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Luca Ampollini, speaker del Parma: “Chiamai un giocatore piccolo Marchisio, i tifosi la presero male”

Dalla rinascita del Parma alla Serie A e i ricordi da tifoso, il racconto a Fanpage.it di Luca Ampollini tra passione, mestiere e autenticità, il dietro le quinte di uno speaker che è prima di tutto tifoso.
A cura di Vito Lamorte
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Ci sono figure nel calcio che non scendono in campo, ma che riescono comunque a entrare dentro la partita, a darle ritmo, anima, identità. La loro voce diventa familiare, quasi invisibile finché non manca, ma fondamentale in ogni momento chiave. Luca Ampollini è una di queste. Giornalista da oltre trent’anni e voce ufficiale del Parma Calcio dal 2015, ha attraversato da protagonista una delle fasi più intense della storia recente del club: la rinascita dopo il fallimento, la scalata dalla Serie D alla Serie A, le cadute e le ripartenze. La sua non è solo una funzione tecnica. È un equilibrio sottile tra professionalità e tifo, tra misura e coinvolgimento, tra ciò che si deve dire e ciò che si sente. A Fanpage.it racconta, per ‘Vita da Speaker’, cosa significa vivere il calcio ‘vicino al campo', trasformando ogni partita in un’esperienza condivisa, dove la voce diventa emozione collettiva.

Essere speaker è un lavoro a 360° o c’è tanto altro?
"Assolutamente sì. Fare solo lo speaker non basterebbe. Io sono prima di tutto un giornalista: lavoro da oltre 30 anni tra radio e televisione, soprattutto con TV Parma, e poi ho un’azienda di famiglia. Ho fatto telecronache, conduzioni e continuo a essere impegnato in diverse trasmissioni".

Come nasce la sua esperienza da speaker?
"È nato tutto nel 2015, dopo il fallimento del Parma e la rinascita dalla Serie D. Essendo già un riferimento giornalistico sul territorio, mi chiesero se volevo provare. Ho iniziato quasi per gioco e da lì ho vissuto tutta la scalata: Serie D, C, B e A. Sono ormai più di dieci anni che faccio questo ruolo, ed è cresciuto insieme a me".

Che tipo di preparazione ha prima di una partita?
"Cerco sempre di lavorare ‘a braccio'. L’esperienza giornalistica mi aiuta, ma preferisco vivere il momento in maniera spontanea. Questo mi permette di trasmettere emozioni autentiche: do più enfasi a certi momenti, come ingressi in campo, gol o sostituzioni, anche per dare carica ai giocatori. Oggi lo speaker non è più solo uno che annuncia: ha un ruolo centrale, ma deve essere al servizio della squadra".

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Ha rapporti diretti con i giocatori?
"Non particolarmente. Preferisco mantenere un approccio ‘super partes'. Li conosco, certo, ma senza frequentazioni strette. Evito di creare preferenze personali che possano influenzare il mio lavoro".

E con i tifosi?
"Il rapporto è molto buono. Sono parmigiano e tifoso del Parma da sempre, e questo la gente lo percepisce. Non si può piacere a tutti, ma in generale c’è grande sintonia".

Un momento speciale vissuto allo stadio?
"Ce ne sono tanti. Sicuramente le partite con grande coinvolgimento emotivo, come alcune sfide contro la Juventus o momenti decisivi della stagione. Quando il clima è positivo e lo stadio è carico, tutto diventa più intenso, anche il mio lavoro".

Il momento più difficile?
"Due su tutti: la retrocessione, dal punto di vista emotivo; e il periodo Covid, dal punto di vista professionale. Fare lo speaker in uno stadio vuoto è stato surreale: mancava completamente l’anima del calcio, cioè i tifosi".

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Quanto conta il pubblico?
"È fondamentale. Il calcio senza tifosi non esiste. Sono loro a dare senso a tutto, anche al nostro lavoro".

Una partita del passato che avresti voluto annunciare?
"Due in particolare: la finale di Coppa Italia 1992 vinta contro la Juventus e un Parma-Bordeaux 6-0 in Coppa UEFA, che vidi dalla curva. Partite straordinarie, da vivere in prima persona".

La società la lascia libertà nel suo ruolo?
"Sì, molta. E li ringrazio per questo. Posso esprimere la mia passione, sempre con rispetto. Non ci sono paletti rigidi: sanno che il mio obiettivo è incitare il Parma senza mai eccedere".

Le è mai capitato un errore curioso?
"All’inizio sì. Una volta presentai un giocatore, Lorenzo Simonetti, chiamandolo ‘il piccolo Marchisio'. Il problema? Claudio Marchisio era un simbolo della Juventus… e la curva non la prese benissimo. Da lì ho capito che bisogna coinvolgere senza forzare".

C’è un giocatore a cui è più legato?
"Dennis Man. Lo avevo segnalato in una mia rubrica prima ancora che arrivasse al Parma. Quando poi è stato acquistato, si è creato un legame particolare. Quando segnava, l’emozione era inevitabilmente più forte".

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Cosa la emoziona ancora oggi?
"Tutto. Dall’arrivo allo stadio fino al fischio finale. L’attesa, le formazioni, il pubblico che risponde al nome dei giocatori… E poi il gol, soprattutto se decisivo: quello è l’apice".

Quanto la aiuta l’esperienza da giornalista?
"Tantissimo. Devi avere l’occhio per capire subito chi ha segnato, valutare se aspettare magari per il VAR o esultare immediatamente. Non è solo ‘annunciare': è leggere la partita in tempo reale".

Ultima domanda: cosa rappresenta per lei il Parma Calcio?
"È parte della mia vita. Ho vissuto tutta la storia del club, dalle grandi vittorie degli anni ’90 fino alla rinascita. Essere speaker è un privilegio enorme, perché posso condividere ogni emozione con il pubblico”.

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