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Cristina Valcanover vive nella savana col marito Masai: “In mezzo al nulla sono felice, lo rifarei mille volte”

Un viaggio in Tanzania ha cambiato per sempre la vita di Cristina. Oggi vive nel villaggio masai di suo marito: “La mia casa è qua” ha detto a Fanpage.it.
A cura di Giusy Dente
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Instagram @tina_e_willy_maasai_travel
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Dinanzi alle inevitabili sfide che la vita ci mette davanti, sono molteplici i modi di reagire: ciascuno legittimo. Dopo due tumori e la perdita dei genitori a distanza di pochi mesi l'uno dall'altro, Cristina Valcanover ha reagito con qualcosa di radicale. Ha trasformato del tutto la sua vita, trovando la versione più autentica di sé: è servito coraggio, anche una buona dose di incoscienza forse, ma più di tutto a guidarla è stato il bisogno di rispettare il proprio sentire, ciò che sentiva giusto per sé, senza curarsi dei giudizi altrui. Tutto è cominciato quando ha coronato il sogno di fare un viaggio in Africa: si è recata in Tanzania. Poi la savana è diventata qualcosa di più e quel primissimo viaggio si è rivelato decisivo. Per un certo periodo di tempo è stata in bilico tra due mondi, ma poi ha dovuto scegliere: e ha scelto seguendo il cuore. Si è trasferita definitivamente nel villaggio di suo marito William, un masai: sono sposati dal 2015. A Fanpage.it Cristina ha confidato che rifarebbe quella scelta ancora e ancora; che non si immagina in nessun altro posto che non sia quello, in nessun'altra famiglia che non sia quella che l'ha accolta a braccia aperte regalandole la felicità.

Cristina cominciamo dall'inizio: quando arrivi in Tanzania?

Io sono sempre stata attratta dall'Africa, desideravo un viaggio nell'Africa vera, ci pensavo spesso. Tra il 2006 e il 2009 mi sono ammalata due volte di cancro e quel pensiero è stato la mia forza in quegli anni. Mi dicevo: "Guarirò e andrò". Sono sempre stata una che si dà degli obiettivi, non vivo se sto ferma, non fa parte del mio carattere. Quindi arrivata verso la fine, terminate le chemioterapie, sono partita per la Tanzania, verso un resort. Tornavo a casa quando dovevo ricominciare con le radioterapie. Mi ero consultata con gli oncologi, nessuno era molto d'accordo sinceramente. Ma io volevo staccare la spina, stare da sola, avevo bisogno di recuperare, di metabolizzare quello che mi era accaduto. La prima volta che ho messo piede a Zanzibar, sono arrivata al resort che ero stanca morta. Ho preso il bus all'aeroporto, ho viaggiato tutta la notte e mi ricordo che mentre aprivano il cancello del resort mi sono guardata intorno e ho detto: "Oh, ci sono i masai!". Non ci avevo pensato a questa cosa.

E quando hai avuto il primo contatto con la vita nel loro villaggio?

Al mio arrivo ho fatto amicizia con alcuni di loro parlando italiano e mi hanno invitato a casa loro. Non conoscevo la loro lingua ma loro sì, perché lavorano tantissimo coi turisti. Poi sono tornata in Italia per il ciclo di radioterapie, che durava un paio di mesi. Era dicembre 2009, sono venuta nel villaggio a casa loro a febbraio 2010 e ci sono rimasta un mese. Mi guardavano come fossi una marziana! Guardavano qualsiasi cosa io facessi, qualsiasi movimento; provavo a parlare ma non capivo nulla, mi sentivo veramente fuori luogo. Non ti nascondo che dopo tre giorni volevo andarmene! Tra l'altro sono stati tre giorni di pioggia battente, io dormivo in una capanna masai su una pelle di mucca con un pareo che faceva da lenzuolo, ma faceva caldo. Non credevo di poter resistere un mese, ma non sapevo come dirglielo: loro erano così ospitali, solari, carini con me.

Instagram @tina_e_willy_maasai_travel
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Poi hai continuato a dividerti tra Tanzania e Italia?

Sì, ho sempre fatto avanti e indietro, ma quel posto mi aveva veramente rubato il cuore. Tra l'altro dopo la sfiga della malattia, quando sono guarita io poi sono morti i miei genitori. Li ho persi nell'arco di 5 mesi l'uno dall'altro, molto giovani. Il giorno stesso che è morto mio padre, a mia madre hanno dato 5 mesi di vita. Lì mi sono detta: "Basta. Non me ne frega niente di quello che pensano gli altri, faccio il funerale e il giorno dopo parto". E così ho fatto. Non potevo continuare a chiedere aspettative. Ormai non torno in Italia da 4 anni: ho mollato tutto. La mia vita è qua, la mia casa è qua, la mia famiglia è qua.

