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Malusci: “La Fiorentina mi ha insegnato a vivere. Pochi sanno cosa faceva Baggio nello spogliatoio”

Alberto Malusci si racconta a Fanpage.it. Il legame indissolubile con la Fiorentina, gli aneddoti dello spogliatoio con Roberto Baggio, i ricordi viola con Batistuta e Cecchi Gori: “Con me fu fantastico, dopo l’infortunio mi offrì un nuovo contratto”.
A cura di Sergio Stanco
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A volte, non è necessario sventolare tutta la carriera in una sola per essere considerato una bandiera. Spesso, bastano l’esempio, i valori che hai lasciato e l’orgoglio con il quale hai onorato la maglia per essere ricordato per sempre: “Alla fine, alla Fiorentina giocato “solo” dal 1989/90 al 1995/95. Dico solo perché, fosse stato per me, io sarei rimasto a vita. Tuttavia, la cosa che mi rende più orgoglioso è che – ancora oggi – quando cammino per strada a Firenze, i tifosi mi riconoscono e mi riempiono di affetto”. Alberto Malusci, infatti, è tifoso viola D.O.C. da quando ha avuto cognizione e nella Viola ha esordito, vinto, perso, pianto di gioia e di dolore. Questo, soprattutto quando ha dovuto lasciare Firenze. Dal 1998 al 2010 circa, è stato calciatore (Fiorentina, appunto, ma anche Marsiglia e Belgio, per citare le esperienze più “esotiche”). Oggi, invece insegna calcio (ci dice proprio così): “Io lavoro con i giovani – ci racconta in Esclusiva per Fanpage.it – e i giovani non vanno allenati, ma va insegnato loro come si gioca a calcio. Ma potrò mai andare a spiegare a un ragazzino cos’è una diagonale? Ma per favore…”. Lo imparerete a conoscere il Malusci, toscanaccio vero, senza peli sulla lingua, così come quando gli si chiede perché non allena i grandi: “Perché questo calcio è tutto sbagliato: innanzitutto non è meritocratico. L’unico rimpianto è non esser nato vent’anni dopo, a quest’ora sarei a posto io e le mie prossime generazioni (ride, n.d.r.). Invece, mi tocca lavorare. Scherzo, eh, per me il calcio non è lavoro, gli ho dedicato la mia vita. E, poi, con i miei ragazzi mi diverto, perché loro sì che sono puri…”. Noi vi avevamo avvisato.

Ecco, appunto, parliamo del Malusci allenatore allora: come nasce?
“Nasce per passione. Io respiro calcio da quando sono nato e al calcio ho dedicato la mia vita. Quando ho smesso, non ho mai pensato di fare altro, mi sono buttato subito in questa avventura. Ai ragazzi volevo trasferire un po’ della mia esperienza e devo dire che lavorare con loro è molto gratificante”.

Cosa ti rende più orgoglioso, un dribbling ben riuscito o – da difensore – una lettura tattica ben fatta?
“Non scherziamo, all’età dei miei ragazzi si parla poco di tattica. Io insegno le basi, per imparare a fare le diagonali ci sarà tempo. La cosa che, però, mi rende più orgoglioso è l’atteggiamento: i miei ragazzi lo sanno, ci vuole educazione e rispetto, per l’allenatore, per i compagni, con l’arbitro e il pubblico. Ai miei tempi ci insegnavano questo e credo che oggi bisognerebbe tornare a farlo, perché ce n’è tanto bisogno”.

E a te chi ha spiegato come si stava in uno spogliatoio?
“Io sono entrato in quello della Fiorentina che avevo 17 anni, direttamente dagli Allievi Nazionali e l’ho fatto in punta di piedi. Ero bravino di mio, diciamo così, ma quando sgarravo, c’era sempre qualcuno che mi riportava sulla retta via. Il più prodigo di consigli, è stato Stefano Pioli, anche per un’affinità di ruolo, ma quello spogliatoio era pieno di personalità importanti: Baggio, Dunga, Iachini, solo per fare qualche nome. C’era chi ti insegnava a vivere con l’esempio, chi magari te lo spiegava in maniera più diretta (sorride, n.d.r.)”.

