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Giuseppe De Luca: “Nel calcio mi ha fregato la notte. Dopo il primo stipendio andavo in giro a offrire”

Giuseppe De Luca si racconta a Fanpage.it. La Zanzara rivive la sua carriera, dal Varese all’Atalanta, dal Bari al Catania, tra aneddoti e rimpianti: “Sono stato troppo generoso con persone più interessate ai soldi che a me”.
A cura di Sergio Stanco
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La Zanzara ha tutta l’intenzione di continuare a ronzare. E, soprattutto, di pungere difese e portieri avversari. Giuseppe De Luca, dopo più di vent’anni di onorata carriera (con picchi di Serie A all’Atalanta, ma anche di B a Bari e C a Catania), ha deciso di tornare a casa. Cioè, “quasi” a casa, ci tiene a precisare: “Dopo tanti anni via – ci racconta in Esclusiva per Fanpage.it – avevo promesso alla mia famiglia che sarei rientrato. Mi sarebbe piaciuto farlo nel mio Varese, la squadra nella quale sono cresciuto, e per la quale ho sempre fatto il tifo, ma le cose non si sono incastrate. Pazienza, questo è il calcio”. Così, a 34 anni ha deciso comunque di mantenere fede alla parola data e si è rimesso in discussione al Legnano, campionato di Eccellenza: “E’ stato un po’ come tornare ragazzino, quando giocavi solo per divertirti, ma – devo essere sincero – io ho bisogno di adrenalina. Sento di poter dare ancora tanto al calcio, che è e resterà la mia vita. A Legnano sono stato bene, tutti mi hanno fatto sentire in famiglia, ma mi sento ancora un “professionista” e mi auguro di poterlo dimostrare. Vediamo cosa succederà…”. A giugno, infatti, la Zanzara sarà libera di volare ovunque, essendo svincolato. E, questa volta, non si pone limiti: “Ho fatto un anno vicino casa, diciamo che ci sono stato fin troppo in famiglia, si sono stufati pure loro (ride, n.d.r.)”. Le promesse e la famiglia, però, sono punti cardine della vita di De Luca: d’altronde, se è diventato calciatore, lo deve proprio ad un impegno preso col papà…

Allora, Giuseppe, partiamo proprio da qui: calciatore grazie a chi, dunque?
“Grazie a me, ovviamente, perché è da quando sono piccolo che mi sento dire che sono troppo esile, gracile, che non ho il fisico da calciatore e che non sarei andato da nessuna parte. Eppure, tutto questo mi ha solo dato forza per smentire tutti e arrivare a coronare il mio sogno di bambino. E ho fatto tutto da solo, senza l’aiuto di nessuno. E questo, se possibile, è un orgoglio ancora maggiore”.

E quando hai realmente capito che ci saresti riuscito?
“Potrei dirti quando hanno cominciato a chiamarmi in prima squadra a Varese. La domenica prima ero in curva a tifare, la settimana dopo ad allenarmi in campo con i miei idoli. Potrei anche dirti quando sono andato all’Atalanta , oppure il primo gol in Serie A a Marassi, ma in realtà io l’ho sempre saputo, non avevo bisogno di un momento che lo “certificasse”. Era il mio destino e basta”.

Da cosa nasceva questa convinzione?
“Un po’ era l’orgoglio di dimostrare che ce l’avrei fatta, un po’ l’irrefrenabile passione che sentivo dentro e, infine, dovevo mantenere la promessa fatta a mio papà. Lui è in sedia a rotelle dopo un intervento all’ernia andato male e io mi sentivo in dovere di dargli questa soddisfazione. Noi abitavamo vicino allo stadio e ricordo bene una volta che abbiamo fatto la discesa da casa verso il Franco Ossola. Mentre lo guardavamo da fuori, gli ho detto: “Papà io un giorno ci giocherò in questo stadio”. E così è stato”.

Dunque, ripercorriamo quei giorni: cosa è stato per te crescere nel settore giovanile del Varese e, poi, esordire in Prima Squadra?
“Un’emozione difficile da raccontare, anche perché – come dicevo prima – io tifavo Varese, andavo proprio in curva a seguirlo. Quando hanno cominciato a chiamarmi per gli allenamenti con i grandi, mi sembrava di volare. Giocare nel Varese significava aver già coronato il mio sogno. Potevo anche smetterla lì (sorride, n.d.r.)”.

De Luca festeggia dopo un gol con l’Atalanta a Genova.
De Luca festeggia dopo un gol con l’Atalanta a Genova.

