Diogo Moreira: “In MotoGP vivo tra aeroporti e hotel. Con i primi guadagni ho preso una moto del ’96”

Ci sono weekend che valgono più della classifica finale. Gare che, anche senza risultati clamorosi o podi memorabili, restano dentro per quello che rappresentano emotivamente. Per Diogo Moreira il ritorno in Brasile è stato esattamente questo: un viaggio dentro sé stesso prima ancora che una semplice tappa della MotoGP. Negli ultimi anni la sua vita è cambiata completamente. Lasciare il proprio paese da giovanissimo, trasferirsi in Europa, imparare a convivere con la pressione, con la solitudine e con il peso di dover crescere in fretta sono passaggi inevitabili per chi sogna di diventare un pilota di livello internazionale. Eppure ci sono momenti in cui tutto torna improvvisamente umano: gli amici che ti aspettano, la famiglia ai box, il pubblico che parla la tua lingua e che vede in te una speranza per il futuro del motociclismo brasiliano.
Moreira racconta tutto questo con grande semplicità. Non usa frasi ad effetto, non cerca slogan. Ma proprio nella naturalezza delle sue parole emerge il significato profondo di quel weekend vissuto in casa. Con un unico obiettivo: che sia soltanto l'inizio di qualcosa di grande. Dopo aver vinto il Mondiale di Moto2 ora è in cerca del grande sogno: "Voglio vincere in MotoGP".
Come stai? Che sensazioni hai in questo inizio di stagione?
Sto abbastanza bene. Penso che l’inizio di stagione sia positivo, anche se ovviamente manca ancora qualcosa per essere completamente soddisfatti. Però credo che siamo abbastanza a posto e che stiamo lavorando nella direzione giusta. Alla fine quando inizi un campionato vuoi sempre di più, vuoi essere subito davanti, vuoi trovare immediatamente il feeling perfetto. Però bisogna anche avere pazienza e capire che certe cose arrivano passo dopo passo. Io penso che stiamo crescendo. Siamo sulla strada giusta.

Ti aspettavi qualcosa di diverso oppure sei soddisfatto del lavoro che state facendo?
Credo che ci siano sempre margini per migliorare. Ogni pilota vuole fare meglio, vuole sentirsi più competitivo, soprattutto in una categoria così difficile. Però sono contento del lavoro che stiamo facendo insieme alla squadra. Ci sono aspetti in cui dobbiamo ancora crescere, ma la cosa importante è sentire che piano piano stiamo costruendo qualcosa di buono.
Livio Suppo, che conosci molto bene, mi ha detto che hai una dote che spicca più di tutte: l'empatia. Ti imponi di essere così o è qualcosa che ti viene spontanea?
Devo dire che è una cosa che mi riesce naturalmente, senza troppi sforzi e fa una grande differenza. Mi piace stare con il mio team, cerco di passare più tempo possibile con loro. Mangiare insieme, fare due chiacchiere, ridere. Così si sta bene e i risultati arrivano, ma anche nei momenti difficili si è uniti.
C'è un legame forte con Livio? Cosa ti ha insegnato?
Sono stati due anni importanti. Il primo è stato bello perché abbiamo imparato tanto insieme. Lui dalla Moto2 e io da lui. Penso che ho imparato tanto da un grande del motomondiale. Sono contento di quello che abbiamo fatto insieme.
Torniamo al weekend in Brasile. Che emozione è stata rientrare nel tuo paese da pilota del Motomondiale?
Per me è stato davvero emozionante. Tornare a casa dopo tanti anni è qualcosa che ti colpisce tanto, soprattutto perché ormai vivo quasi sempre lontano dal Brasile. Quando sei via per così tanto tempo inizi quasi ad abituarti a vedere la tua famiglia poco, a vivere continuamente tra aeroporti, hotel e circuiti. Poi però arrivi nel tuo paese e ti rendi conto di quanto ti mancasse quell’atmosfera. È stato speciale vedere la gente lì per me, incontrare amici che non vedevo da tempo, avere vicino la famiglia durante il weekend. Sono cose che normalmente durante la stagione non succedono quasi mai.
Quanto ha inciso emotivamente avere attorno amici e parenti?
Tanto. Alla fine quando hai vicino le persone che conosci da sempre vivi tutto in maniera diversa. È stato un weekend impegnativo perché ovviamente c’erano tanti impegni, tante persone, tante emozioni da gestire. Però allo stesso tempo è stato molto bello proprio per questo motivo. Poter condividere quei momenti con la mia famiglia e con gli amici è stata una sensazione speciale.

Dal punto di vista sportivo invece che weekend è stato?
Direi un weekend normale. Non è stato qualcosa di incredibile dal punto di vista del risultato, però penso che abbiamo fatto il nostro lavoro. A volte dall’esterno si guarda solo il risultato finale, ma per un pilota contano anche le sensazioni, il lavoro che fai durante il fine settimana e quello che impari sessione dopo sessione. Io credo che abbiamo raccolto indicazioni importanti.
Hai percepito l’affetto del pubblico brasiliano?
Sì, assolutamente. È stato molto bello sentire quell’energia. Alla fine tornare dopo tanti anni e vedere così tante persone felici di vederti è qualcosa che ti dà motivazione. Ti fa capire che rappresenti qualcosa per il tuo paese e questa è una responsabilità bella da avere.
L'ultimo grande pilota brasiliano nella massima classe è stato Alex Barros, che rapporto hai con lui?
Con lui c'è un rapporto da sempre. Siamo sempre stati in contatto, anche prima di arrivare in Europa. Lui gestiva alcuni grandi talenti in Brasile e per me è stata una grande figura di riferimento. Adesso non lo vedo spesso, ma parliamo e ci confrontiamo su come stanno andando le cose e su come possono andare meglio.

Come valuti il tuo percorso?
È stata dura, soprattutto i primi mesi o anni in Europa. Ero lontano da casa, dalla famiglia. In Spagna eravamo soltanto io e mio papà e abbiamo dovuto costruirci e camminare. Faticare affinché potessi avere una chance in pista.
Tra cinque anni come sarà Diogo Moreira?
Mi auguro sinceramente di vincere almeno un mondiale. Almeno uno dobbiamo provarci. È vero che oggi siamo solo rookie e la condizione attuale è un po' differente, ma il prossimo anno sarà tutto o quasi diverso. E noi proveremo subito a provare a vincere.
Ti sei fatto un regalo con i primi soldi da professionista?
In realtà no, il primo regalo che mi sono fatto è dopo il mondiale di Moto2 dello scorso anno. Una bella rimonta che rimane un ricordo bellissimo. E con quei soldi mi sono comprato una moto da motocross, una 500 due tempi del '96. Per me quello è un gran regalo. Il resto non mi manca niente.
La più grande differenza tra Moto2 e MotoGP?
Tutto. È tutto più potente: accelerazione, freno, curve. Tutto. Ci vuole un po' ad abituarsi alla velocità e all'energia. Ogni turno che faccio con la mia Honda, appena esco dal box, non riesco a capacitarmi di come sia possibile che una moto vada così veloce.