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Il viaggio in Ape di Giorgio: “Nel ’98 giravo il mondo con tre ruote. Non avevo paura, la lentezza era il lasciapassare”

Nel 1998 Giorgio Martino ha attraversato 19 Paesi da Lisbona a Pechino a bordo di un’Ape Piaggio, percorrendo 25001 chilometri in sette mesi. A Fanpage.it racconta un viaggio fatto di incontri, imprevisti e scoperte che lo emozionano ancora adesso a distanza di 30 anni.
Cina, Tien an Men, 1998
Cina, Tien an Men, 1998

Alcuni viaggi sono vere e proprie esplorazioni oltre che del mondo, di sé stessi. Nel 1998 Giorgio Martino è partito da Lisbona con un'Ape Piaggio insieme al geografo Paolo Brovelli, affrontando 25.001 chilometri, attraversando 19 Paesi e alcuni dei territori più affascinanti e selvaggi del mondo. Un'impresa che si è trarsformata in un'avventura di 212 giorni, vissuta a una velocità di appena 30 chilometri orari, entrando davvero in contatto con i luoghi e le persone conosciuti durante il percorso. Dalla Karakorum Highway tra Cina e Pakistan ai deserti dell'Asia, dai piccoli problemi meccanici agli incontri con famiglie, Giorgio racconta a Fanpage.it un modo di viaggiare capace di trasformare la lentezza e ogni possibile imprevisto in una storia da ricordare, anche a distanza di 30 anni.

Armenia, 1998
Armenia, 1998

Hai percorso più di 25 mila chilometri in Ape da Lisbona a Pechino. Come è nata l’idea di un viaggio del genere e quanto tempo hai impiegato per prepararlo?

Intanto una precisazione: i chilometri sono 25001, ci tengo a dirlo. Nelle cartelle stampa si scriveva 25000 perché il percorso effettivo era leggermente inferiore, circa 22 mila e qualcosa, però quando fai un viaggio del genere non vai mai dritto: fai deviazioni, giri, incontri persone. Quando abbiamo imbarcato le Ape sui container per tornare in Italia segnavano 25.001 chilometri, con una precisione notevole. L’idea nasce anche dal fatto che non ero nuovo a questo tipo di viaggi: già dieci anni prima, nel 1987, avevo fatto una spedizione sempre con la Piaggio, eravamo arrivati fino al Sudan, praticamente fino ad Abu Simbel, con due Ape. Quella volta eravamo un altro equipaggio, mentre il viaggio da Lisbona a Pechino l’ho fatto con Paolo Brovelli, che è un geografo e ancora oggi lavora nel mondo del viaggio organizzando esperienze per grandi tour operator. Io faccio l’architetto e il designer, anche se poi il viaggio è diventato una parte importante della mia vita e del mio lavoro. Infatti sto iniziando proprio adesso una nuova avventura legata al mondo dei viaggi. Prima ancora, nel 1986, avevo fatto un viaggio con una Renault 4: all’epoca erano macchine straordinarie, un po’ come la Panda di oggi, completamente meccaniche e capaci di affrontare qualsiasi cosa. Con quella feci la mia tesi di laurea in architettura in Kenya e Tanzania e rimasi via 111 giorni. Poi, dieci anni dopo, è capitata questa occasione. E secondo me nella vita bisogna essere capaci di riconoscere le opportunità quando arrivano: bisogna parlare, proporre, fare in modo che le cose accadano. Nel 1997 l’Ape compiva cinquant’anni e venni a conoscenza di questa ricorrenza, proponemmo alla Piaggio di portare l’Ape fino a Pechino partendo da Venezia. La Piaggio ci disse: “Perché non partite da Lisbona?”. E io risposi: “Perché no? Partiamo da Lisbona”. Così abbiamo caricato le Ape sulla bisarca e siamo partiti dal Portogallo. In 212 giorni, sette mesi di viaggio, siamo arrivati da Lisbona a Pechino attraversando 19 Paesi, senza mai bucare una gomma.

Come avete fatto a preparare l’Ape per un viaggio così lungo?

In realtà abbiamo avuto poco tempo. La proposta alla Piaggio l’abbiamo fatta verso settembre e siamo partiti ad aprile. Io sono architetto, quindi ho progettato rapidamente quel minimo che serviva per rendere l’Ape abitabile. Non abbiamo trasformato il mezzo in qualcosa di complesso: abbiamo messo un piano per dormire, una sorta di vano segreto, una cassaforte e poi tutto quello che serviva per il viaggio: taniche, attrezzatura, strumenti. Avevamo un telefono satellitare per comunicare e un normale GSM, che all’epoca non era certo uno smartphone. Avevamo tutta un’attrezzatura analogica: macchina fotografica con pellicola e una telecamera Canon che ci aveva regalato l’azienda. Era un viaggio molto a basso profilo. Anche noi volevamo viaggiare così: non volevamo attirare troppo l’attenzione. Poi con un’Ape è difficile passare inosservati, ma era comunque un mezzo povero, semplice. Avevamo avuto l’ok definitivo a ottobre e da lì fino ad aprile abbiamo avuto cinque o sei mesi per preparare tutto.

