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Meduse, ricci e tracine, il dermatologo avverte: “Urina e altri rimedi fai da te possono peggiorare la situazione”

Meduse, ricci di mare e tracine possono trasformare una giornata in spiaggia in un’esperienza dolorosa. Dall’urina sulla puntura all’olio per togliere gli aculei, il dermatologo Mercuri spiega a Fanpage.it se i metodi popolari funzionano davvero e come gestire correttamente le ferite.
Intervista a Dott. Santo Raffaele Mercuri
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Sarà capitato a tutti almeno una volta di calpestare qualcosa sul fondo del mare, sfiorare una medusa durante una nuotata o pungersi con un riccio mentre si cammina tra gli scogli. In vacanza, questi piccoli incidenti sono più frequenti di quanto si pensi e spesso vengono affrontati con rimedi tramandati da amici e parenti, come urinare sulla puntura di una medusa o usare l’olio per estrarre gli aculei di un riccio. Ma funzionano davvero? Fanpage.it ne ha parlato con Santo Raffaele Mercuri, primario di Dermatologia e Cosmetologia dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e associato di Dermatologia all’Università Vita-Salute San Raffaele, che spiega quali sono le manovre corrette di primo soccorso, cosa evitare e quando è invece necessario rivolgersi subito al medico.

In vacanza possiamo incontrare meduse, ricci di mare o tracine. Come curare le punture delle meduse? 

Il contatto con una medusa provoca l’attivazione di cellule urticanti, i nematocisti, che inoculano sostanze irritanti nella pelle. La prima cosa da fare è uscire dall’acqua con calma, soprattutto se il dolore è intenso, per evitare il rischio di annegamento. La zona non deve essere strofinata né grattata, perché sui tentacoli o sulla pelle possono rimanere nematocisti ancora integre. L’area va sciacquata con acqua di mare pulita, non con acqua dolce, che può favorire la scarica delle cellule urticanti residue. Gli eventuali frammenti di tentacolo devono essere rimossi senza toccarli a mani nude, utilizzando una pinzetta, guanti o un oggetto rigido, senza raschiare energicamente la pelle. Per ridurre il dolore, è raccomandata l’immersione della parte interessata in acqua calda, indicativamente a 40–45 °C, per 20–40 minuti, verificando attentamente che la temperatura non provochi ustioni. Quando l’immersione non è possibile, si può utilizzare una doccia calda o un impacco termico protetto. Le revisioni più recenti indicano che il calore è generalmente più efficace del freddo nel controllo del dolore da avvelenamento da medusa, anche se la qualità complessiva delle prove rimane limitata e l’effetto può variare tra le specie. L’aceto non dovrebbe essere applicato indiscriminatamente nel Mediterraneo. La sua efficacia dipende dalla specie: può inibire le nematocisti di alcune cubomeduse, ma negli esperimenti su Pelagia noctiluca, una delle meduse urticanti più comuni del Mediterraneo, ha provocato la scarica delle nematocisti e può quindi peggiorare dolore e infiammazione. In assenza di un’identificazione sicura o di indicazioni locali specifiche, è più prudente utilizzare acqua di mare ed evitare aceto, ammoniaca, urina, alcol, limone e altri rimedi domestici. Dopo il primo soccorso può persistere per alcuni giorni una dermatite pruriginosa. Impacchi freschi, un cortisonico topico appropriato e, se necessario, un antistaminico orale possono essere indicati dal medico o dal farmacista. Non è consigliabile applicare antistaminici locali o anestetici senza indicazione, perché possono irritare o sensibilizzare ulteriormente la pelle. Occorre chiamare il 112 in presenza di difficoltà respiratoria, gonfiore della lingua o del volto, orticaria diffusa, vertigini, perdita di coscienza, dolore toracico, vomito ripetuto o rapido peggioramento generale. Una valutazione medica è opportuna anche quando il contatto interessa occhi, bocca o una superficie corporea molto estesa, quando il dolore rimane intenso nonostante il trattamento o quando sono coinvolti bambini piccoli o persone con precedenti reazioni allergiche gravi.

È vero che urinare può aiutare nel caso di una puntura di una medusa?

