Se non ora quando?”, si interrogava il rabbino Hillel nel Pirkei Avot. La citazione è molto alta e poi ripresa nel titolo di un meraviglioso libro di Primo Levi del 1982, ma riprendendola miseramente per parlare di calcio e degli Europei, è la frase perfetta per iniziare a parlare di Belgio e della sua squadra.

Di questo Belgio, del Belgio che finalmente può vincere una grande torneo e anche del Belgio che per fortuna gioca in maniera coesa, senza i soliti spifferi tra fazioni che hanno puntellato almeno da un punto giornalistico la sua storia, se ne parla almeno da Brasile 2014. Il girone con Algeria, Russia e Corea del Sud è dominato, con tre vittorie su tre, agli ottavi c’è la vittoria sudata contro gli USA ai supplementari e una sconfitta onorevole contro l’Argentina di Messi e Higuain ai quarti. Quella fu una partita analizzata molto velocemente con il fatto che erano tutti giovanissimi (Lukaku 21 anni, Eden Hazard 23 anni, Courtois 22 anni, De Bruyne 22 anni) ed era ancora normale farsi bloccare da un’Argentina già esperta che giocò una partita difficile da interpretare e poteva contare sul migliore al mondo.

“A volte inizio una frase in francese e la finisco in fiammingo, e in mezzo uso un paio di espressioni in spagnolo, portoghese o lingala, a seconda di dove sono. Io vengo dal Belgio. Veniamo tutti dal Belgio. È questo che rende figo questo paese, no?” – Romelu Lukaku

A Euro 2016 il Belgio arrivò già con nuove e più sostanziose speranze. Perse subito contro un’Italia lontanissima dalla forza dei belgi se parliamo di nomi, ma capace, grazie ad Antonio Conte, di vincere una partita con alcune idee tattiche, magari poche ma ben eseguite. Poi il cammino del Belgio continuò e si fermò ai quarti di finale contro il Galles. Fu un’occasione buttata al vento perché il Belgio era nel lato del tabellone più semplice, tanto è vero che poi vincerà chi uscirà da quel lato, il Portogallo di Cristiano Ronaldo. La colpa fu data a Marc Wilmots che saltò subito in aria.

Fu preso un allenatore molto interessante, Roberto Martínez dall’Everton. Di sicuro pesò la voce di Romelu Lukaku, che era diventato la faccia di quel Belgio ed era stato allenato da Martínez proprio all’Eeverton, ma anche perché con i Toffees aveva fatto coesistere molti uomini di qualità, proprio quello che in quel Belgio abbondava.

Russia 2018 è stato un torneo quasi esaltante per De Rode Duivels. Nel girone ha superato l’Inghilterra, agli ottavi ha vinto contro il Giappone, in una partita folle, decisa da Chadli al 94’ e ai quarti addirittura il Brasile, incartandolo con un possesso palla capace di bloccare il ritmo di gioco verdeoro. In semifinale la partita contro la Francia fu giocata bene, ma si capiva che avesse vinto chi avrebbe segnato per primo. Segnò la Francia con Umtiti e il Belgio è finito meritatamente terzo, battendo di nuovo l’Inghilterra. Ora ci siamo davvero, siamo arrivati a un punto in cui, come si diceva all’inizio bisogna tirare una linea e dare un risultato.

In difesa non c’è più Vincent Kompany, cuore e uomo di personalità che è servito in questi anni in cui ha anche giocato poco, ma le pietre angolari su cui costruire una buona difesa ci sono. C’è il portiere del Real Madrid, Thibaut Courtois, un po’ sottovalutato in questi anni, ma serenamente fra i primi cinque al mondo. Al centro non c’è il meglio possibile, anche se Meunier e Alderweireld, schierati in una difesa a tre possono dire ancora la loro. Sulle fasce il Timothy Castagne del Leicester è anche meglio di quello dell’Atalanta, mentre dall’altra parte possono giocare in tanti, tra cui uno dei calciatori più enigmatici della rosa, Yannick Carrasco, sempre a un passo dalla grandezza che però si nota a sprazzi.

A centrocampo poi c’è davvero il punto di forza. Una fascia di mezzali con Kevin De Bruyne, Youri Tielemans e Leander Dendoncker è davvero una meraviglia, perché i tre sanno fare tutto e in fase offensiva sanno giocare corto e lungo, in orizzontale e in verticale, nella piena padronanza del gioco e del suo sviluppo.

E poi viene l’attacco. Romelu Lukaku ha dimostrato nell’Inter di essere un giocatore-attacco, ovvero un calciatore intorno al quale la squadra stessa deve completamente adeguarsi nella manovra offensiva, traendone però solo benefici. Tolto lui, che può essere il volto degli Europei, vengono i dubbi veri. Dries Mertens, che ha sempre giocato alla perfezione intorno a Lukaku è pienamente recuperato dai tanti infortuni di quest’anno? Leandro Trossard che ha giocato molto bene al Brighton è in grado di sfruttare gli spazi aperti da Lukaku, come Lautaro fa nell’Inter? Ma soprattutto, ed è qui che c’è tanto del destino del Belgio, Eden Hazard che giocatore è in questo momento? Ancora l’uomo che decide le partite o un calciatore troppo consumato dai suoi infortuni?

Sul suo stato di forma si gioca tanto del presente del Belgio, anche se Martínez non si è mai perso d’animo e in questi ultimi anni ha spesso sostituito Hazard con un maggior numero di centrocampisti creativi, capaci di essere ancora più difficili da inquadrare per le difese avversarie quando giocano intorno a Lukaku. I dubbi rispetto a qualche anno fa ci sono, legati soprattutto allo stato di forma di alcuni uomini-chiave, ma l’esperienza e la forza di alcuni calciatori, insieme alle capacità di Roberto Martínez non possono non far pensare ancora una volta al “Se non ora, quando?” del rabbino Hillel.