanno ospitato gratuitamente. Questo mi ha permesso di contenere i costi e, soprattutto, di fare incontri straordinari.

Qual è stata la difficoltà più grande che hai affrontato durante il viaggio?
Sinceramente mi considero molto fortunato. Al punto che sono ateo, ma ho pensato più volte di fermarmi durante il viaggio per farmi battezzare. Ho avuto tanti piccoli problemi, ma nessuno davvero grave. Il momento più complicato è stato quando si è rotto il telaio della mia bicicletta. Avevo comprato un modello economico da Decathlon, che però aveva già percorso quasi 10000 chilometri. Ho raccontato quello che era successo sui social e Decathlon mi ha rimborsato completamente la bici. Ho aggiunto la differenza e ne ho acquistata una più adatta ai lunghi viaggi. Nel frattempo una coppia che conoscevo da quando ero bambino, e che viveva proprio vicino a dove mi trovavo in Spagna, mi ha ospitato fino all’arrivo della nuova bicicletta. Alla fine anche quella che sembrava una grossa difficoltà si è trasformata in una bellissima esperienza. Le altre “disavventure” sono state cose normali: una giornata in cui ho bucato sette volte, qualche momento di sconforto o piccoli imprevisti. Ma fa tutto parte del viaggio.
C’è qualche incontro fatto durante il viaggio che ti è rimasto particolarmente nel cuore?
Il primo incontro che mi ha davvero colpito è stato quello con una coppia che vive in una fattoria in permacultura tra Clermont-Ferrand e Bordeaux. Si sono conosciuti su Tinder in Svizzera. Dopo il primo appuntamento lui le ha detto che sognava di partire per Haiti per fare volontariato e creare una fattoria che aiutasse la popolazione locale a essere autosufficiente. Lei gli ha risposto semplicemente: “Vengo con te”. Hanno realizzato quel progetto, ma dopo qualche tempo hanno dovuto lasciare Haiti a causa delle minacce della criminalità organizzata. Tornati in Svizzera erano profondamente depressi, finché hanno scoperto che la fattoria dove avevano imparato la permacultura era in vendita. Non avevano i soldi per comprarla, ma il proprietario ha detto loro di trasferirsi subito e di pagarlo quando avessero trovato una banca disposta a concedere un prestito. Oggi vivono lì da circa dieci anni, in autosufficienza. Entrambi avevano lavori molto ben retribuiti: lei nella moda di lusso, lui nella finanza. Hanno lasciato tutto per questo progetto. Oggi ospitano persone nelle loro yurte e hanno creato un sistema molto bello: chi prenota può scegliere di pagare anche il soggiorno di un’altra persona. Grazie a questa formula anche io ho potuto fermarmi gratuitamente. Mi ha colpito molto anche la loro filosofia. Mi hanno detto: “C’è chi si prepara alle guerre comprando armi. Noi ci prepariamo coltivando cibo per poter nutrire noi stessi e il nostro villaggio”. È una frase che non dimenticherò mai. Un altro momento speciale è stato ritrovare, dopo trent’anni, la coppia di amici di famiglia che vive in Spagna. Mi hanno ospitato mentre aspettavo la nuova bicicletta e sono stati straordinari.

Durante il viaggio hai dovuto affrontare anche il desiderio di ricominciare a consumare? Come hai gestito l’astinenza?
Con il crack il corpo non sviluppa una vera crisi d’astinenza come succede con l’eroina, è soprattutto il cervello a chiedere la sostanza. Dal punto di vista fisico, già dal primo giorno stai meglio, ma mentalmente il desiderio rimane. Per questo il viaggio mi ha aiutato tantissimo. Il cervello ogni tanto continua a suggerirmi di consumare, ma oggi sono talmente felice della vita che sto vivendo che non voglio più tornare indietro.
Cosa ti aiuta ogni giorno a rimanere lontano dalla droga?
Quando sei dipendente pensi che la droga ti renda felice, ma in realtà ti distrugge lentamente. A un certo punto sei così immerso nella dipendenza che non ti rendi nemmeno conto di quanto sei infelice. Prima di confessare tutto ai miei genitori ero arrivato a credere di non meritare più il mio posto nel mondo. Questo viaggio mi ha fatto riscoprire la vita. Dopo vent’anni di dipendenza, iniziata quando avevo diciotto anni, è come se avessi finalmente scoperto il mondo reale. Certo, il desiderio ogni tanto torna ancora, una parte del mio cervello continua a suggerirmi di consumare. Ma oggi sono talmente felice della vita che sto vivendo, di tutto quello che sono riuscito a fare in questi mesi, che non tornerei mai indietro. La droga mi ha impedito di vivere per vent’anni. Adesso ho scoperto quanto può essere bella la vita senza. Vorrei dire una cosa soprattutto alle persone che stanno vivendo una dipendenza: non è mai troppo tardi per uscirne. Anche dopo vent’anni è possibile ricominciare. Bisogna chiedere aiuto e non smettere mai di credere che una vita diversa sia possibile. Non bisogna mai perdere la speranza.

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