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Giacomo, due anni in bici tra Sud America e Africa: “Chi non ha niente dà tutto, noi abbiamo perso l’umanità”

Giacomo Turco è stato due anni in viaggio in bici da solo. A Fanpage.it ha raccontato le difficoltà di tornare alla normalità dopo un’esperienza così forte.
Instagram @cycling.beyond
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Giacomo Turco è tornato a casa dopo due anni di viaggio: un viaggio entusiasmante che ha fortemente voluto fare, non solo perché è un appassionato di bicicletta, ma perché di questo mezzo ha un'idea tutta sua. Per lui, pedalare non è una performance, viaggiare non è solo spostarsi attraverso i luoghi e godersi panorami da sogno: per lui è instaurare legami e connessioni, è conoscere, è esplorare, è aiutare il prossimo se necessario. Negli ultimi due anni ha attraversato in bici da solo il Sud America e l'Africa ed è tornato cambiato. Perché si parla sempre dell'andata, ma nessuno si sofferma mai sul ritorno. Tramonti, incontri, avventure, adrenalina: ma come si ritorna alla "normalità", alla quotidianità e alle sue regole? Chi sei, se non sei in sella alla bici? Giacomo a Fanpage.it ha voluto smontare l'idea romanticizzata della dimensione del viaggio. Ha spiegato le sue fragilità e ha raccontato come sta affrontando questo vero e proprio burnout.

Giacomo, sei appena tornato a casa dopo due anni in viaggio: che giro hai fatto?

Sono tornato da tre mesi. Sono partito in bici a gennaio 2024 e ho fatto prima un anno in Sud America, dalla Patagonia fino alla Colombia. Alla fine, sentivo che volevo continuare il viaggio, quindi sono tornato un mese in Italia e poi sono ripartito per Cape Town con l'aereo e da lì ho pedalato fino alla Costa d'Avorio. È come se non avessi mai staccato praticamente, anche perché il mese in Italia è stato tutto proiettato alla nuova partenza.

Come ti è nata questa idea di partire da solo per due anni in bici?

Io ho fatto la mia tesi in Giappone e il mio supervisor mi raccontava dei suoi viaggetti in bici, mi ha incuriosito. Quando ho finito di studiare e mi sono laureato ho pensato che fosse un buon momento per partire. Era il tempo del Covid, il 2021 e sono andato in Islanda. Ho comprato una bici di seconda mano, mi sono informato per quanto possibile, però sono partito effettivamente molto allo sbaraglio. Ho fatto anche tante scelte sbagliate: banalmente mettevo la tenda sempre nei posti sbagliati! Sono stato via 50 giorni e mi è piaciuto tantissimo. Però poi ho iniziato a lavorare per una startup italiana. Era un bell'ambiente, stavo bene, però mi sono detto: "Tutto qui?". Alla fine lavori e aspetti il weekend. Poi guardando il video di una persona che faceva un viaggio lungo mi sono detto semplicemente: "Ma perché non posso farlo anch'io?". È stata come un'esplosione nel mio cervello: quando capisci che una cosa la vuoi fare e la puoi fare, non puoi tirarti indietro.

A quel punto la macchina organizzativa si è messa in moto…

Per prepararmi ho fatto un viaggio in Mongolia usando tutte le ferie che avevo. È stato un viaggio molto bello, perché mi ha fatto toccare con mano quello che poi è diventato uno degli aspetti più importanti del viaggio in bici successivo: l'aspetto umano. Per un anno ho fatto lavoretti, così da mettere da parte dei soldi: facevo ripetizioni.

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Cosa ti dicevano le persone a cui raccontavi il progetto?

Le persone, quando parlavo di ciò che avevo in mente, mi parlavano di posto fisso, di pericoli. In Italia mi sembra che le persone abbiano paura di tutto. Anche parlando del mio viaggio mi chiedono sempre dei soldi, se mi hanno derubato. Insomma, proiettano su di me quelle che sono le loro paure. Io capisco che possa far paura, ma invece la bici ti insegna proprio che il mondo è un posto molto migliore di quanto si possa pensare. Sì, ci sono posti pericolosi, ma sono pericolose anche le nostre città. Alla fine, nel mondo ci sono solo persone che vivono la loro vita e che vogliono stare bene. Paradossalmente, secondo me è più facile che ti succeda qualcosa di brutto a Milano piuttosto che in Africa.

Mi dicevi che in Sud America e Africa hai cercato molto il contatto con le persone del posto, con le comunità dei villaggi locali…