Molte persone pensano che per fare un viaggio così servano molti soldi. Quanto vi è costato?

No, assolutamente. Abbiamo speso in media 37500 lire al giorno a testa, considerando tutto: benzina, cibo, pernottamenti, qualsiasi spesa. Erano circa 18 euro a persona al giorno dell’epoca, che oggi con l’inflazione saranno forse una trentina di euro. L’Ape era un mezzo economico, anche se la benzina ci ha dato parecchi problemi. Dopo la Turchia era terribile: ci ha fatto fondere il motore quattro volte. Però il bello dell’Ape è proprio quello: è un mezzo semplice. Il motore era un monocilindrico due tempi da 218 cc. Una tecnologia vecchia, quella dei motorini di una volta, ma che aveva un vantaggio enorme perché potevi ripararla ovunque. Anzi, probabilmente abbiamo fatto un record non ufficiale, con un mezzo da 218 cc che in assetto di marcia pesava circa una tonnellata siamo arrivati a 4600 metri di quota, sul Khunjerab Pass tra Cina e Pakistan, e lo abbiamo fatto due volte. Nessuno ha mai fatto quella strada con un rapporto peso-potenza così folle.

Georgia, incontro con lo scrittore John Le Carrè, 1998
Georgia, incontro con lo scrittore John Le Carrè, 1998

Com’è stato attraversare così tanti Paesi con un mezzo che non era sicuramente il più comodo?

In realtà era comodissimo. Sembra strano, ma il vantaggio dell’Ape era proprio la lentezza, la nostra velocità media era intorno ai 35 chilometri orari. Ogni ora e mezza dovevamo fermarci per far raffreddare il motore, perché il due tempi tende a scaldarsi molto. E quelle soste diventavano momenti fondamentali: parlavi con la gente, chiedevi informazioni, scoprivi cosa c’era davanti. Il viaggio lento ti permette di vivere il territorio. Con un veicolo veloce passi da una situazione all’altra senza rendertene conto. Noi invece avevamo il tempo di vedere, ascoltare e conoscere. Inoltre un mezzo povero ti protegge. Se arrivi con un fuoristrada importante, magari attiri l’attenzione perché può fare gola. Con l’Ape nessuno pensava che ci fosse qualcosa da rubare. I viaggi più belli li ho fatti proprio con mezzi così: l’Ape, la Renault 4, veicoli a due ruote motrici. Più il mezzo è semplice, più ti mette in contatto con il luogo.

Avete mai avuto paura durante il viaggio?

Mai. Non perché fossimo dei supereroi, ma perché non abbiamo mai percepito veri pericoli. La cosa importante è viaggiare con responsabilità. L’Iran, per esempio, è stato probabilmente il Paese più accogliente di tutto il viaggio. E bisogna distinguere il governo dalla popolazione, perché il regime è una cosa e le persone, la gente, è un’altra cosa. Abbiamo trovato persone di una cultura incredibile, aperte e curiose. L’Iran è un Paese con una storia millenaria, dove esiste anche una grande tolleranza verso altre religioni: ci sono comunità cristiane e un rispetto molto forte per le diverse tradizioni.

Khunjerab Pass, 4693 metri tra Cina e Pakistan, 1998
Khunjerab Pass, 4693 metri tra Cina e Pakistan, 1998

Quali sono stati i Paesi che ti hanno colpito di più?

Dal punto di vista umano metterei sicuramente l’Iran al primo posto, appunto. Dal punto di vista paesaggistico direi il Pakistan e la Cina. Il Pakistan è un Paese molto più integralista rispetto all’Iran, ma attraversandolo ogni giorno abbiamo visto paesaggi incredibili. La parte più bella è stata sicuramente la Karakorum Highway, la strada che collega la Cina occidentale al Pakistan. Attraversa vallate spettacolari, montagne immense, paesaggi che sembrano quasi irreali. Avremmo dovuto attraversare anche India e Nepal che hanno paesaggi bellissimi, ma eravamo in ritardo di circa un mese e attraversare il Nepal a oltre 5000 metri in ottobre sarebbe potuto diventare rischioso. Così abbiamo deciso di tornare verso il confine afgano e rifare la Karakorum Highway al contrario. Io non amo mai fare la stessa strada due volte, ma quella è stata forse l’unica volta in cui l’ho fatto volentieri: perché il paesaggio visto in salita è completamente diverso da quello visto in discesa.

