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Roberta lascia il lavoro e cambia vita in Africa: “Aiuto le donne, se una si realizza anche le altre capiscono di poterlo fare”

Roberta ha lasciato Napoli e in Burkina Faso aiuta le donne e i bambini. A Fanpage.it ha raccontato: “Voglio restituire la fortuna che ho avuto nella vita”.
A cura di Giusy Dente
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Roberta D'Amore ha conosciuto l'Africa attraverso i racconti di quello che poi sarebbe diventato suo marito. Lui, da anni in una ONG tedesca, le parlava del Mali, del Chad, dell'Uganda: storie tutte diverse, di Paesi dall'anima differente. Ascoltando di quelle persone e di quelle terre che non aveva mai visto, qualcosa deve essere scattato dentro di lei: così senza neppure conoscere la lingua, dopo il matrimonio ha seguito il suo compagno lì. Nessuna idea precisa nella mente, solo l'intenzione di rendersi utile, di fare qualcosa di significativo nel suo piccolo. Ha cominciato con un'attività di catering per mettere insieme un po' di soldi, per poi potersi dedicare alla sua vera vocazione. Oggi porta avanti due progetti. Dambé è una sartoria etica. Le sue sarte sono donne che vengono spesso da contesti di sottomissione, che entrando nel contesto lavorativo trovano una loro indipendenza, un modo per affermarsi in famiglia e in società. Projet Bamako è un'iniziativa di sostegno all'infanzia, per garantire un'istruzione ai bambini poveri e in difficoltà. Intervistata da Fanpage.it, Roberta ha spiegato quanto arricchimento tragga da queste attività. Sa di essere fortunata e vuole in parte restituire quello che la vita le ha dato.

Dove vivi attualmente Roberta?

Io da un anno vivo a Ouagadougou in Burkina Faso, la capitale, ma sono stata 4 anni in Mali, nella capitale Bamako.

Come ti sei ritrovata in Africa, erano posti che avevi visitato?

Prima facevo tutt'altro: lavoravo in Tommy Hilfiger nel reparto Comunicazione e vivevo ad Amsterdam. Poi ho conosciuto quello che è diventato mio marito, la persona migliore che abbia mai incontrato e lì ho deciso di cambiare le cose. Ho lasciato il lavoro e ci siamo sposati. Lui lavora per una ONG tedesca da 15 anni. Ha vissuto in Chad, in Repubblica centroafricana, in Uganda, in Mozambico. Il primo anno di matrimonio l'abbiamo fatto lontani, perché lui faceva missioni brevi e io ero a Napoli. Però è nato questo desiderio fortissimo di andare con lui.

Progetto Dambé
Progetto Dambé

Quindi tu il primo contatto con l'Africa lo hai avuto tramite i racconti di tuo marito…

Sì, perché quando ci siamo incontrati io ero ad Amsterdam e lui era in un villaggio del Chad: parlavamo, lui mi raccontava di questa sua vita, di quello che faceva, erano delle cose interessanti che sentivo molto affini a me. Quando poi finalmente ci siamo sposati, gli ho proprio detto: "Guarda, io voglio voglio venire con te, voglio cambiare vita, voglio venire e fare qualcosa pure io lì". All'inizio era un po' spaventato, non sapeva cosa avrei potuto fare, ma io sentivo che ce l'avrei fatta a trovare la mia strada. L'ho raggiunto in Mali nel settembre 2021: lì si parla francese, io non lo conoscevo quindi è stato difficile. La prima cosa con cui mi sono cimentata è stata la cucina: l'ho scelta perché mi è sempre piaciuta, pensavo potesse aiutarmi a conoscere persone, a fare amicizia. Ho messo sù un piccolo catering di cucina italiana  e il primo anno è andato benissimo, lavoravo tanto. Ho cominciato anche a studiare francese. Insomma mi sono ambientata di più. Fermavano mio marito per chiedergli: "Ma tu sei il marito di Roberta della Cuisine Italienne?". Ero la napoletana che cucinava a Bamako. In realtà non era proprio quello che volevo fare, ma mi serviva per mettere un po' di soldi da parte.

Progetto Dambé
Progetto Dambé

Qual era il vero progetto?