E, invece, arriva subito la grande chiamata: com’è stato, a 21 anni, passare dal Varese in B all’Atalanta in A?
“Innanzitutto, sembra tutto un po’ assurdo, ma la scelta non è stata facile. Ricordo ancora quando ho ricevuto la telefonata del mio procuratore. Era estate e stavo facendo la preparazione con la squadra. Mi ero ripromesso di non andar via prima di aver portato il Varese in Serie A e, dunque, non sapevo cosa fare. Ho chiamato il capo Ultras del Varese, che era anche un amico visto che io andavo in curva fin da ragazzino, per chiedere consiglio. E lui mi fa: “Ma sei pazzo? Qui hai fatto quello che dovevi, hai onorato la maglia, te lo sei meritato. Vai!”. Mi ha tolto un peso, perché avevo un po’ di dubbi. Senza quella chiacchierata non so come sarebbe finita…”.

Esordio a San Siro il 15 settembre del 2012, con vittoria dell’Atalanta sul Milan: non male…
“Direi di no, anche perché per me, dopo il Franco Ossola, San Siro era lo “Stadio” per eccellenza. E’ l’unico stadio che mi ha fatto veramente tremare le gambe. Varese non è lontano e qualche volta mi piaceva andare a vedere le partite. Giocarci, forse, è come essere andato oltre il sogno”.

E’ stato quello il momento più bello della tua carriera?
“Non saprei. Sicuramente uno dei più belli, ma come l’esordio con il Varese o il primo gol in Serie A (il secondo nell’1-2 a Marassi contro la Samp del 4 novembre del 2012, n.d.r.). Quella è stata un’altra gioia indescrivibile, come se avessi chiuso un cerchio. Anche perché era stata proprio la Sampdoria a negare la promozione in Serie A al Varese e, quindi, mi sono un po’ “vendicato”. Se ricordo bene, dopo quella partita hanno anche esonerato Ferrara e Peruzzi, che gli faceva da secondo”.

Forse, però, l’esperienza all’Atalanta è stata un po’ l’apice della tua carriera, perché dopo non sei più riuscito ad esprimerti a quei livelli. Ti sei dato una spiegazione?
“Diciamo che non ho sempre fatto la vita “regolare”. Come dico sempre, la notte mi ha fregato (sorride, n.d.r). Niente di che, intendiamoci, ma non mi sono fatto mancare nulla, mi sono divertito. D’altronde, ero un ragazzino…”.

Ti ricordi, invece, cosa hai fatto con il primo stipendio importante?
“Ricordo solo che non mi sembrava vero e andavo in giro a spendere come un matto. Offrivo da bere a tutti e, poi, andavo a fare shopping. Mi erano sempre piaciuti i bei vestiti: quindi, appena ho potuto, ho fatto il giro dei negozi per comprarmi quelli che, prima, non mi potevo permettere”.

De Luca con la maglia dell’Entella in Serie B.
De Luca con la maglia dell’Entella in Serie B.

Ma sei riuscito ad amministrarti o hai sperperato?
“Eh, non è stato semplice. Sai, quando parti dal nulla, e in un attimo ti ritrovi a poterti permettere tutto, la testa inevitabilmente gira. La mia è girata un po’, ma fortunatamente al momento giusto sono riuscito a fermarla”.

Qualcosa di cui oggi ti penti?
“Inutile guardarsi indietro, quello che è stato è stato. Forse, con il senno di poi, sono stato troppo generoso con alcune persone che, poi, si sono rivelate più interessate ai soldi che a me. Diciamo che con il tempo ho imparato a fare una bella scremature e ho eliminato quelli che mi frequentavano solo per convenienza”.

Hai giocato in piazze importanti e calde, come Bergamo, Bari, Catania…
“E Varese”.

Giusto, ma – a parte Varese – a quale sei rimasto più legato?
“Io sono stato bene dappertutto, anche a Vicenza, Trieste e Chiavari (Entella, n.d.r.). Sono tutti posti in cui il calcio è vissuto con grande passione. E io ho bisogno di posti così. Ovviamente a Bari è stata l’esperienza più lunga (dal 2014 al 2017, n.d.r.) e forse anche quella professionalmente più soddisfacente. Davanti eravamo io, Rosina e Pippo Maniero. Tanta roba per la categoria (Serie B, n.d.r.), te lo posso assicurare. Ho giocato con tanti ottimi calciatori, ma quell’alchimia non l’ho più provata”.

