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Da Capo Nord agli Usa fino all’Africa, Marco Tenerini: “Ho fatto il giro del mondo con un Ciao degli anni ’80”

“Ogni anno rubo un mese alla vita e scendo dalla ruota del criceto”. Marco Tenerini ha iniziato a viaggiare da giovanissimo e crescendo ha portato un “compagno” nelle sue avventure in giro per il mondo: un motorino Ciao del 1984 che ha chiamato Ostinato. A Fanpage.it racconta i suoi incredibili viaggi in sella, da Capo Nord fino a Stati Uniti e Africa.
Marco Tenerini con il suo Ciao al circolo polare artico
Marco Tenerini con il suo Ciao al circolo polare artico

Quando chiamo Marco Tenerini si trova al Circolo Polare Artico, che sta attraversando in moto. "Sai, è solo un simbolo, non c’è nulla qui. Però questi semplici simboli ti fanno capire che hai viaggiato tanto e che c’è molto di più, oltre la neve che hai trovato", mi dice. Lui è così. Nella vita abita a Viareggio, fa l’agente di commercio e costruisce escape room, ma la sua più grande passione è viaggiare e scoprire il mondo. E lo fa nel modo più umano possibile: non si organizza in anticipo, non cerca fotografie dei luoghi che visiterà perché "vuole farsi un’idea di persona" e considera gli imprevisti parte integrante del viaggio. Dall’essere fermato dalla polizia americana sulla Route 66 all’attacco di un branco di cani selvatici nel deserto africano, fino al motorino in panne nel mezzo del freddo artico, gli aneddoti diventano il vero cuore delle sue avventure. Anche i mezzi con cui viaggia sono singolari, proprio come i nomi che gli attribuisce. C’è Piccola Bastarda, la Graziella con cui ha percorso il Cammino di Santiago, e poi c’è lui, Ostinato, il Ciao degli anni ’80 che lo ha accompagnato tra Stati Uniti, Capo Nord e Africa. Le sue esperienze non sono certo per chi ha un cuore debole. Eppure, come ricorda lui stesso, a volte serve soltanto il coraggio di ricordarsi che non siamo intrappolati, che possiamo partire anche domani e scendere da quella che lui chiama "la ruota del criceto". A Fanpage.it Marco Tenerini ha raccontato le sue avventure, tra risate, imprevisti e un’inconfondibile (quanto rara) voglia di vivere.

Marco Tenerini a Santa Monica alla fine del percorso della route 66
Marco Tenerini a Santa Monica alla fine del percorso della route 66

Da dove nasce la tua passione per il viaggio?

Sono sempre stato appassionato di viaggi perché per me rappresentano la libertà. Da ragazzo facevo le stagioni e con i soldi che guadagnavo partivo, tornando quando li avevo finiti. I miei erano piuttosto liberi, un po’ hippie, e accettavano il fatto che ogni tanto saltassi la scuola per partire. Poi crescendo mi sono fatto catturare anch’io dalla routine, da quella che chiamo la ruota del criceto. Mi sembrava di non avere mai tempo, come succede a tutti. A un certo punto, però, qualcosa è scattato e ho ricominciato a viaggiare. Lo scrivo anche nei miei libri: ogni anno rubo un mese alla vita, scendo dalla ruota del criceto e riesco a fregare la vita per un mese. La routine è progettata così bene che ti fa credere che sia la cosa più importante. In realtà le cose fondamentali sono l’amore per mia moglie Eleonora e per i miei figli. Invece ci arrabbiamo per il lavoro, la burocrazia, tutte cose che alla fine non contano davvero, e poi quando riesci a uscirne e a guardarle da fuori, perdono gran parte del loro valore. Ti rendi conto che domani potresti non esserci più e magari hai passato anni a preoccuparti di cose che non volevi davvero.

Marco con la sua Graziella durante il Cammino di Santiago
Marco con la sua Graziella durante il Cammino di Santiago

Tra il Cammino di Santiago in Graziella e il viaggio a Capo Nord in Ciao, cosa ti spinge a scegliere mezzi così insoliti?

