Roberto Bordin: “In Italia tante porte chiuse, molte persone sono sparite. Poi ho scoperto l’est Europa”

In alcune storie di calcio in cui il campo smette di essere solo un luogo e diventa una traiettoria di vita. Quello di Roberto Bordin è uno di quei percorsi che non conoscono linee rette, ma curve improvvise tra Italia ed estero, tra successi, ripartenze e territori spesso poco raccontati. Dalla Libia ai vicoli di Sanremo, fino alle panchine di mezza Europa dell’Est, il suo percorso è fatto di adattamento continuo e di sguardi sempre rivolti oltre il confine successivo. Ogni esperienza, in Italia come all’estero, ha aggiunto un tassello a una visione del calcio concreta, globale e profondamente umana. In mezzo, anche pagine personali intense, come la malattia affrontata a Napoli e trasformata in una spinta di rinascita. Il suo racconto a Fanpage.it è quello di chi ha imparato a leggere il calcio senza pregiudizi geografici o culturali: un viaggio fatto di spogliatoi diversi, lingue diverse e la stessa ossessione: capire, migliorare e andare avanti
Mister Bordin, come sta vivendo questo periodo di pausa?
"Sto bene, dai, tutto sommato non mi posso lamentare. In queste settimane sto aspettando una chiamata, una nuova opportunità, magari una chiacchierata con qualche club. Nel nostro lavoro bisogna sempre guardare avanti, tenersi pronti e avere voglia di ripartire con entusiasmo".
L’ultima esperienza è stata in Albania al KF Tirana, corretto?
“Sì, fino a dicembre scorso. Poi ci sono stati problemi economici con la società. Non pagavano da ottobre, siamo andati in causa con la FIFA e abbiamo vinto, però stiamo ancora aspettando. Situazioni brutte, perché poi a pagare sono sempre i lavoratori".

Nonostante tutto, si guarda avanti?
“Assolutamente. Nel calcio bisogna sempre guardare avanti ed essere fiduciosi".
Mister Bordin ha un percorso calcistico molto particolare però prima volevo soffermarmi su un altro aspetto. Lei è nato in Libia e poi si è trasferito in Italia. Quanto ha inciso il percorso della sua famiglia?
“I miei nonni erano andati in Africa tanti anni fa, quando l’Italia dava terre a chi voleva trasferirsi lì per lavorare e costruirsi un futuro. Erano tempi difficili e quella rappresentava una possibilità concreta di vita migliore. Mio padre era praticamente cresciuto lì, mia madre invece era nata in Libia, quindi quella terra ha fatto parte della nostra storia familiare".
Poi vi siete trasferiti a Sanremo…
"Sì, io avevo solo tre anni quando siamo tornati in Italia, quindi chiaramente non ho ricordi diretti della Libia. Però sono cresciuto ascoltando i racconti dei miei genitori e dei miei nonni. Erano storie di sacrificio, di lavoro, di persone che cercavano semplicemente una vita dignitosa".
Suo padre era meccanico ma aveva anche il sogno del calcio, giusto?
"Corretto. Lui era un attaccante molto bravo, giocava bene e aveva anche ricevuto delle richieste importanti. Però quando arrivammo in Italia dovette fare una scelta: mettere davanti la famiglia. Così continuò a fare il meccanico, lavoro che già faceva in Africa, e trovò posto alla Fiat di Sanremo".
In un certo senso è stato lui a permetterle di inseguire il sogno che non aveva potuto vivere?
“Assolutamente sì. Quando finii la scuola alberghiera avevo già la possibilità di andare a lavorare in un albergo, che a Sanremo era una cosa importante. Però nello stesso momento arrivò la chiamata della Sanremese per il ritiro della prima squadra. In casa servivano soldi, serviva uno stipendio, ma mio padre mi disse di provarci. Mi disse: ‘Tu questa possibilità ce l’hai, vai’. È stata una scelta coraggiosa".

