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Franco Baresi e l’eroica finale Italia-Brasile, la partita delle lacrime e della grandezza assoluta

Ventitre giorni dopo la rottura del menisco, Franco Baresi ha giocato la più grande finale mondiale che un difensore abbia mai disputato. Una partita eroica entrata di diritto nella storia del calcio.
A cura di Jvan Sica
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Il primo, primissimo intervento avviene durante un disordinato rimbalzo del pallone tra una coscia e un’altra, all’inizio della finale dei Mondiali di calcio di USA ‘94 tra Italia e Brasile. Come era di moda allora le squadre erano tutte vicine, ma i calciatori non avevano ancora la dimestichezza tecnica di oggi. Il pallone quindi viaggiava veloce, ma molto velocemente si imbizzarriva, fra contrasti e polpacci che volavano leggeri. Quel flipper poteva essere dannoso per noi, il pallone era vicino alla nostra area di rigore. Ma all’improvviso Franco Baresi interviene, perentorio e secco, prende la palla e mette fine alla confusione, il possesso passa definitivamente a noi che ci tranquillizziamo. Per fare quell’intervento Franco Baresi ha dovuto allungare la gamba estendendola davanti a sé, allungando il ginocchio destro nel movimento di contrasto con l’avversario. Quel ginocchio aveva da pochi giorni subito un intervento al menisco, per il quale al tempo si tornava in campo dopo due mesi. Erano passati 23 giorni.

E pensare che quel Mondiale Franco Baresi poteva non disputarlo. C’è stato un momento, poco dopo l’arrivo di Sacchi in Nazionale, in cui aveva deciso e anche in parte comunicato il suo addio alla Nazionale. Aveva già più di 30 anni, il Milan lo “costringeva” a una serie interminabile di partite perché arrivava sempre in fondo alle competizioni europee, spesso vincendole e dovendo quindi giocare altre partite accessorie (per altri titoli che lo stesso Baresi “era costretto” ad alzare) e forse aveva anche voglia di allentare le morsa di Sacchi, che su di lui puntava fortissimo, esigendo di più.

Franco Baresi ferma Romario nella finale dei Mondiali '94 Italia–Brasile.
Franco Baresi ferma Romario nella finale dei Mondiali '94 Italia–Brasile.

Franco Baresi non era solo l’arte del difendere in linea, difficile da impostare con un gruppo di calciatori che vedi una volta ogni tre mesi (famosa l’incapacità di Ciro Ferrara di capire cosa volesse il tecnico di Fusignano dopo le prime convocazioni), ma era anche un leader totale, un uomo che muoveva le emozioni e il ritmo della squadra, due elementi fondanti per un collettivo che secondo le idee di Sacchi doveva muoversi insieme, con i piedi e con l’animo. Insomma Franco Baresi non lo sostituisci con il primo centrale che trovi e Arrigo Sacchi fa di tutto per farlo restare lì dov’era al centro di tutto, come sempre. Quella prestazione in finale è epica ma nel senso più puro del termine, in quanto è da raccontare, non si può soltanto immaginare o velocemente glossare.

Piccola premessa: 23 giugno 1994, seconda partita del girone E. Abbiamo perso la prima contro l’Irlanda, siamo in dieci uomini contro la Norvegia nella seconda. All’inizio del secondo tempo, in un intervento su un cross basso, Franco Baresi si rompe il menisco del ginocchio destro. Miracolosamente vinciamo quella partita, Giuseppe Signori si gioca alla roulette della storia anni di vita a furia di correre per due, ma vinciamo e inizia da quell’istante un folle ed herzoghiano inseguimento da parte di Franco Baresi. Appena dopo l’operazione, lavora una quantità insostenibile di ore per rimettersi in sesto e giocare la finale dei Mondiali. Fa questo obnubilato da due forze, la grandezza e la mania (forze che proprio Herzog ci ha ben spiegato). Baresi si allena ovunque e sempre per giocare quella partita mentre i compagni diverse volte salgono la scaletta dell’aereo che li avrebbe dovuti riportare a casa. Ogni volta però ne discendono e per un’energia completamente scomparsa intorno alla Nazionale italiana di calcio, si arriva al 17 luglio 1994, al Rose Bowl di Pasadena.

Baresi è convocabile, dice Sacchi prima del match, ma tutti noi che sappiamo, sapevamo anche allora che avrebbe solo fatto la sua presenza in panchina, una sorta di monumento vittorioemanuelesco per dare impeto alla squadra. Invece, con follia sacchiana che si aggiunge alla follia baresiana, il centrale del Milan è in campo contro il Brasile, nella partita che adesso guardiamo con un certo distacco, ma che al tempo avrebbe decretato chi delle due squadre avrebbe terminato il Novecento con quattro titoli mondiali, finendo per essere “la squadra” del secolo del calcio.