Hai citato la Cina, che impressione ti ha fatto attraversarla con l’Ape?

La Cina è un posto incredibile. La parte che mi è rimasta più impressa è stata proprio quella della Karakorum Highway, ma anche tutto il resto del percorso è stato incredibile. Siamo entrati dallo Xinjiang, che è la parte occidentale della Cina, una zona che storicamente è legata al mondo turco. All’epoca c’erano ancora molti Uiguri, mentre oggi la zona è molto più cinese. Da lì fino al Pakistan si attraversano delle vallate favolose, con paesaggi che sembrano fuori dal mondo. Poi abbiamo attraversato la Cina dei deserti, dei grandi fiumi, del Fiume Giallo, della Mongolia interna, fino ad arrivare alle grandi pianure. Gli ultimi dieci giorni prima di Pechino erano quasi surreali,  sembrava di andare da Tortona a Milano con la nebbia. Il paesaggio ricordava tantissimo la Pianura Padana.

Com’è stato invece attraversare i deserti?

Bellissimo. A me il deserto piace moltissimo, quindi è stata una delle parti più belle del viaggio. Ovviamente con l’Ape non potevamo fare le dune, erano deserti pietrosi, fatti di terra battuta e rocce, però ne abbiamo attraversati cinque. Abbiamo attraversato alcuni deserti in Iran, due grandi deserti in Cina, tra cui il Taklamakan e il bacino del Tarim, e poi il Kara Kum in Turkmenistan, che significa “sabbie nere”. È anche il deserto dove si trova la famosa Porta dell’Inferno, il cratere da cui esce gas che brucia continuamente. Sono ambienti estremi, ma hanno un fascino incredibile.

Iran, Caravanserraglio, 1998
Iran, Caravanserraglio, 1998

Durante il viaggio come eravate organizzati?

Ci eravamo divisi i compiti. Io facevo l’operatore video, il meccanico e anche il cuoco. Paolo invece scriveva i report quotidiani e faceva le fotografie. All’inizio avevamo pensato: “Facciamo foto e video entrambi e poi ci scambiamo”. Ma abbiamo capito subito che non funzionava: se vuoi fare bene una cosa devi concentrarti su quella.

Qual è stata la disavventura più grande che vi è capitata?

In realtà devo dire che non abbiamo avuto vere disavventure, almeno niente di grave. Una volta però eravamo in Cina, a circa 4000 metri di quota, mentre stavamo andando verso il confine pakistano, e ogni venti giorni circa io tiravo giù il motore dell’Ape, lo smontavo completamente e lo pulivo dalle incrostazioni provocate dalle benzine sporche che trovavamo lungo il percorso. Era un lavoro che richiedeva circa quattro ore. Quel giorno ero sulla riva di un piccolo lago di montagna, praticamente sull’Himalaya e c’era una persona del posto che mi guardava in silenzio mentre lavoravo. Quando stavo per rimontare il motore è arrivata una raffica di vento e ha spostato un sacco di sabbia che è finita dentro il motore. Ho dovuto ricominciare tutto da capo. La cosa divertente è che questa persona ha iniziato a ridere guardandomi. Però, alla fine, è stato il massimo inconveniente che abbiamo avuto, questo ti fa capire quanto bene sia andato quel viaggio. La cosa fondamentale nei viaggi è avere un protocollo. È un po’ come in barca: io sono anche velista e so che devi avere delle procedure. La gente ti prende in giro perché magari chiudi sempre la porta dell’Ape anche se devi allontanarti solo cinque metri per chiedere un’informazione.  Ma il protocollo non serve perché succeda qualcosa tutte le volte. Serve per quella volta nella vita in cui, se non lo fai, può succedere un problema: è un piccolo sacrificio che ti salva. Paolo mi prendeva sempre in giro per questa cosa, poi un giorno eravamo al confine con il Tagikistan, siamo scesi dall’Ape per chiedere un’informazione e lui non ha chiuso la porta. In pochi minuti gli hanno rubato due macchine fotografiche e il portafoglio; da quel momento ha smesso di prendermi in giro.

C’è invece un incontro che ancora oggi ricordi con il sorriso?

Ce ne sono tantissimi, ma te ne racconto due. Il primo in Georgia. Appena entrati nel Paese abbiamo conosciuto un ragazzo che si chiamava Misha. Non parlava una parola di inglese, comunicavamo con un russo molto maccheronico, ma dopo poco ci ha invitati a casa sua, che era poverissima, ma piena di calore. Lui da anni voleva andare a trovare degli zii a Tbilisi, che distava circa 250 chilometri, e allora ci disse: “Venite con me, portatemi voi”. È salito sull’Ape ed era felicissimo. Ogni sera si ubriacava e durante il viaggio ci ha fatto conoscere la sua famiglia. Ci portò anche dal nonno, che aveva combattuto nella battaglia di Stalingrado. Era come fare un viaggio nel tempo: una vecchia casa di campagna, la nonna, il nonno, un’atmosfera degli anni Trenta e Quaranta. Poi arrivati a Tbilisi abbiamo conosciuto l’altra parte della famiglia: gli zii erano professori universitari, la cugina suonava il pianoforte. È stata un’esperienza bellissima.