No. Urinare sulla parte colpita è un rimedio popolare privo di efficacia dimostrata e può addirittura peggiorare la situazione. L’urina ha composizione, concentrazione e pH variabili: non neutralizza il veleno e può stimolare la scarica delle nematocisti ancora presenti sulla pelle, provocando l’inoculazione di altro veleno. Inoltre, non è una soluzione sterile. La procedura più prudente consiste nell’uscire dall’acqua, non strofinare la zona, sciacquarla con acqua di mare e rimuovere delicatamente eventuali tentacoli residui con una pinzetta o utilizzando una protezione per le mani.

E per quanto riguarda i ricci di mare? È vero che l’olio può aiutare a togliere gli aculei?

No. Non esistono evidenze cliniche che l’olio d’oliva o altri oli facilitino l’estrazione degli aculei. L’olio non dissolve gli aculei, costituiti prevalentemente da materiale calcareo, né li fa “scivolare fuori”; può invece rendere la pelle e gli strumenti più scivolosi, ostacolando una rimozione precisa. La parte interessata può essere immersa in acqua calda, ma non bollente, per attenuare il dolore. Gli aculei chiaramente visibili, superficiali e facilmente afferrabili possono essere estratti delicatamente con una pinzetta, evitando di schiacciarli o manipolarli ripetutamente: sono molto fragili e tendono a rompersi. Non bisogna incidere la pelle, utilizzare aghi non sterili o scavare alla ricerca dei frammenti. Le revisioni cliniche raccomandano una rimozione tempestiva, soprattutto quando gli aculei sono numerosi o si trovano vicino ad articolazioni, tendini o strutture nervose. Alcune fonti mediche suggeriscono impacchi o bagni con aceto per favorire la dissoluzione di frammenti molto superficiali, ma questo non permette di eliminare un aculeo profondo e non sostituisce una valutazione medica. La ferita deve essere lavata e disinfettata e va verificata la copertura antitetanica. Dolore che persiste oltre alcuni giorni, difficoltà a camminare o muovere un dito, gonfiore crescente, secrezioni, febbre o comparsa tardiva di un nodulo possono indicare un frammento trattenuto, una reazione granulomatosa o un’infezione. Gli aculei profondi possono migrare oppure provocare tenosinovite e artrite e devono essere rimossi da personale sanitario.

E le punture delle tracine invece?

Le tracine sono pesci che vivono spesso parzialmente infossati nei fondali sabbiosi. La puntura avviene generalmente quando vengono calpestate e le spine dorsali o opercolari inoculano il veleno. Il sintomo caratteristico è un dolore immediato, molto intenso e urente, spesso sproporzionato rispetto alla piccola ferita visibile, seguito da arrossamento, gonfiore e talvolta formicolio o riduzione della sensibilità. La misura di primo soccorso più importante è immergere rapidamente la parte in acqua calda, indicativamente tra 40 e 45 °C, per almeno 30 minuti e fino a 60–90 minuti se il dolore persiste. L’acqua deve essere molto calda ma tollerabile, mai bollente: sono state descritte ustioni provocate da trattamenti eccessivamente caldi, soprattutto perché il dolore o l’alterazione della sensibilità possono impedire di percepire correttamente la temperatura. È preferibile farla controllare da un’altra persona o provarla con una parte del corpo non ferita. La ferita va poi lavata accuratamente. Un eventuale frammento di spina chiaramente visibile può essere rimosso con una pinzetta, senza incidere o spremere la parte. Possono essere utilizzati comuni analgesici, se compatibili con le condizioni della persona, e deve essere controllata la vaccinazione antitetanica. Non sono utili urina, ammoniaca, alcol, incisioni, suzione della ferita o applicazioni di ghiaccio come trattamento principale del veleno. Occorre rivolgersi rapidamente a un medico se il dolore rimane molto intenso nonostante l’acqua calda, se la spina potrebbe essere rimasta all’interno, se la puntura interessa volto, collo, torace o una persona molto piccola, oppure se compaiono debolezza, difficoltà respiratoria, perdita di coscienza, vomito, alterazioni cardiache o un gonfiore molto esteso. Nei giorni successivi, aumento del rossore, pus, febbre o dolore crescente possono indicare un’infezione. Le scarpe da scoglio o da mare rappresentano la prevenzione più efficace quando si cammina su fondali sabbiosi poco profondi.

Le informazioni fornite su www.fanpage.it sono progettate per integrare, non sostituire, la relazione tra un paziente e il proprio medico.
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