Io volevo aiutare, volevo fare qualcosa con le donne legato all'abbigliamento. Ne ho parlato col mio professore di francese e lui mi ha presentato questa questa prima sarta con cui ho cominciato a collaborare, si chiama Minata. La prima volta che lei è venuta a casa mia era con il marito e io ho parlato tutto il tempo con lui: lei non ha detto una parola, testa bassa tutto il tempo. Io volevo capire se potevamo fare qualcosa insieme, ma l'ho dovuto spiegare a lui. Quando poi abbiamo effettivamente cominciato, lei lavorava da casa sua con la sua macchina da cucire. Dopo un anno e mezzo di lavoro insieme, è riuscita ad acquistare due macchine da cucire e ha aperto il suo piccolo laboratorio. È cambiata, è diventata ambiziosa, si è aperta al mondo e ha capito che non doveva per forza solo lavorare a casa per mantenere la famiglia. La cosa più bella è che poi delle ragazze più giovani hanno cominciato ad andare da lei per imparare il mestiere ed è stata per me una piccola vittoria. Il nome del progetto è Dambé: in lingua bambara significa dignità, rispetto, valore. I principi che mi guidano.

Il tuo guadagno arriva da quel progetto?

Che io guadagni è un parolone! Per me la cosa più importante è che le ragazze possano lavorare, che io possa dare loro una continuità, una stabilità, renderle indipendenti; amo vederle prendere in mano la loro vita. Alcune di queste ragazze sono vittime di mutilazioni genitali, sono costrette a matrimoni precoci. In Burkina ci sono delle cooperative di ragazze e sono bravissime, sanno fare delle cose bellissime, ma il problema è che non c'è mercato. È per questo che io poi vengo a vendere in Italia. Questo è proprio un progetto di sviluppo per me, perché quando una ragazza comincia a realizzarsi diventa un esempio per la sua comunità e quindi anche le altre pensano di potercela fare. Sui social io faccio vedere chi sono le sarte con cui lavoro, faccio dei video per mostrare quello che facciamo, come lo facciamo, perché secondo me è importante raccontare che dietro ogni prodotto c'è una storia di una persona reale, c'è una persona con la sua famiglia, con la sua comunità. Loro sono contentissime.

Roberta D’Amore
Roberta D’Amore

Tu che con le donne ci lavori e ci parli tanto: loro che rapporto hanno con le problematiche che hai citato, di mutilazioni e matrimoni combinati?

Per loro è la normalità: le accettano e le subiscono. Alcune sono combattive, ne conosco una che si è ribellata alla famiglia e ha aperto un'associazione per aiutare ragazze giovani che scappano da matrimoni precoci, però è un'eccezione. Considera che Bernadette, la ragazza che lavorava da noi come femme de ménage, per darci un aiuto in casa, parte del suo stipendio deve darlo al fratello e al marito che non lavorano. La obbligano, li deve dare. È difficile estirpare queste mentalità, le donne più anziane sono le prime che dicono: "Si è sempre fatto così". Però qualcuna riesce a scegliere.

E gli uomini, i mariti, come la vivono questa cosa, questa presa di coscienza, questa indipendenza?

Abbastanza bene. Anche il marito di Aminata, che all'epoca mi era sembrato un padre padrone, poi dopo quando siamo entrati in confidenza, mi ha detto che era contento della trasformazione di sua moglie. Diciamoci la verità, comunque sono soldi per la famiglia, quindi è fondamentale per loro.

Progetto Dambé
Progetto Dambé

Però so che hai messo sù anche un altro progetto…

A Bamako c'è tanta povertà, vedevo ogni giorno bambini in difficoltà, senza scarpe per strada. Noi i soldi ai bambini non li possiamo dare, perché non possiamo alimentare il fatto che loro stiano per strada a lavorare. Però mi guardavo intorno e mi sentivo inutile. Dicevo: "Ma com'è possibile? Cosa posso fare?". La risposta me l'ha data Bernadette. Lei mi ha raccontato che i bambini non andavano a scuola, perché non c'erano maestri. Sono andata a vedere la scuola coi miei occhi: ho visto classi con 70-80 bambini tutti buttati a terra, chi dormiva, chi giocava, chi non faceva niente. Ho voluto parlare don la direttrice e lei mi ha spiegato che i professori non andavano a scuola perché non venivano pagati. Ho visitato anche le scuole semiprivate, che sono comunque fatiscenti, ma almeno lì il maestro ci va. Queste scuole costano parecchio e non tutti se le possono permettere, pur lavorando. Lì ho capito che dovevo aiutare i bambini più svantaggiati ad andare a scuola: l'istruzione è la base di tutto. Se tu hai generazioni di bambini che non vanno a scuola, che non studiano, che non sanno leggere, che non sanno scrivere, questo significa che un domani non ci saranno dottori, non ci saranno maestri, non ci saranno professori. Come può un Paese andare avanti così?