Il suo esordio nel calcio professionistico arrivò proprio con la Sanremese. Che ricordi ha di quel periodo?
"Bellissimi, perché lì è iniziato tutto. Ero giovanissimo e improvvisamente mi ritrovai nel calcio dei grandi. Quelle esperienze ti fanno crescere velocemente, soprattutto quando lasci casa presto e impari a cavartela da solo".
Poi arrivano piazze importanti come Atalanta, Napoli, Parma…
"Tutte le squadre in cui ho giocato mi hanno lasciato qualcosa, anche le esperienze più complicate. Ho vissuto promozioni, retrocessioni, fallimenti, ma ogni situazione mi ha fatto crescere sia come uomo che come professionista".
Il suo esordio in Serie A fu a Cesena proprio contro il Napoli di Maradona, o sbaglio?
"Sì, con il Cesena. Perdemmo 1-0 ma davanti avevamo Diego Maradona. Per un ragazzo che arrivava dalla Serie B era qualcosa di incredibile. Sono momenti che ti restano dentro per sempre".
A Napoli arrivò anche il momento più difficile della sua vita personale, quando scoprì il tumore alla tiroide…
“Sì, quella è stata una battaglia vera. Scoprii il problema durante l’estate e dovetti fermarmi per diversi mesi. Però ho sempre detto che ho avuto fortuna ad affrontare quella situazione a Napoli".

Perché dice così?
"Perché Napoli mi ha trasmesso una forza incredibile. Ho sentito il calore della città, della gente e dei tifosi. Decisi persino di operarmi lì perché mi sentivo protetto. Ovviamente avevo la mia famiglia vicino e un carattere forte, ma quella vicinanza mi aiutò tantissimo a reagire".
E il ritorno in campo?
"Quello è stato il momento più bello. Dopo sei mesi tornai a giocare e capii di aver vinto la partita più importante della mia vita. Sono esperienze che ti segnano e ti fanno vedere tutto con occhi diversi".
Lei ha avuto allenatori straordinari come Sacchi, Boskov e Lippi. Erano molto diversi tra loro, anche in base a testimonianze raccolte in questi anni, ma lei che ricordo ha di tutti e tre?
"Erano tre personalità completamente diverse ma tutte eccezionali. Sacchi era molto professionale, molto metodico, più distaccato nel rapporto umano ma incredibile nella preparazione".
E Boskov e Lippi?
"Loro erano più diretti, più empatici. Ti parlavano tanto, ti coinvolgevano, lavoravano molto anche sull’aspetto psicologico. Boskov cercava sempre di tirarti su il morale e aumentare la tua autostima. Con Lippi invece c’era una condivisione continua di idee, tattica, gestione del gruppo".
Quanto le è servito avere maestri così diversi?
"Tantissimo, perché da ognuno ho preso qualcosa. Alla fine un allenatore costruisce la propria identità anche grazie alle persone che incontra lungo il percorso".

Ecco, abbiamo parlato del Bordin calciatore ma quando nasce il Bordin allenatore?
"Nasce quasi naturalmente. Dopo quarant’anni da calciatore capisci che il calcio è la tua vita. Io avevo voglia di restare in questo mondo, di trasmettere quello che avevo imparato".
I primi anni li vive accanto ad Andrea Mandorlini…
"Sì, sono stato il suo vice per tanti anni. È stata una palestra straordinaria, perché ho lavorato in piazze importanti e ho potuto osservare da vicino dinamiche diverse".
Poi però arriva il momento di mettersi in proprio. Una scelta obbligata o una voglia di misurarsi da solo?
"Esatto. Quando finì quell’esperienza dovetti reinventarmi. E devo dire la verità: in Italia trovai parecchie porte chiuse. Telefonate senza risposta, persone che magari pensavi di conoscere e invece sparivano. È stato un momento difficile".
Una delle sue esperienze più importanti è stata certamente quella allo Sheriff Tiraspol, squadra che ha affrontato anche club italiani nelle competizioni europee. Come nacque quel trasferimento?
“All’inizio, da ignorante lo ammetto, pensavo di trovare una realtà molto distante dal calcio professionistico europeo. Invece appena arrivato vidi strutture incredibili, organizzazione, competenza e persone molto preparate".

