Bruno Longhi: “Franco Baresi la prima volta in TV fece scena muta. Berlusconi gli fece una promessa folle”

La morte di Franco Baresi lascia un vuoto enorme nella storia del calcio italiano e del Milan. Per Bruno Longhi non è stato solo il più grande difensore dei rossoneri e della Nazionale, ma un uomo che ha imparato a convivere con il dolore fin da bambino e ha trasformato il silenzio in leadership. Lo ha visto crescere da quando era un ragazzino "quasi impaurito", incapace di parlare davanti a una telecamera, fino a diventare il capitano che avrebbe alzato la Coppa dei Campioni e cambiato per sempre la storia del Diavolo e della Serie A divenendo la figura di riferimento della squadra rivoluzionaria di Arrigo Sacchi. Nell'intervista a Fanpage.it, l'ex telecronista ripercorre oltre quarant'anni di ricordi e svela il lato più umano di Baresi, raccontando anche il legame speciale con Silvio Berlusconi: "Per lui è stato un secondo padre, gli è rimasto vicino anche nei momenti più difficili della sua vita". Longhi rivela anche un aneddoto poco conosciuto sulla nascita del Milan degli Invincibili: quando il Presidente annunciò a Milanello che quella squadra sarebbe diventata la più forte d'Europa e forse del mondo. "Fece una promessa folle, Franco mi confidò che non capiva se fosse un visionario oppure un pazzo". E poi c'è l'immagine che custodisce ancora oggi come la più preziosa: "Quando lo vidi alzare la Coppa dei Campioni ripensai a quel ragazzo timido conosciuto tanti anni prima. In quel momento c'era tutta la sua vita racchiusa in un solo fotogramma".
Qual è la prima immagine che le viene in mente pensando a Franco Baresi?
"Una trasmissione di Telemilano 58. Avevo invitato i fratelli Baresi: Giuseppe, che giocava già nell'Inter, Franco che stava iniziando nel Milan. Parlava soprattutto Giuseppe, mentre Franco fece scena muta per quasi tutta la trasmissione. Era un ragazzino timido, quasi impaurito".
Eppure in campo sembrava una persona completamente diversa.
"Era questo che colpiva. Fuori era riservato e un po' schivo. Poi entrava in campo e sembrava liberarsi di tutto. Già nella sua prima stagione al Milan aveva una marcia in più. Era molto più offensivo di quello che abbiamo poi conosciuto negli anni successivi, giocava con una personalità incredibile".
In quegli anni c'era anche chi lo seguiva come un padre.
"Sì. Ricordo Paolo Mariconti, uno dei massaggiatori storici del Milan. Franco e Giuseppe avevano perso i genitori quando erano giovanissimi e lui raccontava sempre di aver fatto loro un po' da padre. Di Franco parlava con un affetto enorme e lo chiamava ‘il piscinin‘. Sono ricordi che oggi riaffiorano con grande forza".
Quando capì che sarebbe diventato un fuoriclasse?
"Molto presto. Ricordo un premio organizzato da Radio Monte Carlo. Facevo parte della giuria e il filmato che introduceva Franco aveva un titolo che mi è rimasto impresso: Franco Baresi, un UFO venuto dalla Terra. Aveva appena diciotto anni e dominava già le partite. Lì capivi già che c'erano non solo le stigmate, c'era un ragazzo che a 18 anni dominava in campo e poi tutto il resto è stata una conseguenza".

Com'era nel rapporto con i giornalisti?
"Abbiamo avuto rapporti di amicizia con le famiglie, c'è capitato di uscire a cena. Allora il calcio non era quello di adesso in cui c'è una distanza quasi sociale tra il giornalista e il calciatore, si erano tutti nella stessa barca. Lui, però, è sempre stato molto riservato. Quando avevo bisogno di un'intervista lo chiamavo e quasi sempre la risposta era no".
Come riusciva allora a convincerlo?
"Con un piccolo trucco. Telefonavo a sua moglie e spesso era lei a convincerlo. Era fatto così: non amava stare al centro dell'attenzione".
La sua timidezza strideva con il ruolo di capitano.
"Infatti all'inizio me lo chiedevo anch'io. Pensavo: come può uno che parla così poco guidare uno spogliatoio pieno di campioni?".
Poi trovò la risposta?
"Sì, parlando con i suoi compagni. Mi dicevano tutti la stessa cosa: Franco non aveva bisogno di fare discorsi. Bastava uno sguardo. Aveva uno sguardo severo, autorevole. Era un leader naturale, carismatico senza usare troppe parole".
C'è un istante che racconta meglio di altre il suo carattere?
"Dopo la vittoria della Coppa Intercontinentale in Giappone. Per il protocollo della premiazione gli fecero indossare gli abiti da samurai, con tanto di fascia sulla testa. Lo vedevo chiaramente: era imbarazzatissimo. Era già un campione mondiale, ma non aveva mai perso quella sua naturale riservatezza".
Tra i ricordi della sua carriera ce n'è uno che considera speciale?
"La finale del Mondiale del 1994 a Pasadena col Brasile. Dopo l'operazione al menisco sembrava impossibile che potesse recuperare. Ero negli Stati Uniti e attraverso Vincenzo Pincolini, che era il preparatore atletico, venni a sapere circa due ore prima della partita che Franco avrebbe giocato".
Che cosa pensò in quel momento?
"Pensai che fosse un extraterrestre. Solo un giocatore come lui poteva riuscire a essere in campo in una finale mondiale dopo quello che aveva passato. Era l'ennesima dimostrazione della sua forza mentale oltre che tecnica".
Quanto fu importante Baresi per il Milan che stava nascendo con Berlusconi?
"Quando arrivò Berlusconi il Milan aveva già delle basi importanti, con Liedholm che aveva iniziato un certo tipo di lavoro. Poi arrivarono Sacchi, che chiese Ancelotti perché era il collante davanti alla difesa, Van Basten e Gullit. Ma il punto di riferimento era già Franco Baresi. Era il leader naturale di quella squadra".
C'è un episodio che racconta bene l'inizio di quell'epoca?
"Sì. Sacchi mostrò a Baresi alcuni movimenti difensivi che Signorini faceva nel Parma per spiegare il meccanismo dell'elastico e della linea difensiva. Gli disse che per fare la zona e nell'applicazione del fuorigioco bisognava muoversi in quel modo. Dal punto di vista giornalistico questa cosa faceva notizia: l'idea che Baresi, che aveva un ruolo già centrale nel Milan, dove imparare da Signorini che non era un calciatore di spicco".