Lo schema dell'ape di Giorgio Martino, 1998
Lo schema dell'ape di Giorgio Martino, 1998

E il secondo incontro?

È successo in Iran. Avevamo trovato sulla Lonely Planet l’indicazione di un campeggio a Teheran. Siamo arrivati nel punto indicato, ma il campeggio non esisteva, era una zona residenziale, quindi abbiamo suonato a un campanello per chiedere informazioni. Il proprietario ci disse: “Il campeggio non c’è, ma venite da noi, vi ospitiamo”. E siamo finiti davvero a casa sua. Lui diceva di essere un famosissimo cantante pop iraniano. Noi ovviamente pensavamo fosse una cosa detta così, tanto per scherzare. Dopo due anni, però, il consolato iraniano di Milano organizzò una celebrazione per il Norouz, il Capodanno persiano, e lui era l’ospite d’onore e quando lo abbiamo visto abbiamo capito che era davvero una celebrità. È stato come se fosse arrivato Peter Gabriel a casa tua. Queste sono le cose belle dei viaggi lenti: dagli imprevisti nascono incontri che ti porti dietro per tutta la vita.

Com’era la vostra quotidianità durante quei sette mesi?

Era una vita molto semplice. Io mi sveglio presto, alle cinque e mezza o alle sei sono già sveglio, mentre Paolo amava dormire un po’ di più, ma poi abbiamo trovato il nostro equilibrio. La giornata iniziava andando verso Oriente. Anche questa cosa mi piace molto: orientarsi significa letteralmente andare verso Oriente. Per noi occidentali l’Oriente è sempre stato un punto di riferimento, fin dai tempi antichi. Facevamo colazione e poi partivamo. Ricordo che la mamma della mia fidanzata dell’epoca mi regalò sette salami comprati in Sardegna. Ci dicemmo: “Abbiamo sette salami, non possiamo portarceli dietro fino in Cina perché marciscono”. Alla fine ne portammo via solo tre e in Slovenia erano già finiti. Poi mangiavamo quello che trovavamo, quando viaggi tanto mangi poco, non hai bisogno di grandi quantità. In Cina, soprattutto nel nord, abbiamo trovato una cucina completamente diversa da quella dei ristoranti cinesi a cui siamo abituati in Italia: più autentica, molto diversa da quella che immaginiamo.

Dove dormivate durante il viaggio?

Su sette mesi abbiamo dormito circa tre mesi in strutture. In Cina, per esempio, era obbligatorio perché avevamo una sorta di scorta: ogni provincia cambiava la guida e l’autista che ci accompagnavano con il loro fuoristrada. Nei cinque mesi precedenti invece abbiamo dormito in modi diversi: un mese circa in alberghi, quando avevamo bisogno di una vera doccia o di collegarci con la nostra base in Italia. Due mesi dentro l’Ape, o meglio, vicino all’Ape, perché spesso ci buttavamo per terra con il sacco a pelo. E altri due mesi ospiti delle persone incontrate lungo il percorso, era incredibile la disponibilità della gente. A volte bastava chiedere: “Dove possiamo mangiare?” e la risposta era: “Venite da noi”. Oppure: “Dove possiamo dormire?” e ti dicevano: “Siete nostri ospiti”. Questa è una cosa che molte persone non immaginano, chi legge solo certe notizie pensa che il mondo sia pieno di pericoli, ma viaggiando scopri che la maggior parte delle persone è curiosa, disponibile e gentile.

Hai qualche altro episodio curioso che ti è rimasto impresso?

Sì, uno in Uzbekistan. Quando siamo entrati nel Paese, dopo aver attraversato il deserto del Kara Kum, siamo andati alla polizia per segnalare il nostro ingresso, perché non c’era una frontiera vera e propria. C’era una persona che faceva da interprete e il ragazzo che ci interrogava ci disse: “Vorrei anch’io andare in Europa come voi siete venuti qui”. Gli chiedemmo allora come pensava di arrivarci e lui rispose: “Con il carretto e il cavallo”. Gli dissi: “Guarda che è lunga”. Era una scena incredibile: lui immaginava di attraversare il mondo con un carro trainato da un cavallo, proprio come noi avevamo attraversato il mondo con un’Ape.

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