Sergio Floccari, in Serie A, condivide uno status speciale con Zlatan Ibrahimovic. Sono i due attaccanti più esperti del torneo, entrambi classe '81, legati anche da un curioso intreccio del destino: erano in campo il 18 febbraio del 2006 in un movimentato Messina-Juventus 2-2. Di quelle quattro reti, una fu segnata dallo svedese, due – le prime nel massimo campionato – dall'attaccante di origini calabresi. Ne sono arrivate tante altre, da allora. Dall'Atalanta alla Lazio, dal Parma al Sassuolo, Floccari ha giocato per otto squadre diverse in Serie A. Oggi ha trovato il suo habitat ideale a Ferrara, in casa Spal, lì dove ha messo radici e chiuderà, molto probabilmente, la sua carriera. Ma non quest'anno: "Fare una preparazione a maggio e poi smettere è da pazzi". In vista della ripresa della Serie A, Floccari si è concesso in esclusiva a Fanpage.it per una lunga chiacchierata, caratterizzata anche da riflessioni profonde sulla particolarità del momento attraversato dall'intero paese. Tra voglia di normalità e il rispetto per chi ha vissuto dei drammi.

Sergio, come te lo aspetti il nuovo calcio che vedremo tra qualche settimana?
"Sicuramente diverso. Torneremo in campo in un periodo in cui il clima sarà caldo e umido. Giocare in piena estate sarà nuovo per tutti. È vero che in genere iniziamo la stagione sempre a luglio, ma un conto è fare la preparazione, un conto è ritrovarsi a metà del girone di ritorno. Penso che assisteremo a partite diverse, probabilmente vivranno di fasi: quelle in cui si riuscirà ad attaccare, altre in cui bisognerà gestire. Sarà importante capire come farlo al meglio".

Parma-Spal è stata una delle ultime partite prima dello stop. A modo suo è rimasta nella storia per quanto successo prima dell'inizio.
"La situazione poteva e doveva essere gestita in un modo diverso. In quel momento era chiaro che ci fosse già in atto un'emergenza sanitaria. Il calcio è un veicolo importante a livello di immagine e anche solo per il messaggio mandato all'esterno si poteva fare meglio. Ci sono organi e istituzioni chiamati a decidere e noi facciamo quello che ci viene detto di fare, ma era evidente che si fosse arrivati al punto in cui bisognava fermarsi".

Hai parlato di calcio come veicolo. In qualche modo pensi possa avere una valenza sociale in questa fase di progressivo ritorno alla normalità?
"Non mi piace dire che il calcio aiuti le persone a tornare alla normalità. La sento spesso questa frase in giro, ma non è così. Tornare alla normalità è diverso per ognuno di noi. Ci sono posti dove le persone hanno vissuto drammi incredibili e ancora li stanno vivendo. Il fatto che io giochi a calcio non so quanto gli possa interessare. Sono molto sincero su questo tema: non mi sento di dire che stiamo facendo qualcosa di straordinario. Stiamo facendo il nostro, punto".

Tu hai giocato due anni all'Atalanta e conosci bene la realtà di Bergamo.
"Vallo a raccontare alle famiglie di Bergamo che io riprendo a giocare e loro tornano alla normalità. Vallo a raccontare a chi ha perso la mamma o il papà. Le persone hanno la loro sensibilità e hanno vissuto dei drammi. Ci sono territori colpiti pesantemente, 34mila morti. Sta alla sensibilità di ognuno di noi capire quello che è successo. Non mi sento di dire che il ritorno del calcio possa rappresentare la normalità per persone che hanno subito dei lutti. Bisogna essere consapevoli di quanto accaduto e riuscire, da questo, a ripartire".

Vi siete già abituati ai nuovi allenamenti?
"Alcune regole le stavamo seguendo già prima del lockdown, ad eccezione del distanziamento negli spogliatoi. Più che altro è stato strano iniziare una preparazione a maggio con l'obiettivo di finire un campionato, e non iniziarlo. Dopo i primi giorni, comunque, sei talmente assorbito dal lavoro che diventa quello che hai sempre fatto. Cambia solo convivere con questo momento, cercando di stare attenti alle indicazioni dei responsabili sanitari".

La Bundesliga è stato il primo campionato a ripartire. Impressioni?
"Guarda, ti dico una cosa: non mi piace vedere le partite senza tifosi allo stadio. Quella roba lì non è contorno, quello è il calcio. È una cosa surreale e a me non piace. Detto ciò, il momento è questo quindi si fa quello che si riesce".

Hai girato tante squadre, ma non ti sei mai fermato così a lungo nello stesso posto come alla Spal.
"Prima di venire a Ferrara non conoscevo molto l'ambiente, ma sin dal primo giorno ho trovato grande entusiasmo. È un po' quello che mi serviva in questa fase della carriera: una realtà genuina, pulita, sana. L'ambiente ti permette di vivere una città splendida, la gente è calorosa ma ti lascia vivere. Il club è organizzato e si è sempre migliorato con le strutture, perché ha delle ambizioni e c'è una progettualità, l'idea di continuare a crescere mattoncino su mattoncino. Ho trovato un mix di cose che mi ha ridato l'entusiasmo che avevo nei primi anni di carriera".

Tra le squadre a cui hai segnato di più in carriera ci sono Juventus e Napoli. Non è banale.
"Una coincidenza particolare a cui non ho mai trovato risposta. Ci sono squadre forti a cui ho segnato spesso, anche in partite importanti. Mi ricordo la prima volta che giocai contro la Juventus, a Messina. Feci una doppietta: i miei primi gol in Serie A. I giocatori della Juve fino a qualche mese prima li vedevo alla Playstation e nel sottopassaggio, prima di entrare in campo, mi sembrava tutto stranissimo".

Hai avuto tanti compagni forti. In cosa pensi che Petagna sia speciale?
"Andrea lo seguivo da un po'. Ha sempre dimostrato di avere qualità importanti mettendosi al servizio della squadra. All'Atalanta partecipava molto alla manovra ed era importantissimo nello sviluppo dell'azione, nel dare sfogo in situazioni difficili, nella gestione del pallone. Gli mancava una cosa: pensava poco da attaccante. Ora ha conservato le sue caratteristiche migliori ma è diventato bravo nel vedere la porta, nel muoversi per far gol. Perché pensa più da attaccante. Qui alla Spal ha fatto il salto di qualità, ha trovato grande consapevolezza. Ed è pronto per il passo che lo attende".

A proposito di carriera: a 39 anni cosa vedi nel tuo futuro?
"Ora sto facendo un ritiro e mi conviene tirare lungo fino all'anno prossimo: fare una preparazione a maggio e poi smettere è da pazzi (ride, ndr). Al di là di questo, fin quando c'è la passione, ci si diverte e si riesce a restare competitivi, penso si debba continuare a giocare. Questo è il lavoro più bello del mondo e continuerò a farlo finché sarà possibile. Poi è chiaro che non decido solo io e bisognerà vedere se la mia volontà coinciderà con le idee della società. Ma questo lo capiremo insieme".

Non dai l'idea di volerti staccare dal mondo del calcio.
"Immagino di provare a rimanere in questo mondo. Non da allenatore, ma più come una figura dirigenziale. Studiando, perché per ogni ruolo serve tanto lavoro. Ho un bagaglio importante in termini di esperienza ma bisogna migliorare le conoscenze specifiche. Un percorso importante lo vedo così: esperienza, conoscenza e studio".