Un gol Kinglsey Coman decide la finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain e regala al sesta Coppa della sua storia al Bayern Monaco (come il Liverpool, una in meno rispetto al Milan, 6 in meno rispetto alle 13 del Real), una corazzata capace di vincere le 11 gare che hanno segnato le tappe del percorso in Europa. Sua la 500sima rete dei tedeschi nella massima competizione per club. Sua anche l'opportunità per chiudere il match subito dopo aver siglato il vantaggio. Suoi anche i numeri statistici che legittimano la scelta del tecnico: lo ha preferito a Perisic (entrato nella ripresa assieme a Coutinho) e ha avuto ragione.

Una quarantina i palloni toccati, 85% come precisione nei passaggi, una possibilità creata, un tiro e un gol: cifre che confermano (anche) la dura legge dell'ex e alimentano un po' il rimpianto da parte della Juventus che lo aveva preso in bianconero strappandolo a parametro zero al Psg. Thiago Alcantara e Kimmich fanno il resto. Il brasiliano è il "solito" catalizzatore del gioco, l'uomo di lotta e di governo nel cuore della mediana: maggior numero di passaggi completati (75), passaggi offensivi (20), occasioni create (2), recuperi palla (7). Il difensore invece si segnala per un particolare: ha fornito quattro assist nelle sue ultime tre presenze in Champions (contro Barcellona, contro Lione e Psg).

Cosa ne è del tridente transalpino? Si accende a sprazzi, è una spina nel fianco quando trova spazio e attacca in velocità ma l'impressione è che il Bayern – anche quando è chiuso all'angolo – sappia come incassare i colpi tenendo la guardia alta e poi uscire dalle corde. Se dall'altra parte non arriva il "diretto" che può metterti ko allora ai "punti" i tedeschi guadagnano consensi e vittoria. E questa volta non basta l'assalto all'arma bianca per fare il miracolo come contro la "dea".

Una parata provvidenziale di Neuer su Neymar, il palo di Lewandowski, il "rigore in movimento" sbagliato da Mbappé, un salvataggio da campione di Thiago Silva "sempreverde". E poi che Choupo-Moting che questa volta non è riuscito a fare la storia come accaduto contro l'Atalanta (nel finale manca d'un soffio la deviazione per il pareggio). Sono i momenti clou della partita che Paris Sain-Germain e Bayern Monaco interpretano senza tatticismi eccessivi, a viso aperto, prendendo qualche rischio. La finale è senza esclusioni di colpi, giocata su ritmi vertiginosi da due formazioni che mostrano una condizione atletica invidiabile. Da un lato i francesi che hanno capitalizzato lo stop anticipato al campionato e sono arrivati tirati a lucido alla sfida per la Coppa. Dall'altro i tedeschi che in Europa hanno (ri)cominciato e finito prima di tutti.

Nella prima frazione le occasioni migliori spostano l'ago della bilancia dalla parte dei francesi che vanno a sbattere prima contro il muro di Goretzka poi imprecano per i riflessi felini del portiere della Germania e per la conclusione alle stelle di Angel Di Maria innescato da O Ney. La risposta del Bayern è affidata a Lewandowski: a centro area controlla e tira in girata ma il tiro finisce sul legno. Ultimo acuto con Mbappé che ha tra i piedi la palla del vantaggio ma non la sfrutta né capitalizza uno dei pochi errori commessi dai tedeschi in fase di disimpegno.

Dodici a otto il conto dei tiri, tre a due quelli in porta, due a tre le grandi occasioni create, precisione nei passaggi netta per il Bayern (84%, 432 su 513) come il possesso palla (63%). Cifre che indicano come la squadra di Flick (ha una percentuale di vittorie del 91.6% da quando è arrivato in panchina) abbia preferito la costruzione e la proiezione offensiva della manovra per frenare le stelle francesi. Cifre che ribadiscono il trend anche nella ripresa perché i tedeschi sono così: non si fermano mani e per buttarli giù nulla puoi sbagliare. Perché anche quando sembrano cadere, lo fanno in piedi. E vincono.