Personalmente anche io conoscevo poco quella realtà ma l'ho approfondita e mi ha stupito soprattutto il centro sportivo dello Sheriff, che è diventato famoso in tutta Europa…
"È impressionante. Una struttura all’avanguardia, curata nei minimi dettagli. Lì ho capito quanto il club investisse seriamente nel calcio. Non era improvvisazione, era un progetto vero".
Senza entrare in dinamiche politiche, come vive la squadra la proprietà dello Sheriff: ad esempio, Victor Gusan, lei lo ha mai visto? Come si relazionava con lei?
"Un proprietario molto presente, molto competente. Guardava giocatori, seguiva le partite e voleva capire tutto. Magari dopo una vittoria ti faceva i complimenti ma subito dopo iniziava già a parlare di cosa migliorare. Ti teneva sempre concentrato. Ripeto, è una persona molto attenta a tutto e abbiamo parlato molto di calcio insieme, anche non strettamente della nostra squadra. Mi ricordo che una volta mi chiese cosa pensavo dell'Atletico Madrid e di Simeone. Entravi nel suo ufficio e c'erano televisori ovunque, gli piacere conosce il calcio, i giocatori e valutava con gli scout i possibili acquisti".
Quindi molto presente anche sull'aspetto tecnico?
"Assolutamente, di sicuro l'ultima parola è la sua".
Non l'avrei mai detto. Però una domanda sull'ambiente che si respira a Tiraspol devo fargliela mister, perché c'è questa vicenda della Transnistria…
"La Transnistria è una regione all'interno della Moldavia ma in realtà sembra di stare in Russia. Una volta che passi la dogana è tutto scritto in cirillico, i simboli, le statue… ripeto, sembra di stare in Russia a tutti gli effetti".

Volevo sapere proprio questo. Io non ci sono mai stato ma la sensazione è proprio quella da video, foto e documentari che ho visto. Un'altra esperienza molto particolare, e immagino significativa, è stata quella al Neftçi Baku. Che realtà ha trovato in Azerbaigian?
“Sì, perché trovai un’altra realtà estremamente organizzata. Dietro c’era la SOCAR, un compagnia petrolifera statale enorme e molto strutturata. Mi avevano chiamato perché apprezzavano il modo offensivo con cui giocavano le mie squadre".
In Italia si sottovalutano questi campionati ma bisogna tenere in conto che ogni paese ha la sua storia calcistica e ogni club ha una sua identità…
"È vero, e secondo me si sbaglia. Tante persone parlano senza conoscere davvero quelle realtà. Quando invece ci vivi dentro scopri organizzazione, cultura del lavoro e competenze di altissimo livello".
Che cosa le hanno lasciato tutte queste esperienze nell’Est Europa?
"Mi hanno insegnato soprattutto la cura del dettaglio e l’ossessione positiva per il lavoro. Lì trovi dirigenti, allenatori e scout che conoscono tutto: giocatori, campionati, situazioni. Sono sempre aggiornati".

Una lezione importante anche per il calcio italiano?
"Secondo me sì. A volte in Italia pensiamo di essere ancora i migliori senza guardarci intorno. Invece bisogna essere curiosi, studiare e aggiornarsi continuamente. Nel calcio moderno se ti fermi sei già indietro".
È una critica corretta, sono d'accordo. Cosa pensa della situazione che sta vivendo il nostro movimento?
"Per me già dopo la prima mancata qualificazione al Mondiale bisognava rifondare tutto. Era quello il momento giusto per fermarsi e chiedersi cosa non funzionasse davvero".
E invece?
"Invece molte problematiche sono state nascoste dai risultati occasionali. Quando vinci qualcosa sembra andare tutto bene, ma i problemi strutturali restano. E, infatti, poi ritornano sempre fuori".