Lei ha spesso raccontato un aneddoto che dice molto del rapporto tra Baresi e Berlusconi.
"Sì, perché me lo confidò proprio Franco. Dopo un pranzo a Milanello, quando il Milan non aveva ancora vinto nulla, Berlusconi riunì la squadra e disse una frase destinata a fare la storia: Diventeremo la squadra più forte d'Europa e forse del mondo. Sembrò una promessa folle".
Come reagì Baresi?
"Qualche tempo dopo mi disse una cosa che mi è sempre rimasta impressa. Mi confessò che uscendo da quell'incontro non riusciva a capire se Berlusconi fosse un visionario oppure un pazzo".
Perché gli sembrava un obiettivo così irraggiungibile?
"Quel Milan arrivava da anni difficilissimi, dalle retrocessioni in Serie B. Franco aveva vissuto tutto quel periodo. Mi diceva che lui il sabato giocava con la Nazionale e la domenica scendeva in campo in Serie B con il Milan. Quando vivi una realtà del genere, qualcuno ti parla di diventare la squadra più forte del mondo e, magari non ti senti all'altezza, inevitabilmente pensi che stia esagerando".
Poi, però, quella promessa si è trasformata in realtà.
"Perché si creò una miscela irripetibile. I giocatori erano fortissimi, Sacchi era un innovatore assoluto e Berlusconi trasmise una convinzione che fino a quel momento non esisteva. È stato lui a dare quella spinta mentale che serviva per trasformare una grande squadra in una squadra leggendaria. E poi c'è quel Pallone d'Oro simbolico che Berlusconi gli regalò nel 1989 e il ritiro della maglia numero 6 che descrivono il rispetto e l'aspetto reciproco".
Che rapporto c'era tra Berlusconi e il suo capitano?
"Era un rapporto profondissimo. Franco era il capitano, il leader, il volto del Milan. Anche se era una persona silenziosa, rappresentava tutti".
Ma il loro legame andava oltre il calcio?
"Senza dubbio. E credo sia giusto ricordarlo soprattutto oggi. Berlusconi è stato per Franco un secondo padre".
Perché?
"Gli è stato vicino quando la vita lo ha messo di fronte a momenti molto difficili. Tutti ricordano il campione, il capitano, il simbolo del Milan… ma dietro quel personaggio pubblico c'era un uomo che aveva conosciuto il dolore fin da bambino".
Si riferisce alla perdita dei genitori.
"Sì. Franco e Giuseppe rimasero orfani giovanissimi. Poi, anche da adulto, Franco ha attraversato periodi complicati per alcune difficoltà personali. Berlusconi gli è sempre rimasto accanto, proprio come fece con Shevchenko quando il padre dovette affrontare un delicato intervento al cuore. Questo racconta molto dell'uomo Berlusconi e del rapporto speciale che aveva con Baresi".

Quanto hanno inciso quelle sofferenze sulla persona?
"Moltissimo. C'è sempre una differenza tra l'immagine pubblica e quella privata. Tutti vedevano il capitano, il fuoriclasse, il difensore insuperabile. Io, invece, ho avuto la fortuna di conoscere anche l'uomo".
Che cosa ricorda di lui lontano dai riflettori?
"Era difficile cogliere in lui quella felicità completa che spesso immaginiamo nei grandi campioni che brillano come oro splendente. Baresi era un uomo che aveva attraversato tante prove nella vita e credo che quelle ferite se le sia portate dentro fino all'ultimo, assieme alla malattia che lo aveva colpito già da qualche anno".
Se oggi dovesse scegliere un solo fotogramma della sua carriera, quale sarebbe?
"Non una chiusura difensiva, anche se ne ha fatte centinaia. Non un tackle, non un anticipo. Scelgo un'immagine".
Quale?
"La finale della Coppa dei Campioni vinta contro al Steaua. Ricordo perfettamente il momento in cui Franco alza il trofeo al centro del campo".
Perché proprio quell'istante?
"In quel momento mi tornò in mente tutto il percorso che avevo vissuto insieme a lui. Rividi il ragazzino che avevo conosciuto a Telemilano, quello che parlava pochissimo. Rividi il ‘piscinin' di cui mi raccontava con affetto Paolo Mariconti. Rividi quel giovane difensore che già a diciotto anni sembrava un extraterrestre".
È come se in quell'immagine ci fosse tutta la sua vita.
"Esattamente. In un solo fotogramma c'era tutto: il bambino rimasto senza genitori, il ragazzo timido, il capitano silenzioso, il leader che parlava con gli sguardi, il simbolo del Milan e uno dei più grandi difensori della storia del calcio".