Allora parliamo dei tanti ottimi giocatori: a parte quelli citati, il più forte in assoluto?
“Difficile dirlo, perché in Under 21 facevo coppia con Immobile, ma c’erano anche Insigne, Florenzi, Verratti. Poi, più avanti ho giocato anche con Brienza, che era un fenomeno e avrebbe meritato molto di più, ma anche con Bonaventura. A me piaceva quel tipo di giocatori lì, con i quali bastava fare il movimento e la palla ti arrivava. Ah, ma aspetta, mi stavo dimenticando del più forte in assoluto: al Varese ho giocato con Neto Pereira (centrocampista brasiliano classe ‘79, al Varese dal 2010 al 2015, n.d.r.), un altro fenomeno che avrebbe meritato molto di più”.

Qualcuno che, invece, non ha reso per quelle che erano le sue potenzialità?
“Livaja era un talento fuori di testa: forte forte, ignorante al punto giusto. Destro, sinistro, di forza ma tecnico. Solo che aveva la testa a forma di noce di cocco. Voglio bene a Marco, eh, ma lui lo sa, glielo dicevo sempre (ride, n.d.r.). Poi non è riuscito a esprimersi per quelle che erano le sue qualità, ma per me aveva le potenzialità da top”.

Se, invece, avessi potuto essere immortalato nelle figurine a fianco di un altro calciatore, chi avresti scelto?
“Beh, se devo sognare in grande, dico Ronaldo il Fenomeno. Ragazzi, parliamo di fantacalcio. Mai visto nessuno fare le cose che faceva lui. Avevo tutte le videocassette delle sue giocate, le ho consumate a furia di guardarle”.

Il difensore a cui, invece, hai ronzato troppo troppo attorno e dal quale hai rischiato di farti schiacciare?
“Guarda, una volta contro la Lazio ho avuto la bella idea di litigare pesantemente con Ciani (difensore francese classe 1984 biancoceleste dal 2012 al 2015, n.d.r.). Ce l’hai presente? Assomiglia all’attore del Miglio Verde (sorride, n.d.r.). Io piccolino e lui alto più di uno e novanta: una bestia. Credo circoli ancora una foto mentre mi prende per il collo. Se non ci fosse stato Denis a dividerci – diciamo così – penso che non sarei qui a raccontarlo (ride, n.d.r.). Anche Chiellini era uno davvero tosto, ma lui era più furbo. Prima ti spaccava, poi ti chiedeva scusa (sorride, n.d.r.). A parte gli scherzi, un ragazzo splendido… fuori dal campo, però”.

A proposito di “ronzare”: ma chi ti ha dato il soprannome la “Zanzara” e come ci convivi?
“E’ stato uno dei mie allenatori delle giovanili, Mister Bonetti degli Allievi Regionali, perché diceva che davo fastidio alle difese avversarie, ma pure ai compagni. E, sì, mi ci ritrovo, perché sono un vero rompicoglioni in campo (testuale, n.d.r.). Per cui mi è sempre piaciuto, credo che sia perfetto per me, sia caratterialmente che professionalmente. Anzi, me lo devo tatuare. Son tutto tatuato, ma questo mi manca, devo rimediare…”.

In pochi ricordano che tu hai giocato anche in Champions ed Europa League?
“Erano i preliminari, giusto per essere precisi. Diciamo che ho giocato, anche se forse anche io preferirei dimenticarlo. Quell’esperienza al Cluj (2018/2019, n.d.r.) non la ricordo con piacere, diciamo che ero andato lì con grandi aspettative, ma che poi sono andate deluse. Dal punto di vista personale è stato un brutto periodo e loro non hanno fatto nulla per migliorarlo, anzi. Con me non si sono comportati bene e, sinceramente, tornare in Italia è stata la fine di un incubo”.

Riguardandoti indietro, c’è qualche rimpianto o una scelta che non rifaresti?
“Probabilmente, avrei potuto dare di più, questo non posso negarlo, ma vivere di rimpianti è inutile, anche perché ho “solo” 34 anni e mi sento ancora bene fisicamente. Credo di avere ancora tre-quattro anni ad alti livelli e non ho nessuna intenzione di chiudere così. Ho bisogno di stimoli forti. Da calciatore o in altra veste, sento di poter dare molto al calcio”.

“In altra veste”, come ti vedi?
“Non lo so ancora, ma sono certo che il calcio è e resterà la mia vita. Senza, non so stare. Non so se farò l’allenatore o il direttore sportivo, ma di sicuro proverò a restare in questo mondo. Tanti dicono che con il mio carattere sarà dura, ma d’altronde convivo con questo scetticismo da quando sono nato: tutti mi dicevano che non sarei mai diventato un calciatore, ora la storia si ripete. Vediamo chi avrà ragione…”.

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