Baggio che ti fa il cazziatone non ce lo immaginiamo proprio…
“No, infatti lui era uno di quelli che ti guidava con l’esempio. A parte che tecnicamente era un mostro, io stavo ore a guardarlo mentre calciava a fine allenamento. Una goduria. E, comunque, Roberto era un solitario, ma in pochi sanno che nello spogliatoio e in ritiro era uno dei più scatenati. Raccontava barzellette, faceva scherzi, davvero un uomo spogliatoio”.

Per Malusci oltre 150 partite con la Fiorentina.
Per Malusci oltre 150 partite con la Fiorentina.

Chi, invece, spiegava ai giovani come ci si doveva comportare?
“Dunga, ad esempio, aveva una personalità fortissima. Così come Pioli e Iachini. Ma non è che servisse tanto, bastava uno sguardo per capire. E comunque i giovani si approcciavano in maniera diversa rispetto ad oggi, c’era molta più soggezione e rispetto. Ecco, su questo aspetto secondo me bisogna tornare a lavorare”.

Hai già citato alcuni “mostri sacri” del calcio di quell’epoca, ma hai giocato con tanti campioni: chi ti è rimasto più impresso?
“Baggio era di un’altra categoria, ma – a parte Roberto – ho giocato in anni nei quali la Fiorentina era al top del calcio europeo, se non mondiale: Dunga, Batistuta, Rui Costa, Effenberg, Brian Laudrup. Avevi solo l’imbarazzo della scelta”.

Una Fiorentina che, però, con Batistuta, Effenberg e Laudrup, è finita anche in B (1992/1993): com’è stato possibile?
“Vabbé, dai, ma quella è un’altra storia. Cecchi Gori aveva pestato i piedi a qualcuno e gliel’hanno fatta pagare, è evidente. Altrimenti quella squadra non sarebbe mai finita in B”.

E’ stato quello il momento più duro e difficile della tua carriera?
“Quella è stata una bella botta, ma io non l’ho vissuta direttamente perché ero infortunato, per cui quell’anno praticamente non ho mai giocato, ma ricordo il clima pesantissimo che si respirava in quei giorni a Firenze e anche l’anno dopo. Ricordo un Monza-Fiorentina in Serie B nel quale una mia amica era venuta allo stadio con uno striscione per me, ma i tifosi gliel’hanno praticamente strappato dalle mani. Tutti i giocatori erano ritenuti responsabili della retrocessione e dovevano espiare le loro colpe. Anche se, ripeto, secondo me i giocatori erano stati i meno responsabili…”.

Allora qual è stato il momento più bello e quello più brutto della carriera di Alberto Malusci?
“E’ tutto concentrato nello stesso giorno: 18 maggio 1996, quando con la Fiorentina abbiamo vinto la Coppa Italia (a Bergamo contro l’Atalanta: 1-0 al Franchi e 0-2 al Comunale, n.d.r.). Vincere un trofeo con la Fiorentina era il coronamento di un sogno, ma se guardi la foto dei festeggiamenti io non ci sono. Ero in panchina a piangere come un bambino perché già sapevo che quella era la mia ultima partita in viola. Il giorno dopo, infatti, sarei partito per Marsiglia”.

E il tuo esordio te lo ricordi?
“E come faccio a dimenticarmelo: 22 ottobre 1989 è una data che rimarrà scolpita nella storia della famiglia Malusci. Già, perché noi siamo tutti tifosi della Fiorentina e anche i miei fratelli hanno giocato a calcio. Luca sarebbe dovuto andare al Milan, ma erano gli Anni ‘60 e la mia mamma ai tempi non se l’è sentita. Riccardo era il più talentuoso, ha giocato nella Primavera della Fiorentina con Arrigo Sacchi e poi nel Sassuolo e nel Poggibonsi in C. Quando ho esordito io, è stata un’emozione per tutta la famiglia. Ricordo le lacrime, perché per me era un sogno che diventava realtà. Il giorno prima facevo il raccattapalle, quello dopo esordivo al Franchi, lo stadio dove andavo a tifare la mia Fiorentina. Mi vengono i brividi ancora oggi…”.