Come è stato l'impatto iniziale con una vita così diversa?

Le prime settimane stavo malissimo, perché comunque arrivavo da due lutti: non ero arrivata neanche a superarne uno che ne è arrivato un altro. Prima ancora c'era stata la mia lunga malattia. In quel momento ho rincontrato Willy. In realtà tra noi c'era già stato qualche scambio, ma niente di che: è andata avanti così per anni, sentendoci a distanza.

Com'è possibile innamorarsi di una persona che viene da un mondo così lontano? Come hai capito che non era solo fascinazione?

Non mi crede nessuno quando lo dico, ma io e lui non abbiamo mai sentito la differenza di cultura tra noi. Poi tra l'altro è stata una cosa nata con calma, inizialmente ci guardavamo solo in amicizia, è stata un'amicizia per anni. Poi a un certo ho sentito le farfalle nello stomaco e lì ho capito che c'era qualcosa di più, anche perché lui comunque era sempre molto presente anche se era lontano. Mi dava molta sicurezza, capivo che il sentimento era vero e che non ero usata per altri scopi come si sente purtroppo parlare. Sia l'Africa che il Sud America sono famosi per queste cose. Ma non credo neanche che saremmo durati così tanto, se fosse stato così.

Instagram @tina_e_willy_maasai_travel
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Voi ormai da quanto tempo siete insieme, quando vi siete sposati?

Ci siamo sposati a gennaio 2015, però ci frequentiamo e ci conosciamo dal 2009. Da quando ci siamo sposati a oggi non ci siamo mai più separati.

Com'è un matrimonio tra una donna bianca e un masai?

Ci siamo sposati sia con rito masai per festeggiare qua a casa con la sua famiglia che con rito civile, abbiamo il certificato internazionale. Alla festa c'era una marea di gente, suo papà era scettico, all'inizio non era d'accordo neanche un po' e adesso mi adora. Aveva paura che il figlio venisse in Italia e cambiasse. Willy in effetti mi ha raggiunto in Italia dopo due mesi dal matrimonio, abbiamo fatto la ricongiunzione familiare, ma poi siamo tornati qua un'altra volta dopo un anno. In quel momento, quando suo padre ha visto che il figlio non era cambiato, sono entrata nelle grazie e sono ancora qua. Lui mi chiama la guerriera.

Vivendo tra i masai a cosa hai dovuto rinunciare, a cosa ti sei dovuta abituare da zero?

Adesso per me è tutto nella norma, ma ci è voluto tempo. In fondo sapevo a cosa andavo incontro, sia i pro che i contro. All'inizio mi sentivo inutile. Non ero in grado di fare assolutamente nulla. Dovevo cucinare come loro, ma non avevo nulla: dovevo a accendere il fuoco e non ero capace. Dovevo sempre dipendere da loro e questa cosa, per me che sono sempre stata una persona molto indipendente, era un peso. Poi non c'era l'acqua, quindi dovevo imparare a usarla bene. Ti sembrerà stupido, ma mi faceva riflettere. Pensavo a tutte le cose che facevo a casa per esempio lasciare il rubinetto aperto per lavare i piatti. Pensavo alle comodità, alla lavastoviglie, alla doccia! Qua tutt'oggi ci si fa la doccia con l'acqua bollita e io uso una brocchetta. Solo nel tempo mi sono creata delle comodità, perché a un certo punto, dopo tanti anni di vita in capanna, ho detto a mio marito: "Se devo vivere qua devo avere la mia casa, il mio materasso, il mio letto. Io non disdegno la vostra vita, ma voglio essere comoda. Non pretendo altro". Infatti ancora oggi quando capita che andiamo a qualche festa o a trovare qualche amico lontano, ci dormo volentieri anche due settimane in capanna, non è un problema. Piano piano abbiamo costruito la nostra grande casa insomma. Poi certo, se mi chiedi "Ce l'hai la TV?" ti dico che non ci ho nemmeno mai pensato, non è neanche una cosa che cerchiamo. E poi ormai esistono gli smartphone: se mi serve qualche info, se vogliamo guardarci un film o ascoltare notizie lo facciamo tramite i telefoni. Abbiamo il Wi-Fi. Quando sono venuta qua la prima volta nel 2009 non c'era nemmeno Internet né Google Maps. Lavorativamente, lavoriamo di turismo tre mesi all'anno. Invitiamo le persone a vivere un'esperienza di vita vera nella Savana.

Instagram @tina_e_willy_maasai_travel
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Quanto ci hai messo a dire: "Ok, adesso veramente mi sento a casa"?

