Nel calcio c’è un numero magico: il 10. E pensando a quel numero la mente va a Totti, Baggio, Messi, Del Piero, Platini, Pelé e naturalmente al più grande di tutti: Diego Armando Maradona. Nell’iconografia di Diego è sempre con quel numero sulle spalle, ma non è stato sempre così. Perché nella stagione 1990-1991 in un incontro di Coppa dei Campioni, l'ultimo della sua carriera, il ‘Pibe’ scese in campo con la maglia numero 16.

Scudetto con il Napoli e finale Mondiale Italia 90 persa

Il 1990 era stato un anno faticoso, duro stressante per Maradona. Guidò l'Argentina alla seconda finale Mondiale consecutiva. La Seleccion non aveva una rosa eccezionale ma con le giocate e il carisma di Diego arrivò fino in fondo, e ci arrivò eliminando il Brasile, la Jugoslavia e l’Italia (in semifinale) prima di perdere una polemica finale con la Germania.

Pochi mesi prima Maradona vinse lo scudetto, conquistato da trascinatore del il Napoli, che ottenne il secondo titolo della propria storia. Il 29 aprile del 1990 gli azzurri chiusero un estenuante testa a testa con il Milan di Sacchi.

Spartak Mosca-Napoli

Le fatiche di quei mesi e una serie di vicissitudini personali lo distrassero un po’ dal calcio. Ma non fu subito così. Perché l'avvio di stagione fu eccellente, in quel mese di settembre Maradona mise la sua firma sul successo in Supercoppa Italiana e nel passaggio dei sedicesimi di finale in Coppa dei Campioni.

Negli ottavi i partenopei sfidarono lo Spartak Mosca. La gara di andata finì 0-0. Quella di ritorno non venne preparata nel migliore dei modi. Diego non aveva molta voglia di volare in Russia. Moggi, all’epoca dirigente azzurro, fece la voce grossa e pubblicamente disse che chi non sarebbe partito con la squadra non avrebbe disputato l’ottavo di ritorno a Mosca. Quando l’aereo partì da Napoli per Mosca Maradona non c’era. Una perdita pesante per una partita importantissima.

Maradona si presenta a Mosca

Diego è un uomo geniale, ama i colpi di scena e quando il Napoli è già a Mosca affitta un jet privato e si reca in Russia, con lui ci sono la moglie e il suo procuratore. Arriva di notte e invece di andare in albergo a dormire o solo a riposarsi decide di fare un giro, va a vedere la Piazza Rossa e il Mausoleo di Lenin. Il giorno successivo pensa di giocare, ma il tecnico Bigon non è dello stesso parare e più o meno gli dice: “Tu hai mancato di rispetto ai tuoi compagni, dal primo minuto non tocca a te”.

All’epoca i numeri fissi non esistevano e così la maglia numero 10 finisce sulle spalle di Gianfranco Zola, suo allievo e in quella sera sostituto ufficiale. Maradona finisce in panchina, sulle spalle la maglia con il numero 16.

Maradona in campo con il 16

Nel gelo dello stadio Lenin – che oggi rinnovato e bellissimo ha cambiato anche nome, come stadio Luzhniki  ha ospitato la finale dei Mondiali Francia-Croazia – Maradona entra in campo al 60’ di Spartak – Napoli. Non combina molto, la partita è bruttina, entrambe le squadre sembrano volersela giocare ai rigori. Dagli undici metri i russi non sbagliano mai, Maradona il suo lo fa, insacca lasciando fermo il numero uno avversario, trasforma il suo rigore con il numero 16 sulle spalle, Baroni invece sbaglia. Il portiere Cherchesov (attuale c.t. della Russia) festeggia il passaggio ai quarti di finale.

L’argentino mestamente torna negli spogliatoi e forse nemmeno fa a caso al numero 16 che ha sulle spalle. Quella maglia diventerà storica. Perché quello è diventato il suo ultimo incontro nelle coppe europee, ed è stato l’ultimo in Champions del Napoli per quasi ventuno anni. La maglia numero 10 è stata ritirata, da quasi quindici anni nessuno può indossarla più. Curiosamente quando il Napoli è tornato a giocare in Champions in rosa non c'era nessun calciatore con la maglia numero 16. Un segno del destino? No, Maradona è e sarà sempre unico.