video suggerito
video suggerito

Francesco lascia tutto e cambia vita, ora racconta gli invisibili: “Non scelgo i luoghi, ma le persone”

Un viaggio fatto di incontri e ascolto: Francesco lascia la consulenza legale e attraversa il mondo per inseguire storie invisibili, decidendo di mettere al centro le persone, cercando di capire gli altri per capire sé stesso. Dalla casta più povera dell’India agli ebrei antisionisti, passando per le haenyeo coreane, Fanpage.it racconta il suo progetto, Lati Umani.
A cura di Elisa Capitani
0 CONDIVISIONI
Francesco Santino, LatiUmani
Francesco Santino, LatiUmani

Non è il classico viaggio quello che racconta Francesco. Non ci sono itinerari, né guide, né luoghi da spuntare su una lista. C’è piuttosto un movimento continuo verso le persone, verso le loro storie, spesso lontane dagli sguardi e dalle narrazioni più comode. Ha lasciato una carriera nella consulenza legale per inseguire qualcosa di meno definito ma più necessario, una domanda aperta su cosa significhi davvero vivere e riconoscersi negli altri. Da allora attraversa paesi e comunità con un approccio che rifiuta la superficie e cerca, con ostinazione, una relazione autentica. Il progetto si chiama Lati Umani e già nel nome contiene la sua direzione, spostare il centro del racconto dal mondo alle persone che lo abitano. A Fanpage Francesco racconta le tappe di una scelta che non è stata improvvisa ma costruita nel tempo, tra dubbi, paure e una determinazione che oggi prende forma in un racconto collettivo. Un viaggio che non cerca risposte semplici, ma prova a restituire complessità, senza giudicare. Perché, come emerge dalle sue parole, capire gli altri è forse l’unico modo che abbiamo per capire anche noi stessi.

Hai lasciato una carriera stabile per partire: quanto è stato un gesto di fuga e quanto invece una scelta consapevole di cercare il mondo?

La domanda che mi fanno sempre è proprio questa: “Quando hai deciso di cambiare vita?”. In realtà non c’è stato un momento preciso. È stata una cosa che ho maturato nel tempo. Giorno dopo giorno sentivo sempre di più che quella vita, svegliarmi alla stessa ora, fare la stessa strada, sedermi alla stessa scrivania, non mi apparteneva. Ero anche molto alla ricerca di me stesso. Ho pensato che forse avrei potuto capirmi davvero incontrando persone nel mondo, ascoltando le loro storie. Se devo individuare un punto concreto, direi l’ultimo anno di lavoro. Facevo il consulente legale, ho anche cambiato azienda per vedere se fosse quello il problema, ma non è cambiato nulla. Era proprio quel tipo di vita a non essere la mia. Così ho iniziato a mettere da parte dei soldi, mi sono dato una data e, sei mesi dopo, avevo già in mano un biglietto di sola andata per la Corea del Sud.

Francesco con una Haenyeo, le donne del mare
Francesco con una Haenyeo, le donne del mare

Da lì nasce "Lati umani". Come si è trasformato nel tempo il progetto?

All’inizio non si chiamava nemmeno così. Io volevo semplicemente viaggiare e intervistare persone. Poi, dalle interviste, uscivano sempre storie profondamente umane. Ho pensato: quante storie ci sono nel mondo, quanti "lati umani" esistono. E così è nato il nome. Anche la missione è cambiata: all’inizio volevo capire chi fossi io, oggi voglio capire chi siamo noi. Io sono solo il tramite, il traghettatore. I veri protagonisti sono le persone.

La comunità dei Ramnami
La comunità dei Ramnami

Nei tuoi reportage il viaggio non è mai turistico. Come scegli storie e luoghi?

In realtà non scelgo i luoghi, scelgo le persone. Posso raccontare una storia in Italia o dall’altra parte del mondo, non cambia nulla. Quello che cerco sono storie che nessuno mi ha raccontato, quelle che chiamo le "chicche". Ma soprattutto storie che possano lanciare messaggi forti. Ad esempio, a giugno uscirà un reportage sugli ultimi arabi delle paludi, in Iraq, ovvero l’antica Mesopotamia. Vivono in queste zone che si stanno prosciugando a causa del cambiamento climatico e tramite loro ho la possibilità di raccontare qualcosa di attuale e farlo in modo concreto, è un’occasione per mostrare come il cambiamento climatico impatti la vita delle persone. Oggi può sembrare lontano, ma domani potrebbe riguardare anche noi. Oppure ho scelto i Pemulung, ovvero la popolazione che vive nella discarica più grande del Sud-Est asiatico, per agganciarmi al tema del consumismo e denunciare le profonde disuguaglianze che questo comporta. Ogni viaggio che ho affrontato ha sempre la stessa costante: sono le persone a rendere concreti gli argomenti.

Le montagne di rifiuti in Indonesia
Le montagne di rifiuti in Indonesia

È per questo che ti muovi verso realtà più marginali?

Si. Il fatto è che oggi tutti parlano di certi temi, ma spesso restano parole vuote. Quando invece sono le persone a raccontarli, chi li vive in prima persona, tutto cambia. Diventa reale, tangibile.

Il tuo approccio alle persone è molto diverso da quello di tanti content creator. Come entri davvero in questi contesti?

