Simone Ganz: “Ho lottato con l’etichetta del raccomandato. Ibra mi disse: guarda i video di papà”

Essere figlio di una leggenda del calcio è sicuramente un onore, ma può anche essere una responsabilità e, talvolta, diventare un onere. Soprattutto se la passione è la stessa e da grande vuoi fare il calciatore. Lo sa benissimo Simoneandrea Ganz, figlio di “El Segna Semper Lu” Maurizio, più di vent’anni di carriera spesa nel grande calcio, tra Samp, Atalanta, Fiorentina, Inter e Milan (tra le tante altre), segnando a ripetizione. Nel 1998-1999, non si può dire che abbia vinto – da solo – il sedicesimo Scudetto del Milan, ma quasi. Per cui, già da quando cominci a tirare i primi calci al pallone, il paragone diventa inevitabile, spesso ingombrante, scomodo. Così come l’etichetta di “raccomandato” che ti viene appiccicata sulla schiena quando cominci a frequentare i settori giovanili. Se, poi, hai la “fortuna” di entrare proprio in quello del Milan, allora diventa quasi scontato che sei lì perché sei “il figlio di”.
“Mi fa un po’ ridere questa cosa – ci racconta Simoneandrea in Esclusiva per Fanpage – perché alla fine ho esordito in Champions League, ma quasi per una casualità, perché c’erano tanti infortunati e io ero in lista B. Poi, però, non ho fatto neanche una presenza in A, che è il mio grande rimpianto. Se questo significa essere raccomandati, avrei fatto volentieri a meno (ride, n.d.r.). La verità è che sono cresciuto giocando a calcio e cercando di imitare mio papà. Con lui giocavo in giardino ogni volta che era possibile, mi portava agli allenamenti, mi faceva i cross e io dovevo segnare. Ecco, in questo sono stato sicuramente agevolato, ma poi ho fatto la carriera che meritavo in base a quelle che erano le mie qualità, alle scelte che ho fatto, non sempre giuste, ma chiamarmi Ganz non mi ha né aiutato, né penalizzato. Per me è sempre stato solo un orgoglio”. E allora facciamocelo raccontare questo splendido rapporto e questa carriera non sempre lineare. Anche perché Simoneandrea è uno dei tanti giovani italiani di cui si diceva un gran bene e che, poi, alla fine, non è riuscito ad esplodere definitivamente. Oggi la chiamano “dispersione del talento”.
Partiamo a bomba da qui, Simoneandrea: tante aspettative, un esordio in Champions League, poi tanta gavetta, ma mai un esordio in A, come te lo spieghi?
“Faccio fatica anche io, perché dopo l’esperienza al Milan ho fatto qualche annata buona, ma per una ragione o per un’altra, quando sembrava il momento di fare un salto in avanti, ne facevo due indietro. Dopo le buone stagioni a Como (2014-2016, n.d.r.), ho firmato per la Juve e sembrava la volta buona. Sono andato in prestito a Verona e siamo stati promossi in A (2016/2017, n.d.r.). Forse mi sarei dovuto imporre per giocarmi le mie carte in gialloblu, invece sono stato ceduto al Pescara. Quando si avvicina il ritiro inevitabilmente hai qualche rimpianto, ma magari per scelte che non hai fatto nemmeno tu…”.
Questo è uno dei tanti problemi del calcio italiano, ma se – in base alla tua esperienza – ti dovessero chiedere un parere su come riformarlo, da dove cominceresti?
“Non ti so dire, è un discorso veramente complesso. Quello che mi sembra evidente è che ci sia un problema grosso se, in una partita di Serie A, c’è solo un italiano su ventidue giocatori in campo (Udinese-Como, n.d.r.). Ma è così anche nei settori giovanili. Se la situazione è questa, come possiamo pensare che la Nazionale non abbia difficoltà a qualificarsi per i Mondiali”? Avete visto i giovani della Bosnia con che personalità giocavano? Eh, ma loro però non li tengono in panchina, o non li mandano in giro in prestito fino a 25 anni…”.
E come se ne esce?
“E’ chiaro che bisogna trovare un modo per aumentare la quota di italiani in campo, ma non come si è fatto nelle serie inferiori inserendo l’obbligo di schierare under, perché questo non risolve: il giovane cresce in un ambiente ovattato e sa che non ha bisogno di impegnarsi, perché tanto gioca a prescindere. Poi, quando va fuori età, si deve confrontare con l’amara realtà: credeva di essere forte e, invece, viene messo da parte”.