È nato tutto per caso, durante una serata tra amici un po’ troppo alcolica (ride, ndr). Stavamo facendo il classico gioco dei tre desideri da realizzare prima di morire e io scrissi: fare il Cammino di Santiago, vedere l’aurora boreale e percorrere la Route 66. Mi informai sul Cammino e scoprii che serviva circa un mese per farlo a piedi. Pensai che non avrei mai avuto tutto quel tempo libero e qualcuno mi suggerì di farlo in bicicletta. Un amico ciclista, però, mi disse subito che non ne sarei stato capace perché non andavo nemmeno in bici. Gli risposi che una bicicletta ce l’avevo: una vecchia Graziella in garage. Lui iniziò a elencarmi tutti i motivi per cui era una pessima idea e, proprio per questo, decisi di partire: sono molto ostinato. La mattina dopo presi la Graziella, feci una prova fino a La Spezia e ritorno e capii che potevo farcela. A settembre partii davvero. Dopo quell’esperienza ho capito una cosa: senza fatica non c’è felicità. Da allora ho scelto sempre mezzi che mi costringessero a fare fatica, perché la fatica è un moltiplicatore di emozioni.

Marco sul suo Ciao a Capo Nord
Marco sul suo Ciao a Capo Nord

Il Cammino di Santiago è spesso un’esperienza di ricerca interiore. Cosa hai scoperto di te stesso durante quei 1000 chilometri in Graziella?

È stata una delle esperienze più intime della mia vita. Io non sono un guru e non ho nulla da insegnare a nessuno, però quel viaggio mi ha cambiato profondamente. Ricordo le albe, i tramonti, il ritmo delle giornate. Dopo qualche giorno entri in una dimensione diversa e inizi a vivere seguendo il tempo della natura. Arrivato quasi alla fine del Cammino, ho iniziato a piangere senza riuscire a fermarmi. Non perché fossi triste, ma perché sapevo che il giorno dopo sarebbe stato l’ultimo. Mi rendevo conto che non avrei più rivisto quei sentieri, quelle persone, quella vita. Quando sono tornato a casa mi sentivo diverso, più consapevole e allo stesso tempo più piccolo. È stato lì che, insieme a mia moglie Eleonora, ho elaborato quella frase che è poi diventata il mio motto: "Senza fatica non c’è felicità".

Il tatuaggio di Marco che rimanda ai suoi viaggi e al suo Ciao
Il tatuaggio di Marco che rimanda ai suoi viaggi e al suo Ciao

Hai raccontato che proprio il viaggio verso Santiago ti ha fatto innamorare delle avventure in solitaria. Perché ti affascinano così tanto?

Perché in realtà non mi sento mai solo. Molti pensano che viaggiare da soli sia difficile, io trovo il contrario. Sono una persona che tende a preoccuparsi degli altri, a fermarsi ad aiutare chiunque incontri. Quando viaggio da solo devo badare soltanto a me stesso e mi sento più leggero. Inoltre si crea un rapporto molto particolare con il mezzo. Posso passare dieci ore al giorno in sella senza ascoltare musica, semplicemente ascoltando il rumore del motore e a un certo punto impari a conoscerlo alla perfezione. So persino quando sta per finire la benzina dal suono che fa. Diventa quasi un rapporto simbiotico.

Tra Santiago e i 5mila chilometri fino a Capo Nord, quale impresa ti ha messo maggiormente alla prova?

Capo Nord è stata probabilmente l’apoteosi della felicità. Arrivarci con un Ciao è già una sfida, ma farlo in autunno, con il freddo e la neve, lo è ancora di più. Ricordo una foratura nel mezzo di una foresta. Ero completamente solo, a circa 20 chilometri dal primo centro abitato, faceva freddissimo, pioveva e le camere d’aria continuavano a rompersi. A un certo punto ho capito che dovevo chiedere aiuto. Però non volevo abbandonare Ostinato, il mio Ciao. Quando passavano le macchine non fermavo nessuno perché non volevo lasciare il motorino lì. Alla fine si fermò una coppia di tedeschi con un camper. Mi aiutarono a caricare tutto e quando capirono che ero arrivato dall’Italia con quel motorino non riuscivano a crederci. Continuavano a ripetermi: "Respect, respect, you are my idol". Quello che mi colpisce sempre è la disponibilità delle persone, nei momenti difficili qualcuno arriva quasi sempre ad aiutarti.

Marco sul suo Ciao a Hollywood
Marco sul suo Ciao a Hollywood

Hai anche attraversato parte dell’Africa in sella al tuo Ciao. Che esperienza è stata e qual è il ricordo più intenso che porti con te?