La prima cosa è il rispetto. Il primo giorno infatti non registro mai, per me è fondamentale conoscersi prima, senza telecamera. Oggi c’è questa idea che pagando si possa fare tutto, entrare ovunque, filmare qualsiasi cosa. Ma è sbagliato. Io, ad esempio, non riprendo mai situazioni delicate, anche se sarebbero contenuti forti. Mi è capitato che mi dicessero "Registra, registra!", ma ho scelto di non farlo per rispettare le tradizioni e i costumi della popolazione. Perché prima di tutto ci sono le persone.

Dentro la comunità che in Israele sostiene la Palestina
Dentro la comunità che in Israele sostiene la Palestina

C’è una storia che ti ha colpito più delle altre?

È difficile sceglierne una, mi emoziono sempre. Però penso spesso ai Ramnami, in India. Una comunità storicamente emarginata, appartenente all’ultima classe sociale e quindi intoccabili, nessuno voleva avvicinarsi a queste persone. Un giorno un membro della loro comunità non potendo loro accedere ai templi, disse "Se non possiamo accedere ai templi, porteremo il tempio dentro di noi" e quindi da quel momento cominciarono a tatuarsi prima il viso, poi le mani e poi il corpo del nome del loro Dio, Rama. Oggi ne sono completamente ricoperti e rispettati per il gesto di ribellione. Un gesto semplice, ma rivoluzionario. Quando sono andato via, dopo giorni insieme, ho dato loro i soldi che avevamo concordato all’inizio, ma il figlio del capo della comunità li ha rifiutati. Mi ha detto: "La cosa più importante che ci hai dato è la tua umanità". E questo mi ha fatto riflettere tantissimo. Anche quella della comunità transgender musulmana che abita in Indonesia mi è rimasta nel cuore, perché penso sia stata una di quelle occasioni irripetibili nella vita. Essendo infatti una popolazione a rischio, ho avuto una fortuna incredibile a incontrarle, cosa che magari tra 30 anni non avrei potuto fare.

Un uomo che fa parte degli ultradossi di Gerasulemme
Un uomo che fa parte degli ultradossi di Gerasulemme

Hai incontrato anche realtà molto dure. Qual è l’immagine che ti è rimasta più addosso?

I bambini scalzi che giocano sopra montagne di rifiuti in Indonesia. È qualcosa che non riesci davvero a spiegare. Puoi raccontarlo, ma non restituisce quello che provi. Mi ha lasciato una rabbia enorme. Anche perché quella discarica è alimentata dagli scarti di grandi aziende che conosciamo tutti. E poi c’è stato anche un impatto fisico: dopo una settimana lì avevo perso i capelli davanti, probabilmente per le condizioni ambientali. L’odore ti rimane addosso, anche dopo giorni.

Hai mai avuto paura in questo percorso?

Sempre. Ho paura ancora oggi. A volte non dormo la notte, perché oltre alla missione c’è anche la sostenibilità economica del progetto. Oggi non sono più da solo, siamo un team, e non è facile gestire tutto questo. Però non ho mai pensato a un piano B. Ho paura, ma allo stesso tempo sono molto determinato.

Bambine dell’India rurale, Ahmednagar
Bambine dell’India rurale, Ahmednagar

Nel tuo racconto eviti sempre il giudizio. È una scelta consapevole?

Sì, ed è la cosa più difficile. Giudicare è facile, lo sappiamo fare tutti. Cercare di capire, invece, è complicato. Il mio obiettivo è entrare in una realtà senza pregiudizi, anche quando quello che sento è distante da me. Perché ogni persona, ogni comunità, arriva da un contesto diverso, e se non lo consideri, non capisci nulla.

Dopo tutti questi viaggi, cos’è cambiato nel tuo modo di vedere l’Italia?

Tutto. Ho iniziato a chiedermi chi siano gli invisibili anche qui, ad esempio a Milano. E infatti stiamo lavorando a reportage sui senzatetto, oppure sulla baraccopoli di Borgo Mezzanone, vicino Foggia, la più grande d’Europa. Ogni storia aggiunge un tassello a un puzzle più grande, e cambia inevitabilmente il modo in cui guardi anche casa tua.

Francesco e Rafael, un prete eremita che vive tra le montagne
Francesco e Rafael, un prete eremita che vive tra le montagne

Oggi Lati umani è diventato anche un progetto strutturato. Cosa significa per te questo passaggio?

Sono partito da solo, con una piccola telecamera del telefono. Adesso siamo un team, partiamo in quattro, cinque persone. E paradossalmente non mi soffermo mai a guardare tutto quello che sta succedendo. Dovrei farlo di più. Fermarmi, rendermi conto del percorso; per questo, ogni tanto, sento il bisogno di staccare. Ad esempio, questo weekend vado da un prete eremita che ho conosciuto durante un reportage. Perché per me Lati umani non è solo contenuto, sono relazioni vere: con molte persone mi sento anche dopo averle conosciute.

Cosa resta più difficile da fare, dopo tutto questo?

Raccontare. Trasmettere quello che vivo attraverso un contenuto è la cosa più importante: oggi non conta solo cosa fai, ma come lo racconti. E farlo in modo rispettoso, senza banalizzare, è la vera sfida.

Francesco e Rafael, il prete eremita che vive tra le montagne
Francesco e Rafael, il prete eremita che vive tra le montagne
0 CONDIVISIONI
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views