Dunque è un “no” anche alla proposta di Spalletti su almeno un Under 19 in campo per ogni squadra?
“Quello è diverso, perché – come dice lui – se ne devi schierare uno, ne devi avere almeno quattro per squadra. Tra ottanta giovani in A, magari qualcuno esce. A volte il giovane non gioca in A non perché non abbia qualità, ma perché manca il coraggio di schierarlo. Magari se si forza un po’ la mano, scopriamo di averlo anche noi un po’ di talento, no?”.
Provocazione: tu questi problemi non li hai vissuti, perché tanto sei un “raccomandato”…
“Sì, guarda, talmente raccomandato che non ho nemmeno una presenza in A (ride, n.d.r.). Ci sono andato tanto vicino e forse me lo sarei anche meritato, come nell’anno di Verona, quando – come dicevo prima – ho fatto il mio per la promozione. Purtroppo ho dovuto fare i conti con questa etichetta tutta la carriera, ma non mi ha mai pesato, perché ha sempre prevalso l’orgoglio di portare un nome così importante. E, poi, ho sempre cercato di dimostrare sul campo: poche parole e solo fatti, come ho sempre detto in questi anni. A volte ci sono riuscito, altre meno, ma alla fine ho sempre dato tutto, senza scorciatoie, quindi non ho rimpianti”.
Certo, per un attaccante, il paragone con “El Segna Semper Lu” era decisamente scomodo…
“Eh, un po’ sì, perché tutti continuavano a fare confronti. Sai quante volte mi son sentito dire “Devi fare come tuo papà”? Una volta me l’ha detto anche Ibrahimovic. In allenamento calcio verso la porta e non la centro, Ibra mi fa: “Guarda i video di Maurizio”. E io ho pensato: “No dai, anche tu?”. Ovviamente non gli ho detto nulla, perché era meglio non contraddirlo Zlatan (ride, n.d.r.)”.
A proposito di quegli anni: tu sei classe 1993 e nel 2011, quindi a soli 18 anni, esordisci in Champions League. Che ricordo hai di quel momento?
“Bellissimo, perché è stata una cosa eccezionale. Non solo per me, ma per la situazione. Non so quanti siano i calciatori che abbiano esordito prima in Champions League che in Serie A, dove per altro io non ho mai debuttato. Ma – poi – perché non è stata una passerella: mancavano dieci minuti alla fine e si era 1-1 (Bate Borisov-Milan, n.d.r.) e Allegri ha sostituito Robinho, non uno qualsiasi. L’emozione è stata enorme, ho provato a fare qualcosa, ma sinceramente faccio anche fatica a mettere insieme i pezzi. Ero davvero colpito”.
Com’è stato vivere quello spogliatoio?
“Devo dire che in questo ero agevolato, perché c’erano tanti ex compagni di squadra di mio papà, gente con cui magari avevo trascorso le vacanze. Per cui – sì – c’erano Inzaghi, Ibra e tanti altri a cui guardavo con ammirazione e attenzione per via del ruolo, ma i consigli li ricevevo più da Abbiati, Gattuso, Ambrosini, Antonini, con i quali avevo già un rapporto. Il ricordo più bello, però, è legato a Ibra: dopo aver esordito, nello spogliatoio, mi ha fatto i complimenti davanti a tutta la squadra. Se ci ripenso mi vengono ancora i brividi”.

Chi ti aveva davvero impressionato di quella squadra?
“Secondo me Pato era di categoria superiore rispetto a tutti. L’ho sentito dire qualche giorno fa anche a Cafu e sono d’accordo con lui: senza infortuni, avrebbe tranquillamente vinto non uno, ma tanti Palloni d’Oro”.
Immagino che i ricordi più belli relativi al calcio siano concentrati in quegli anni…
“Non esattamente. I miei ricordi più belli sono quelli legati al mio papà. Non al Ganz calciatore, perché per me era una cosa normale, ero cresciuto così, quindi non avevo la percezione che fosse qualcosa di eccezionale, ma veramente ai nostri momenti privati: quando giocavamo in giardino, quando mi portava agli allenamenti e mi faceva i cross perché io potessi segnare a portieri di Serie A. Ancora oggi, il momento più bello è quando andiamo insieme a San Siro a vedere il Milan, di cui inevitabilmente sono diventato tifoso. Sono i miei momenti di condivisione di una comune e meravigliosa passione, che per altro lui stesso mi ha trasmesso”.
E pensare che saresti potuto diventare nerazzurro…
“Eh sì, prima di entrare nel settore giovanile del Milan, avevo dato la mia parola all’Inter. Io, però, ero diventato milanista quando ho visto mio papà vincere lo Scudetto e, quindi, quando mi hanno chiamato i dirigenti rossoneri, ho detto a mio padre: “Chiama Beppe Baresi e digli che io vado al Milan”. Per me era un sogno che diventava realtà”.
Ma da ex calciatore, è stato un papà “consigliere” o “discreto”?
“Consigliere, ma con discrezione oserei dire. Nel senso che, inevitabilmente, anche per il fatto che giocassimo nello stesso ruolo, qualche suggerimento me lo ha dato. A volte ci siamo anche confrontati, diciamo così, perché non eravamo d’accordo, ma quello ci sta tra padre e figlio (sorride, n.d.r.)”.
Qual è il consiglio che ti ha dato, non hai accettato e, poi, ti sei reso conto che aveva ragione lui?
“Da quando sono ragazzino, mi dice che l’attaccante deve essere egoista. Io però sono un giocatore diverso, anche se – alla – fine mi son reso conto che una punta è misurata soltanto per i gol: hai segnato, sei un fenomeno, non hai segnato, sei scarso”.

