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Johann Zarco: “Quando ho lasciato Ducati per Honda pensavo fosse l’inizio della fine. Mi sbagliavo”

Johann Zarco si racconta a Fanpage.it: dalla vittoria storica a Le Mans alla stanchezza mentale delle doppiette, passando per i problemi del motociclismo francese e il futuro tra endurance e musica.
A cura di Fabio Fagnani
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C’è una frase che racconta bene Johann Zarco, forse più di tante vittorie e risultati: “Pensavo che Honda fosse l’inizio della fine”. Invece no. Invece, ancora una volta, la MotoGP gli ha rimesso davanti una nuova strada. Zarco oggi parla con la lucidità di chi ha attraversato momenti complicati, cambi di moto, aspettative e delusioni, senza mai perdere davvero la voglia di inseguire quella sensazione quasi ossessiva che ogni pilota cerca: il feeling perfetto con la moto. Il pilota francese racconta la fatica mentale delle doppiette, la gioia irripetibile della vittoria in casa a Le Mans, le difficoltà del motociclismo francese rispetto alla Spagna e anche il futuro lontano dalla MotoGP, tra gare endurance, Honda e una passione sempre più forte per la musica.

La settimana che porta al gran premio di casa, per te Le Mans, è sempre impegnativa.
È stata una settimana impegnativa e ho chiuso Le Mans molto stanco, anche perché ero deluso per non essere riuscito a ottenere un bel risultato. Il venerdì mi ero sentito bene sulla moto, avevo avuto un ottimo feeling, ed è stato un peccato non riuscire a ritrovarlo il sabato e la domenica. Partire undicesimo in qualifica, poi, sicuramente non aiuta a costruire un grande risultato.

Cos'è stato più difficile?
C’era il lato sportivo che mi ha deluso, ma anche tutto quello che accade intorno: tanta gente che ti cerca, che ti chiede, che ti dà energia ma allo stesso tempo te ne porta via. È una cosa bellissima, certo, però alla fine della domenica ero contento di andare a letto e pensare già al Gran Premio di Catalogna. I tre giorni a casa mi hanno fatto bene, mi hanno permesso di recuperare. Quest’anno sarà importante proprio questo: avremo tante doppiette e dovremo riuscire a essere performanti per due settimane consecutive, recuperando energia in pochissimo tempo.

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L’anno scorso è stato incredibile. Hai vinto proprio in Francia, davanti ai tuoi genitori: è stato il momento più alto della tua carriera?
Una vittoria in MotoGP, per me, è qualcosa di enorme. Quando riesci a vincere in MotoGP, vuol dire che hai battuto i migliori piloti del mondo ed è la sensazione più grande. Non pensavo che vincere in Francia fosse diverso dal vincere in un altro Paese, ma dopo quella vittoria mi sono reso conto che farlo a casa tua cambia tutto. La gente se la ricorda, e se la ricorderà per tanti anni.

Una bella soddisfazione.
È questo il lato più bello, quello che resta più facile da tenere nella mente. Per come è andata quella gara, mi sento privilegiato. In quel momento sono stato scelto io. Sono stato io, e nessun altro. Mi sento molto fortunato per aver vissuto un momento così.

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Prima facevi riferimento alle gare consecutive: qual è l’aspetto più complicato delle doppiette, cioè delle due gare consecutive weekend dopo weekend?
Dipende molto dalla quantità di energia che hai speso durante il primo weekend e da quanta riesci a recuperarne nei giorni successivi. A volte non torniamo nemmeno a casa, ma quest’anno proverò a farlo sempre, anche solo per non restare continuamente in hotel. Tornare a casa mi permette di recuperare meglio. Così, anche se c’è una doppietta, riparto con la sensazione di iniziare un nuovo weekend. È soprattutto una questione di energia fisica e mentale: devi cercare di mantenerla il più fresca possibile.

Dopo tante stagioni in MotoGP, come si trova ogni volta lo stimolo per ricominciare?
La motivazione è sempre quella: cercare la performance del weekend, trovare il miglior feeling possibile sulla moto. In MotoGP non è facile riuscirci e mi sembra di non averlo ancora trovato del tutto. Però proprio questa speranza, l’idea che possa ancora arrivare, mi permette di ricominciare ogni volta.

Cosa fa la differenza?
È chiaro che a volte hai un team o una moto con cui puoi vincere, altre volte no, e devi adattare gli obiettivi alla realtà. Ho imparato molto quando ho lasciato Ducati e ho firmato con Honda. In quel momento pensavo che forse sarebbero stati i miei ultimi due anni in MotoGP, avevo la sensazione che potesse essere l’inizio della fine. In pochi mesi, invece, ho scoperto che era l’inizio di qualcosa di nuovo. Non era la fine. Capire questo, sbloccarlo nella testa, mi ha aiutato tanto.

Com’è la situazione del motorsport in Francia? In Spagna sembra esserci un sistema molto più forte, mentre in Francia, dopo te e Fabio Quartararo, si vedono meno giovani arrivare nel Mondiale, come sta succedendo in Italia da qualche tempo.
Sì, ho un occhio sui giovani. Già tanti anni fa avevo iniziato ad aiutare un po’ i bambini ad andare in moto, a imparare, a crescere. È una cosa che mi è rimasta dentro. Quando vedo giovani piloti francesi e posso aiutarli, ci provo. Anche alla federazione piace che io mi interessi a questo. La situazione in Francia, come in Italia, non è come quella spagnola. La Francia è un Paese grande e potrebbe avere più piloti, ma l’accesso ai circuiti è molto complicato. Prima di dire che non abbiamo talenti, bisogna dire che spesso non abbiamo nemmeno l’opportunità di far girare i bambini. Non fa parte dell’educazione sportiva del Paese e, se uno vuole andare in moto, diventa tutto molto difficile: ci sono pochi circuiti disponibili, omologazioni complesse e costi molto alti.

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La Spagna resta un altro mondo.
In Spagna è molto più semplice. Vai su una pista da kart, paghi la giornata e trovi tanti bambini che girano in moto. In Francia questo non esiste. Manca proprio la base: l’opportunità di girare tanto. In Italia, forse, con le moto piccole e i circuiti piccoli, soprattutto nella zona di Rimini, c’è qualcosa in più. Però poi il passaggio dalla moto piccola alla moto più grande costa molto e anche lì le piste sono poche. In Spagna ci sono tante piste, e infatti prima o poi, per capire davvero il livello, bisogna mandare i ragazzi lì.

Guardando al futuro, ti vedresti in Superbike o immagini una vita più tranquilla, magari con la musica e il pianoforte?
La musica sarà la prossima cosa che mi stimolerà di più e in cui investirò più tempo. So che vorrò imparare di più, crescere anche in quel campo. Però, più della Superbike, mi piacerebbe vivere le gare endurance. Per un pilota francese hanno un fascino particolare. Ho già scoperto qualcosa con la 8 Ore di Suzuka, ho tanti amici in quella categoria e, con tutto quello che sto vivendo e imparando in MotoGP, l’endurance potrebbe essere un modo bello per mantenere uno stimolo legato alla moto e alla competizione.

Con Honda?
Naturalmente, se dovessi farlo, chiederei a Honda di impegnarsi nel modo giusto per provare a vincere. Sarebbe un’avventura molto diversa, ma mi piacerebbe. Mi vedo più lì che in Superbike, perché la Superbike resta una stagione lunga, con tante gare e un impegno molto simile a quello della MotoGP. Non so se, quando smetterò con la MotoGP, avrò voglia di impegnarmi allo stesso modo in un’altra categoria.

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