Pochissimo. Superati i tre giorni io mi sentivo già a casa. Comunque i masai sono molto vicini alle mie tradizioni, alla mia cultura. Non fai fatica a vivere con loro. Mio marito mi ha insegnato tre cose fondamentali quando sono arrivata qua la prima volta. Innanzitutto mi ha detto: "Se tu vuoi vivere bene qua, devi imparare a guardare questo posto e le persone non più coi tuoi occhi europei, ma con i nostri". Questa frase me la ricorderò sempre. E poi mi ha insegnato come camminare, dove guardare. Mi ha detto: "Se incontri un animale che ritieni pericoloso, cambia strada, non lo guardare. Qualsiasi cosa brutta sia, lui non ti aspetta".

Com'è la tua giornata tipo?

Non mi annoio mai. Vivo con una famiglia molto grande, siamo circa una quarantina di persone. Casa mia è un porto di mare, qua le porte sono sempre aperte per tutti! Mi sveglio prestissimo alle 5:30 e mi godo il silenzio della mattina. Mi faccio il caffè se ho ancora qualche pacchetto che mi ha portato qualche turista, se no qua costa un botto. Poi ho imparato a fare il chai masai, che è la nostra colazione: latte bollito con pochissima acqua e delle spezie, buonissimo. Finito ciò, ho tutte le mie incombenze in casa, la vita normale di una casalinga diciamo. Ma questo vale per tutte le masai, non solo per me. I maschi si ritrovano per preparare le mucche, i bambini sono organizzati per andare al pascolo. Poi si fa ora di pranzo. Io passo il pomeriggio tra i miei video e poi si sta insieme tra donne. La cosa degli uomini che stanno solo con gli uomini e le donne che stanno solo con le donne non è così accentuata come si dice. Si sta tra amici, che siamo donne o che siamo uomini, anche insieme: non cambia nulla. Poi nel tempo ho imparato il loro artigianato, passo il tempo anch'io a fare quei bellissimi bracciali delle donne masai. Poi adesso stiamo organizzando una grande festa, perché tra un mese ci saranno i nuovi guerrieri.

Cos'altro si mangia?

Qua si va tanto di carboidrati e proteine. Frutta poca. La migliore frutta del mondo è sulla costa, però noi siamo a un giorno di viaggio da lì. Le banane non mancano mai, alcune cose le coltiviamo noi, il mango lo trovi ovunque che cresce spontaneamente. Poi, se sei fortunata, c'è qualcuno che compra dalla costa e si fa arrivare qualcosa. Per esempio io la pasta me la faccio arrivare con gli autobus dalla costa. Un autobus ci mette anche 14-15 ore, in macchina ci impieghi 7 ore: il primo pezzo di strada è asfaltato, poi è tutta strada sterrata.

Instagram @tina_e_willy_maasai_travel
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Ti capita mai di pensare di essere nata nella parte sbagliata di mondo, come se tu appartenessi in realtà all'Africa?

Oh, sì. L'ho anche scritto tante volte, effettivamente sì. Quando rientravo in Italia la testa era sempre qua e mi son detta: "Non si può continuare così: o sei qua o sei là". Io sono cresciuta qua, siamo cresciuti tutti insieme qua: 17 anni son tanti. I ragazzi che tra poco diventeranno guerrieri hanno 17 anni, io li ho visti che erano appena nati! Poi comunque nel frattempo ho imparato ad organizzarmi, a parlare; so chiedere, so informarmi, loro mi comprendono. La lingua masai non ha un dizionario o una scuola per impararla: io l'ho imparata tantissimo dai bambini. Qui siamo dimenticati da tutti, viviamo veramente in mezzo al nulla. Soprattutto quando piove, ti devi fare un segno della croce prima di metterti in strada!

Eppure tu in quel nulla sei felice?

Sì! Ho scritto un libro che si intitola La felicità tra i Maasai. Io qua ho scoperto tanti lati del mio carattere che non conoscevo, sinceramente. Non sapevo di essere una persona dotata di inventiva, non sapevo di essere una persona che sa adattarsi così bene. Io poi ero una che usciva di casa sempre perfetta, truccata, dovevo avere l'abito all'ultima moda, ho sempre fatto dei bei lavori. Poi ovviamente ogni tanto mi vengono i momenti di tristezza, ma non perché senta di aver sbagliato a venire qua a vivere, lasciando la vita in Italia. La rifarei mille volte questa scelta. Sento la nostalgia delle mie amiche, dei miei ex colleghi. Però penso che se tornassi in Italia starei malissimo: solo in vacanza, quel paio di settimane per salutare tutti e farmi una bella mangiata. Quello sì che mi manca: il cibo buono italiano!

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