E’ in quel momento che hai capito di avercela fatta?
“No, ero troppo giovane. Quella era una soddisfazione enorme, ma sapevo di dover restare con i piedi per terra. E se per caso io non l’avessi fatto da solo, ci avrebbero pensato Pioli e Iachini a riportarmi alla realtà (sorride, n.d.r.). Anche perché, in quella partita ho giocato tre minuti e non ho neanche toccato il pallone! Però, giocare in Serie A 17 anni, e farlo bene, è stato il segnale che ero sulla strada giusta. Ricordo che qualche domenica dopo siamo andati all’Olimpico e, causa infortuni, sono partito titolare: a fine partita i giocatori della Lazio sono venuti a complimentarsi. E non giocatori qualsiasi: ricordo perfettamente Nando Orsi partire dalla sua porta e farsi tutto il campo per congratularsi”.

C’è stato un momento di difficoltà che, invece, ti ha fatto dubitare o addirittura preoccupare?
“La vita del calciatore è piena di questi momenti. La gente vede solo il “bello” o i “soldi”, ma non è tutto così. Si fanno tanti sacrifici per inseguire un sogno, ma solo pochissimi riescono a coronarlo. Poi, è chiaro, non si va in miniera e – se arrivi – se un privilegiato, ma tutto può cambiare in un attimo: nel 1992, nell’ultima di campionato contro il Parma, in una partita che non valeva nulla, mancavano otto minuti alla fine. Me lo ricordo come fosse ieri: vedo lo spazio per un contropiede, parto ma mi allungo la palla, a centrocampo mi scontro con Grun e mi rompo la tibia. Avevo le valigie pronte per andare all’Europeo Under 21, che poi i miei compagni hanno vinto, e – dopo – sarei dovuto andare all’Olimpiade di Barcellona. Invece, sono rimasto fermo 15 mesi per quei maledetti 8 minuti di un’inutile partita. Ho addirittura rischiato di smettere. Momenti terribili”.

Come hai superato lo shock?
“In quell’occasione è stato fantastico Cecchi Gori. Subito dopo l’infortunio, mi ha offerto il rinnovo del contratto, un gesto che non dimenticherò mai. A fine stagione sarei dovuto andare al Milan, avevo già un accordo, avrei giocato con Maldini e Costacurta, puoi capire? E niente, quando il presidente mi ha proposto il rinnovo, non ho neanche guardato le cifre, ho firmato ad occhi chiusi. Col senno di poi, chissà cosa sarebbe potuto succedere… Tuttavia, per un tifoso viola giocare nella Fiorentina è il top e non ci ho pensato nemmeno un secondo”.

Adesso, però ti tocca ancora lavorare…
“A parte che, per me, insegnare calcio non può essere considerato un lavoro, per me è vita. E, poi, nella mia carriera non rimpiango nulla di quello che ho fatto. L’unico dispiacere è non essere nato vent’anni più tardi, perché a quest’ora sarei a posto io e tutte le mie generazioni future (ride, n.d.r.). Una volta dovevi fare due o tre anni ad altissimi livelli per strappare un buon contratto, oggi bastano due o tre partite e ti offrono cinque anni a due milioni a stagione e anche di più. Ma non mi posso lamentare, ho fatto quello che sognavo da bambino e adesso provo ad aiutare i miei ragazzi a fare altrettanto”.

Quindi, cosa fa oggi Alberto Malusci?
“Sono responsabile di alcune scuole calcio a Pistoia e, proprio in questo periodo, stiamo organizzando i Malusci Camp. Sono campus calcistici estivi per i ragazzi di tutte le età. Sono partito con 30 ragazzi e in questa edizione saremo più di trecento. Prima duravano due settimane, ora sono quattro o cinque. Ho chiamato con me anche Pagotto e Flachi, ad aiutarmi, perché da solo non ce la facevo più e anche per aumentare la competenza in tutti i reparti. Ormai siamo uno staff importante per seguire tutto bene. Tutto questo mi rende estremamente orgoglioso”.