Sì, ho cercato molto il contatto umano e ho cercato di andare in Paesi meno sviluppati. È stata la cosa più bella. Viaggiare in bici ti dà una grande vulnerabilità, perché tu sei sempre esposto sia agli elementi naturali che a quello che ti possono fare le persone. Però proprio il fatto che ti esponi così tanto, genera l'effetto opposto a quello che si pensa, ovvero: le persone vedono che ti stai esponendo, che hai anche bisogno di aiuto. Ma vedono anche che hai avuto il coraggio di metterti in gioco e di fare una cosa che avresti benissimo potuto non fare! E questo li spinge ad aiutarti. Sulle Ande, per esempio: fai queste salite assurde, arrivi la sera distrutto in questi piccoli villaggi e loro hanno voglia di aiutarti. Questo ti permette di connetterti in modo incredibile col prossimo. Tu sei veramente vulnerabile: sei su una bici, hai acqua limitata, cibo limitato. E qui c'è da fare una riflessione. Chi non ha niente, chi vive nelle baracche nella povertà totale e non ha nulla da mangiare, ti darebbe tutto: ti darebbe il suo letto, il poco di cibo a disposizione. Loro sanno com'è essere uomini, il fatto che hai bisogno degli altri per andare avanti e quindi non negherebbero mai a un altro uomo un aiuto. Invece in Italia se dico "Per favore, posso mettere la tenda qui nel vostro campo solo per stanotte?" chiamano la Polizia. Noi siamo una società così avanzata, che ci siamo dimenticati delle cose più elementari, quelle proprio più umane. Tra l'altro lì col Water Cycle Project ho raccolto dei soldi tramite donazioni per comprare dei filtri per l'acqua. Li ho consegnati personalmente alle comunità che ho visitato in Africa, che ne avevano bisogno.

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Com'è stato rientrare a casa, rientrare in questa società, coi suoi valori, il suo funzionamento?

È difficile, sono molto confuso proprio perché quello che qui ha senso, per me ora non ha senso. Ho dedicato tutte le mie energie, tutte le mie risorse a un progetto che è finito e ora non so cosa voglio fare, se voglio tornare a fare l'ingegnere come prima, se voglio ripartire. Onestamente, questo ritorno lo vivo un po' come una sconfitta, ma sento che ho bisogno di respirare, perché sono tornato completamente distrutto. Mentalmente devi esserci al 100%, la sfida è tutta mentale: la tenda, la sicurezza, il cibo, il sole, la malaria, i soldi, i controlli. Devi stare sempre sul pezzo. Io poi l'ho portato all'eccesso quindi sono tornato distrutto. Da un lato vorrei fare qualcosa con la bici, condividere con le persone le cose che ho vissuto, ma mi sento bloccato. Non riesco neanche a guardare le foto, la bici non l'ho ancora usata perché mi fa stare male anche solo guardarla. È come se in questo preciso momento io non abbia niente da raccontare.

Quindi è proprio una sorta di crisi di identità?

Beh, sì, inevitabilmente. Per due anni tu rinforzi una parte della tua identità, nel mio caso la parte più esplorativa, quando torni non sai più chi sei. Mi sento sicuramente molto perso, senza stimoli. Il ritorno si sta rivelando la parte più difficile in assoluto del viaggio. Ho attacchi di panico che non ho mai avuto prima, mi sento depresso, non riesco a dormire neppure coi sonniferi: mi sento un po' come un veterano che è tornato dal fronte. Quando parti sei pieno di carica, poi torni e c'è la parte più dura, ti senti anche un po' solo alla fine, devi trovare un posto nella società. Banalmente, ti servono dei soldi!

Tu su che budget ti sei mantenuto in viaggio?

Un budget molto basso: dormivo sempre in tenda, mangiavo sempre cibo locale, quindi ero sotto i 5 euro al giorno. Poi ovvio, ci sono sempre anche cose inaspettate, pezzi di ricambio che devi comprare, però si vive veramente con poco.

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Cosa ti hanno lasciato questi due anni?

Non è sempre tutto bello e bisogna essere preparati anche ai momenti no, a quando ti senti perso, alle difficoltà: ma anche tutto questo serve a dare senso al viaggio. Sicuramente a me ha lasciato una grandissima fiducia nei miei mezzi: c'è sempre una soluzione. Poi sicuramente mi ha fatto capire che il mondo è un posto molto migliore di quanto si possa pensare: siamo una società molto incattivita da questo punto di vista. I posti più semplici e poveri sono quelli dove ho visto più umanità, più serenità. Magari uno ha un mega lavoro, vive a Milano, pieno di soldi ed è sempre stressato, chi vive sulle montagne coltivando il suo orticello, alla fine è più contento. Quindi ha senso? E poi mi ha insegnato a fidarmi dell'istinto: ti devi esporre tanto viaggiando da solo, però sviluppi un modo di comunicare e capire le persone.

Pensi che ci sia un'idea troppo romanticizzata della dimensione del viaggio? 

Io sono partito con la consapevolezza di non avere tutto perfetto, ma che avrei sempre potuto migliorare, sistemare e mettere a posto le cose durante il percorso, in qualche modo. La maggior parte delle persone lo vorrebbe fare, ma non ha il coraggio. Non bisogna vederla come una cosa definitiva, non va idealizzata. Basta dire: "Voglio provare questa cosa, vedo come va". Sicuramente è un'esperienza molto forte, ma la cosa bella secondo me del viaggio in bici è che ognuno può farla in base alle sue necessità, ai suoi interessi. Io ho fatto un viaggio molto estremo e ne sto pagando le conseguenze, fisicamente e psicologicamente. È stato oltre ogni mio limite. Ma si può fare un viaggio in Italia, si può fare un viaggio dall'Italia alla Spagna, si può fare la Via Francigena; si può dormire ogni sera in un ostello o all'aperto. L'importante è partire, provarci, l'importante è la voglia di mettersi in gioco, la voglia di scoprire cosa c'è oltre la propria comfort zone.

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