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Collar vive in un limbo per colpa dell’Alzheimer: “Torna in sé quando vede la maglia dell’Atletico”

È la storia emozionante dell’ex leggenda dei colchoneros, oggi 89enne. È in sedia a rotelle e non parla, né riconosce il figlio: “Quando gli parliamo della sua ex squadra per qualche secondo hai di fronte a te la persona che conoscevi”.
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A cura di Maurizio De Santis
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Collar nell'immagine tratta dal video di Movistar+.
Collar nell'immagine tratta dal video di Movistar+.

Enrique Collar parla a stento, è sulla sedia a rotelle, non riconosce la casa dove abita né i suoi figli. A 89 anni vive in un mondo tutto suo, fatto solo di ricordi passati, della sua esperienza di 16 anni da calciatore dell'Atletico Madrid di cui è stato anche capitano. Era un'ala mancina, ne ha memoria quando, muovendo la gamba sinistra, ‘spiega' quale fosse il piede che usava per calciare. Il resto è un buco nero che ha inghiottito la sua vita per colpa dell'Alzheimer.

"Possono passare anche un paio di settimane – ha raccontato il figlio, Alfredo, nell'intervista a El Día Ahora di Movistar Plus+ – senza che mio padre dica una parola". In carriera era stato ribattezzato El Niño, nell'almanacco dei colchoneros è il quarto calciatore per numero di presenze (470) e il nono nella speciale classifica dei marcatori di tutti i tempi (105). Da capitano vinse un campionato (1965-1966), 3 Coppa del Re (1959-1960, 1960-1961 e 1964-1965), 1 Coppa delle Coppe (1961/1962).

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Collar sembra un personaggio di una pellicola cinematografica, come il padre della moglie del professore Bellavista che alla pronuncia della parola "milione" si desta all'improvviso dal limbo e sembra tornare in sé, salvo tornare in una dimensione parallela. A Collar succede qualcosa del genere se gli mostrano la maglia dell'Atletico, foto di quegli anni ruggenti da giocatore oppure alla sola vista di un ex compagno di squadra.

Il figlio lo portò al Wanda Metropolitano, nuovo tempio dei colchoneros al posto dello storico Calderon. Quel giorno sorrideva solo ma incrociò un altro, il difensore brasiliano Luiz Pereira: lo riconobbe dallo stemma che aveva su un cappotto e disse: "È della mia squadra".

L'Atletico Madrid è il suo gancio in mezzo al cielo, la porta di servizio attraverso la quale si affaccia per pochissimo tempo sul presente. Per qualche istante ritrova quella lucidità perduta e nei suoi occhi ha una luce differente. "Canta ancora quando suo nipote gli fa vedere la casacca della società – ha aggiunto il figlio – e intona l'inno dei colchoneros".

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Dura tutto pochi attimi, è questione di secondi. "In quel momento mio padre torna finalmente nel presente – ha aggiunto Alfredo -. E lui, come altre persone che hanno lo stesso morbo, ha forse una decina di secondi, anche meno…, durante i quali hai di fronte a te la persona che conoscevi". Poi cala l'oblio, come le tenebre della notte più lunga.

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