L’Africa è stata un viaggio completamente diverso dagli altri. Ci sono stati momenti bellissimi, ma anche alcuni dei più difficili che abbia mai vissuto. Uno degli episodi che ricordo più chiaramente è accaduto nel deserto della Mauritania. Dovevo percorrere circa 300 chilometri e, per avere abbastanza tempo, decisi di partire di notte. All’inizio era uno spettacolo incredibile,  nel deserto il cielo sembra acceso: c’erano stelle ovunque, molte più di quante ne abbia mai viste in vita mia. Continuavo a pensare di fermarmi per fare una foto, ma avevo anche un po’ di timore e preferii proseguire. A un certo punto sentii una botta sulla gamba: un branco di cani selvatici mi stava inseguendo. Erano tantissimi e cercavano di mordermi, ho avuto una paura enorme. Ho accelerato il più possibile con il Ciao mentre alcuni mi tagliavano la strada e altri provavano ad attaccarmi dai lati. È stata forse la paura più grande che abbia mai provato durante un viaggio. Da quella notte ho imparato una lezione semplice: nel deserto non bisogna mai viaggiare di notte. Però porto con me anche il fascino di quei luoghi, delle frontiere attraversate e dell’incredibile sensazione di trovarsi da soli in spazi immensi.

Il Ciao di Marco nel deserto durante il suo viaggio in Africa
Il Ciao di Marco nel deserto durante il suo viaggio in Africa

Nei tuoi viaggi ne sono successe davvero di tutti i colori. C’è qualche aneddoto che racconti sempre e che ancora oggi ti fa sorridere?

In realtà ce ne sarebbero tantissimi. Uno dei viaggi più incredibili è stato il Coast to Coast degli Stati Uniti con il Ciao. L’ho smontato in Italia, spedito in una cassa a New York, rimontato e poi ho attraversato tutta l’America, così come ho fatto per gli altri viaggi. E poi a Las Vegas mi ero concesso un albergo un po’ più bello del solito. Io ho sempre avuto l’abitudine di portare il motorino in camera, come faccio nei motel, perché avevo paura che me lo rubassero. Agli americani cercavo di spiegare che era una bicicletta: "It’s a bicycle, you see the pedal". Loro non capivano molto, ma spesso funzionava. Quella sera però mi dissero di lasciarlo nel parcheggio e durante la notte sentii bussare violentemente alla porta della camera. Mi chiamò la reception e mi disse: “Open the door, the police”. Ho pensato che fosse successo qualcosa di gravissimo. Invece avevano rubato Ostinato e la polizia era venuta a cercarmi perché lo avevano ritrovato e dovevo andare a fare denuncia: è stata una scena surreale, sembrava di essere dentro un film americano. Un’altra volta, invece, mi fermò la polizia nel Michigan, quando ero sotto la pioggia su una strada completamente deserta della Route 66. Vidi arrivare la pattuglia, l’agente scese con la mano vicino alla pistola e io pensai subito che sarei finito nei guai. Mi chiese cosa stessi facendo e dove fossi diretto. Quando le spiegai che stavo attraversando gli Stati Uniti con un Ciao partendo da New York rimase completamente spiazzata. La domanda più difficile fu quando mi chiese a che velocità andasse il motorino. Non sapevo cosa rispondere: se dicevo troppo magari pensava fosse truccato, se dicevo troppo poco magari mi vietava di stare su quella strada. Alla fine me la sono cavata con un inglese molto fantasioso e mi lasciò sotto la pioggia per quasi un’ora e poi mi salutò dicendomi: "Spero di non incontrarti mai più nel Michigan". E scoppiò a ridere.

Il Ciao, Ostinato, di Marco
Il Ciao, Ostinato, di Marco

Come ti organizzi con i bagagli durante questi viaggi?

Viaggio con pochissimo, cerco di portare solo ciò che è indispensabile. Più cose hai e più diventi schiavo di quello che trasporti. Con il tempo ho imparato che quasi tutto ciò che pensiamo di dover portare in realtà non serve.

I tuoi mezzi hanno tutti un nome. Come nascono Piccola Bastarda e Ostinato?

In famiglia diamo un nome a qualsiasi cosa. La casa ad esempio si chiama Tina, dal farmaco paroxetina che serve per calmarsi, la macchina Rina, perché è poverina e un po’ vecchietta, e il motorino Ostinato. Piccola Bastarda è il nome della Graziella:  un riferimento alla Porsche di James Dean, soprannominata Little Bastard. Ma è anche un omaggio a un romanzo a cui Eleonora e io siamo molto legati, Raccontami di un giorno perfetto. Ostinato, invece, si chiama così perché rappresenta perfettamente il mio carattere, è un nome nato dalla canzone di Fabrizio De André Smisurata preghiera, dove si parla di essere ostinati e contrari. Devo dire che mi ci ritrovo molto.

Se anche tu hai fatto un viaggio particolare, hai visitato luoghi lontani con mezzi di trasporto inconsueti, hai visto luoghi indimenticabili o vissuto in un posto remoto del mondo, raccontaci la tua esperienza, condividila con noi cliccando qui.

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