Roberta e le ragazze del Progetto Dambé
Roberta e le ragazze del Progetto Dambé

Cosa hai fatto?

Ho cominciato a iscrivere dei bambini a scuola e ho raccontato tutto questo sui social: "Se qualcuno vuole aiutare io sono qua". Avevo paura che mi prendessero per pazza, che non mi credessero e invece le persone mi hanno contattato per sapere come dare una mano. Io ho fatto uno schema preciso dove dimostravo: "Le scuole costano questa cifra, per mettere un bambino a scuola serve questa cifra e così via". In questi tre anni abbiamo iscritto a scuola 20 bambini, altre ragazze le abbiamo iscritte alla scuola di formazione. Mi sono fermata a 20 bambini per essere sicura di portarli fino alla fine. Alcuni genitori quando stavo a Bamako facevano chilometri a piedi per passare a trovarmi a casa e portarmi piccoli doni: le melanzane dell'orto, delle zucche. Era il loro modo di dirmi grazie.

Tutto tramite questi soldi che ti arrivano da contributi volontari?

Sì sono donazioni private. All'inizio sovvenzionavo anche con ciò che guadagnavo vendendo gli abiti, però non potevo permettermi di mischiare le cose: dovevo comunque assicurarmi di poter continuare a sostenere il lavoro delle ragazze. Ciò che guadagno con quel progetto lo reinvento per la sartoria stessa, altrimenti non andrei avanti con loro. Il progetto coi bambini è nato perché io sentivo di voler restituire qualcosa della grande fortuna che ho avuto nella mia vita. Poi però si è trasformato in un'iniziativa comunitaria, alimentata da tantissimo amore. Io questa cosa veramente non me l'aspettavo ed è stato bellissimo.

Projet Bamako
Projet Bamako

Ora che dal Mali sei in Burkina Faso riesci comunque a tenere in piedi entrambi i progetti?

Dopo 4 anni, proprio l'anno scorso ad aprile, mio marito e io ci siamo trasferiti in Burkina. Le ragazze che lavoravano a Bamako continuano a realizzare le cose e poi me le spediscono con con gli autobus. I bambini che avevamo iscritto a scuola continuano ad andare a scuola. Le ragazze che ho iscritto alla scuola di formazione lo stesso. Poi in futuro vorrei anche aiutare le ragazze che fanno i corsi di formazione a essere indirizzate nel mondo del lavoro, una sorta di microcredito.

Vedi un futuro per te in Italia?

Guarda, io ogni tanto ci penso pure, ma mi dico: che potrei fare? Sicuramente continuerei a lavorare in questo settore, però non mi ci vedo. Per ora torno due volte: prima dell'estate e prima di Natale, ma più che altro per vendere i prodotti, perché se non li vendo non posso reinvestire. Le ragazze le pago subito, poi se le vendite in Italia vanno bene dò anche un bonus, se me lo posso permettere e se siamo rientrati nei costi. Io sono l'ultima della catena, ma so di poterlo fare, sono fortunata, non mi manca niente, mio marito provvede a tutto. Se fossi da sola non lo potrei fare. E poi la cosa che mi piace tantissimo quando vengo in Italia è che lì che capisco che il progetto esiste! Lo capisco quando lo racconto, quando faccio vedere foto e video. Organizzo dei piccoli eventi e quando racconti le cose alle persone è come se prendessero vita. Ieri ero in macchina, ferma al semaforo e mi stavo toccando i capelli. I miei sono completamente diversi dai loro, si incuriosiscono. Noto questa ragazza al semaforo che mi guarda e mi sorride, stava friggendo dei bignè: sono tipo le nostre graffe, le cucinano per strada. Inizia a mandarmi baci, ci salutiamo e si avvicina. Avrebbe potuto chiedermi soldi: qua è la normalità. Invece lei è venuta, mi ha dato un sacchetto con dentro quattro bignè e mi ha detto: "Questi sono per la tua giornata". Poi è scattato il verde, non mi potevo fermare e sono dovuta ripartire. Tu capisci la dolcezza, la gentilezza di fare una cosa del genere? I rapporti umani qua sono diversi. Quando entri in confidenza è per sempre, le persone ti vogliono veramente bene. In Italia c'è forse una velocità diversa, ma qui ci sono veramente ancora dei momenti molto preziosi con le persone.

Projet Bamako
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