Gli interventi che Franco Baresi compie in quella partita sono tutti montati in diverse clip che girano per fortuna su Youtube. Facciamo una sorta di lista delle meraviglie per riassumerle su questo foglio bianco: anticipi, ma anticipi tassativi su giocatori rapidissimi come Bebeto, recuperi in diagonale su calciatori che hanno fatto della corsa veloce con il pallone il loro pane come Jorginho, recuperi da ultimo uomo contro il miglior attaccante del tempo oltre che uno dei migliori attaccanti della storia come Romario, chiusure da ultimo uomo contro avversari lanciati a rete con la palla, interventi in chiusura che facevano ripartire la squadra in contropiede, molto spesso sostenuto direttamente da Baresi stesso che a un certo un punto si trova a un passaggio di Baggio dalla porta e dalla storia. L’intervento copertina è triplice. Romario lanciato palla al piede verso la porta di Pagliuca, Baresi come sempre è ultimo uomo: Romario scarta verso sinistra con una mezza cola de vaca, Baresi ha il corpo sbilanciato a destra ma allunga ancora una volta quella gamba destra e tocca con la punta il pallone, la furia di Romario si acquieta, ma interviene Mazinho, anche lui contrastato con il pallone rimandato ancora più a sinistra, un altro giocatore brasiliano accorre e crossa, Baresi sporca la palla con la testa e non fa arrivare il pallone sul secondo palo, dove era libero un avversario. Già in quell’istante quella partita era diventata qualcosa di più grande, qualcosa di più difficile da immaginare, qualcosa di più complesso da descrivere. Oltre a tutto questo almeno altri quattro interventi in cui i brasiliani calciano a colpo sicuro verso la porta di Pagliuca, ma il pallone a Pagliuca non arriva nemmeno perché Baresi si interpone con il proprio corpo e lo blocca.

A un certo punto non è né colpito, né devastato dai crampi, ma letteralmente mangiato dall’interno dopo tutta quella stasi e quel sacrificio richiesto al corpo per ventitre giorni. Resta in campo dopo aver urlato con il fiato che aveva in corpo, non era un urlo di dolore, era l’urlo attraverso cui chiedeva ancora e ancora al suo corpo di farcela. C’è una scena che commuove: Maldini e Apolloni sono entrambi protesi verso Baresi e gli allungano la punta di entrambi i piedi per distendergli i muscoli contratti. Baresi è a terra e prova un dolore così forte da digrignare i denti e mettersi la mano davanti alla bocca come a voler imprecare contro il destino, ma allo stesso tempo vergognandosene per tutto quello che il destino gli aveva dato. Maldini e Apolloni gli parlano come se volessero consolarlo ma anche farsi scuotere da quel viso deformato dagli spasmi e dal desiderio di non uscire dal campo. Baresi dal campo esce su una macchina da golf, ha le mani in testa, si dispera, pensiamo, forse addirittura pensa lui stesso che sia finita. Torna in campo, finisce la partita, fa un paio di esercizi di scioglimento e va a tirare il rigore.

La disperazione di Baresi dopo il rigore fallito contro il Brasile.
La disperazione di Baresi dopo il rigore fallito contro il Brasile.

Il fatto che sbagli il calcio di rigore anche al tempo non gli fu dato alcun peso, l’unica volta che io ricordi sia successo. Hai voglia a De Gregori di cantare che non è da questo particolare che si giudica un giocatore, ma quando qualcuno sbaglia un rigore l’eco del mal giudizio lo perseguita per sempre (Baggio per il rigore che calcerà di lì a poco ancora non si da pace). L’unica vera volta in cui anche il tifoso più ottuso ha pensato e magari detto che andava comunque bene così era per quel rigore di Franco Baresi. Di fronte a quell’immagine piegata dallo sforzo, che imperterrita va a compiere un gesto tecnico difficilissimo in quel contesto e per quel valore, per la prima volta non abbiamo pensato alla sconfitta, non abbiamo pensato alla scelta sbagliata, non abbiamo pensato alle possibilità altre che ci potevano essere, abbiamo onorato la persona che aveva scelto di esserci su quel dischetto, abbiamo non solo rispettato la scelta ma riverito il coraggio e la forza d’animo che serviva per dire ancora una volta: “Ci sono!”.

Oggi che Franco Baresi è morto, sembra perfetto quello che avvenne dopo la sconfitta definitiva in quella partita. Ogni calciatore italiano era chiuso nel suo dolore, disperso per il campo, ma tutti coloro che non avevano giocato (Sacchi, tecnici, dirigenti) erano intorno a Franco Baresi. Non solo per consolarlo, ma quasi per assaporarne da vicino la grandezza. Se guardate il video, sono intorno a lui ma non lo toccano, come di fronte a qualcosa di misterioso, di oltre il naturale. Lui piange e gli altri semplicemente lo guardano, increduli.

Oggi siamo un po’ tutti così, siamo intorno al ricordo di Franco Baresi ma ancora una volta impossibilitati a toccarne con mano la grandezza, lo ammiriamo e basta, era troppo per dire qualcosa che davvero possa accompagnarlo verso la pace. Continueremo a essere intorno a lui in mezzo al campo a Pasadena, ma per fortuna anche in mezzo alle centinaia di altri campi in cui vinse e festeggiò, lasciandoci anche il suo sorriso e non solo le sue lacrime.

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