Non aver mai avuto un’occasione con i “grandi” è un rimpianto o magari ancora un sogno?
“A 54 anni, ormai, non si sogna più, ma più che un rimpianto, è una delusione, un dispiacere, perché – per il lavoro fatto e i risultati ottenuti in questi anni – credevo di averlo meritato. Ho lavorato undici anni con il settore giovanile della Rondinella, facendo grandi cose. Mi sono avvicinato a Firenze per far notare il mio lavoro e sperando in una chiamata, ma nulla. Mi sarebbe piaciuto perché io la Fiorentina ce l’ho nel cuore. Purtroppo, però, quello che ho capito in questi anni, è che il calcio è un mondo in cui non c’è meritocrazia. Se un allenatore ha bisogno di un procuratore che lo porti in giro, c’è già qualcosa che non va. Un procuratore dovrebbe occuparsi dei contratti e l’allenatore dovrebbe ottenere l’ingaggio perché è capace. Purtroppo, oggi, non funziona così. Io, però, resto una mosca bianca e continuo ad insegnare calcio ai miei ragazzi e sono felice così. E quando li incontri di nuovo dopo qualche tempo, mi ringraziano e mi abbracciano: questo ripaga tutto l’impegno”.

Oggi Malusci porta avanti la sua academy per giovani calciatori.
Oggi Malusci porta avanti la sua academy per giovani calciatori.

Chi, dei tuoi allenatori, ti ha influenzato di più in quello che fai oggi?
“Nella gestione della squadra e dello spogliatoio, Ranieri è stato un grande maestro. Tosto eh, ma un grandissimo tecnico in campo e fuori dal campo. Io, però, faccio un altro “mestiere”, perché a questi ragazzi devo trasmettere nozioni tecniche e personalità”.

Tu che sei stato un ottimo centrale, sei d’accordo con Ancelotti quando dice che non sappiamo più difendere e abbiamo perso la nostra identità?
“Certo che sono d’accordo, basta guardare una partita del nostro campionato per accorgersene. Quando vedi uno che guarda la palla sul cross, e si perde l’attaccante, oppure uno che sbaglia la postura quando lo puntano, capisci che nelle giovanili nessuno ha insegnato loro come ci si deve comportare in quelle situazioni e che bisogna ricominciare da capo dalle basi. E questo è quello che, nel mio piccolo, provo a fare io”.

Quindi sei anche contro la “costruzione dal basso”?
“Non sono un integralista, intendiamoci. La costruzione dal basso non è il male assoluto, anche io provo a farla con i miei ragazzi, ma non per “scimmiottare” Guardiola, piuttosto per stimolarli a portare il pallone, a non avere paura e giocarlo a testa alta. Il problema è che quando sbagliano, andrebbero confortati, invece magari i loro stessi genitori li insultano dagli spalti o il loro stesso allenatore li mortifica. E così la volta successiva la buttano via. Nelle giovanili il risultato dovrebbe essere l’ultima preoccupazione, dovremmo concentrarci tutti nel migliorare i ragazzi dal punto di vista dell’atteggiamento e della tecnica di base. Invece, anche lì si guardano le classifiche…”.

Quindi, da dove dovremmo ricominciare per evitare di perdere ulteriore terreno?
“I nostri ragazzi vanno educati, istruiti, guidati. E questo è un lavoro delicato, che può essere svolto solo da chi ne è capace. Ogni anno alleno ragazzi diversi nei miei campus e ogni volta impari qualcosa, ti devi rapportare in modo differente, perché da un anno all’altro cambia tutto. Devi avere competenze, ma spesso non basta. Bisogna anche sapere come porti e come trasferire il messaggio. Serve gente che capisce di calcio, ma che lo sappia anche insegnare e sia disposto a farlo senza secondi fini, con dedizione, passione e rispetto dei ruoli. Se si vince un campionato buttando la palla avanti, porti a casa la coppa, ma poi che te ne fai? Il nostro compito è quello di crescere prima uomini e – solo dopo – calciatori. I campioni, poi, saranno una naturale conseguenza…”.

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