Beh, tuo papà era ossessionato dal gol: sono pochi quelli che hanno 208 gol in carriera…
“Puoi tranquillamente usare il presente. Ancora oggi, che ha 57 anni, gioca a calcetto con i suoi coetanei. E se qualcuno sbaglia, o se malauguratamente dovesse perdere, non puoi capire come si incazzi. Io gli dico: “Ma papà, ma cosa ti arrabbi? Mica sono stati calciatori come te…”. Ma non riesco a farlo ragionare. D’altronde, però, la forza di questi giocatori top è quella: ancora mi ricordo la tensione che si respirava nelle partitelle di allenamento del Milan. Se eri nella stessa squadra di Ibra e perdevi, rientravi nello spogliatoio un’ora dopo per non incrociarlo (ride, n.d.r.)”.
E quando, da parametro zero post-Como, la Juve ti ha offerto il contratto, che consiglio ti ha dato papà?
“C’era poco da consigliare, era un’occasione che non si poteva rifiutare. Non che avessi velleità di andare a Torino, perché era evidente fin da subito che l’idea era quella di andare da qualche parte a giocare, ma comunque quello era un periodo che la Juve comprava tanti giovani e li testava per vedere se ce ne fosse qualcuno in grado di fare il grande salto, diciamo così. Da qui la mia esperienza a Verona…”.
Ma quando, l’anno dopo, la Juve ti ha venduto al Pescara, non ti sei sentito un po’ un “pacco”?
“No, quello no, perché comunque non è che avessi grandi aspettative. Mi sarebbe solo piaciuto essere un po’ più artefice del mio destino. Credo che quello sia stato il momento decisivo della mia carriera: dopo la buona stagione di Verona, mi sarei dovuto confermare a quei livelli, mentre a Pescara ed Ascoli le cose non sono andate come speravo. Da lì in avanti non ho più avuto l’opportunità per risalire”.
E adesso, a 33 anni, e a Piacenza in Serie D, come si vive il calcio?
“Sono contento, perché ho ritrovato la passione pura. Negli ultimi anni ho giocato poco, e spesso per scelta tecnica, quindi mi allenavo ma poi c’erano poche occasioni di dimostrare sul campo. Questa è la cosa peggiore che possa capitare ad un giocatore. Per cui ho fatto questa scelta, che non rimpiango assolutamente, anzi”.

Ma se potessi decidere tu come finire la carriera, che strada prenderesti?
“Innanzitutto ho intenzione di giocare ancora a lungo. Dopodiché, quello di cui ho bisogno adesso, è di continuare a giocare, provando quell’adrenalina del campo che ci tiene vivi. Spero di poter continuare a farlo qui a Piacenza perché ho trovato un ambiente ideale (Ganz è in prestito dalla Pro Patria, n.d.r.)”.
E se guardi a lungo termine, cosa vedi nel tuo futuro?
“Molto a lungo termine, mi vedo ancora nel calcio, anche se – per come sono fatto io – l’unico ruolo che vedo adatto a me, è quello del procuratore. Mi piacerebbe assistere i ragazzi, ma non solo quando c’è da firmare il contratto, ma anche aiutarli nella loro crescita professionale, consigliare loro il percorso giusto ed affiancarli a 360°. Un po’ quello che mi è mancato nella mia carriera…”.
Un calciatore figlio di un calciatore, si prepara mai ad una vita “normale”? Nel senso, se non dovessi rimanere nel calcio, cosa ti piacerebbe fare?
“Non credo sia così facile. Io, ad esempio, sono cresciuto in questo ambiente e ho sempre giocato a calcio, probabilmente non sarei in grado di fare altro o, per lo meno, non ci ho mai pensato. Per il momento, voglio dedicarmi ancora al 100% a questi anni che rimangono, perché più vai avanti e più senti l’esigenza di godertela. Quando sei giovane, se non va bene una stagione, pensi sempre “farò meglio l’anno prossimo”. Quando – invece – potrebbe essere l’ultima opportunità, la vuoi vivere fino in fondo”.
Chiudiamo così: il sogno che hai realizzato nel calcio e quello che, probabilmente, sarà destinato a rimanere soltanto un sogno?
“L’esordio in Champions League con il Milan è stata la chiusura di un cerchio aperto tanti anni prima. Pensavo potesse essere anche l’inizio di un altro percorso, speravo ad esempio di esordire anche in A in rossonero, quello forse avrebbe coronato tutto. Purtroppo non è andata così, ma comunque i ricordi belli restano”.