“Mio figlio non giocava più, il suo club di pallavolo diceva: abbiamo bisogno di chi ci sostiene, non di chi è bravo”

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Pubblichiamo la storia di un ragazzo che ha dovuto abbandonare i suoi sogni sportivi, escluso e isolato a favore di altri i cui genitori offrivano servizi e sostegno al club. No, non si tratta di calcio: questa volta la realtà distorta è in una società di pallavolo.

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Lo sport giovanile dovrebbe essere la palestra della vita, il luogo in cui l'impegno paga e la meritocrazia rappresenta l'unica regola condivisa. Sempre più spesso, però, le logiche economiche dei grandi finiscono per avvelenare i campi dei più piccoli, trasformando la selezione sportiva in una mera trattativa commerciale. A fare da cassa di risonanza a questo fenomeno è la testimonianza della madre di un giovane talento veronese della pallavolo che ha voluto raccontare la propria storia a Fanpage.

La storia apparentemente normale, di un ragazzino che desidera praticare sport e che trova la sua dimensione in un vivaio di una società veronese di pallavolo. Eppure, alla fine, dopo dieci anni di sacrifici e impegno è stato costretto a dire basta, schiacciato dalle logiche del favoritismo che lo hanno circondato, laddove credeva di crescere in un ambiente sano e meritocratico. "Mio figlio ha giocato per dieci lunghi anni nelle giovanili di una società di pallavolo di Verona", racconta la mamma. "Era un buon giocatore e, anche a detta dei suoi allenatori, aveva una schiacciata fenomenale. È sempre andato a tutti gli allenamenti molto volentieri, impegnandosi al massimo e ottenendo molte gratificazioni."

"La Federazione Italiana di Pallavolo non ha mai preso provvedimenti"

Ma proprio durante un percorso virtuoso, nell'anno del salto di categoria, è arrivato il cortocircuito all'interno della società e nella squadra, così come già accaduto in altre testimonianze e in altri contesti in cui i ragazzi diventano mere vittime di logiche distorte. Che evadono i meriti sportivi: "All'ultimo anno era stato anche inserito volutamente in una squadra di ragazzi più grandi", sottolinea ancora la mamma, che ha provato fino all'ultimo a difendere il sogno del proprio ragazzo. "C'era anche un allenatore molto bravo professionalmente ma purtroppo diversi genitori hanno iniziato ad imporre la presenza costante dei propri figli in campo. Rovinando l'affiatamento tra i ragazzi e iniziando a non avere più risultati".

Di fronte a una situazione che pian piano è diventata inaccettabile, i genitori hanno cercato di porvi rimedio, cercando un chiarimento esterno, istituzionale coinvolgendo la Federazione Italiana Pallavolo e contestualmente tentando il confronto con la dirigenza societaria: "Niente da fare", ribadisce la mamma che comprende come il talento e le logiche sportive siano oramai soggiogate al mero contributo economico: "Sono andata a parlare con il responsabile generale e ho inoltrato una richiesta anche alla Federazione Pallavolo, che non ha preso provvedimenti. E alla fine, anche la società mi ha fatto capire che non poteva andar contro a quei genitori che la sostenevano economicamente: "La meritocrazia in certi casi, dev'essere messa in secondo piano". Così mi hanno risposto".

Alla fine, non c'è stata alcuna alternativa: di fronte ai tentativi dei genitori di salvaguardare il proprio figlio e provare a riordinare priorità e gerarchie, è iniziato una sorta di "ghosting" sportivo verso il ragazzo, così come aveva denunciato sempre a Fanpage un altro genitore, in un contesto totalmente diverso (si trattava di una società calcistica) ma con le medesime mancanze e falle gestionali. Che hanno portato all'inevitabile epilogo: "Mio figlio, al termine della stagione, non ha voluto proseguire la sua ‘carriera' sportiva. A quel punto ha preferito iscriversi in palestra e andando a giocare a pallavolo solo con gli amici, con i quali il divertimento è garantito e nessuno impone il proprio volere con prepotenza".

Le logiche del favoritismo e dei propri interessi: "La meritocrazia non conta più"

Alla fine, la distorta gestione societaria ha portato anche problematiche interne alla stessa, che si è vista incapace di gestire le ingerenze esterne a tal punto che "ha tolto l'entusiasmo a molti ragazzini e quelli che erano stati sponsorizzati dai propri genitori – conclude la mamma -. Non hanno nemmeno proseguito. Molti son finiti a giocare nelle squadrette dei loro paesi, altri come mio figlio che aveva voglia e capacità ma mai riconosciute, ha mollato".

Una storia amara in cui si evidenzia come non solo il calcio giovanile sia intriso di realtà negative, in una distorsione che coinvolge anche altri sport, come in questo caso la pallavolo. Dove il rischio più grande resta di ritrovarsi in società che purtroppo non hanno come primario obiettivo la crescita e la formazione dei ragazzi, ma i propri interessi. E dove, come ci ha detto questa mamma: "Manca del tutto la meritocrazia."

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