”Mio figlio isolato a scuola calcio e noi minacciati per aver chiesto spiegazioni. Ho fatto denuncia alla FIGC”
Se anche per la tua famiglia il costo della scuola calcio o dello sport di base sta diventando difficile da sostenere, raccontaci la tua esperienza scrivendo a segnalazioni@fanpage.it o compilando questo form.
Dietro le promesse di crescita personale, i valori di squadra e le vetrine tirate a lucido dei settori giovanili "élite", si nasconde spesso un sottobosco fatto di clientele, sperequazioni e pressioni psicologiche che vedono come vittime inconsapevoli e indifese, soprattutto i ragazzini. A tracciare i contorni di questa realtà è stata Michela (nome di fantasia), una madre che vive nell’hinterland di Milano. La sua storia, che ha segnalato a Fanpage.it e che ha desiderato condividere, parte dal sogno interrotto e dal disincanto di suo figlio, denunciando un sistema promiscuo, in cui il merito passa in secondo piano di fronte a equilibri e interessi privati ed economici delle singole società calcistiche.
Tutto ha inizio in una nota scuola calcio dell'area metropolitana milanese, un ambiente all'apparenza ideale per un ragazzo promettente, capace di giocare anche con compagni più grandi di lui. Eppure, le dinamiche di spogliatoio e di società si rivelano ben presto lontane dal concetto di meritocrazia:
"Mio figlio giocava in una società élite di Milano. Tra i soci figura anche una persona con precedenti penali che detta le decisioni, forte della presenza del proprio figlio tra le leve giovanili. Il tutto avallato da uno dei mister, che allena la prima squadra e parallelamente svolge lezioni ‘personal' a pagamento per i ragazzi di tutte le annate."
Un intreccio di ruoli, interessi personali e corsi privati a pagamento che finisce per condizionare pesantemente le scelte tecniche e le gerarchie in campo. Una situazione che invece di risolversi col dialogo e il confronto, si aggrava nel tempo e quando Michela decide di chiedere spiegazioni e far luce su un impianto organizzativo non ritenuto trasparente, ma soprattutto insano per la formazione e la crescita del proprio ragazzo, la reazione dell'ambiente non si fa attendere. Invece di aprire un dialogo, scatta l'isolamento da parte della società:
"Abbiamo cominciato a voler scoperchiare il tutto e mio figlio è stato ‘ghostato', e noi minacciati. Poi lui, nonostante giocasse sopra-età perché a detta di tutti aveva anche buone qualità e fosse quindi abbastanza dotato, anche se ci era stato garantito il contrario, alla fine non è stato confermato."
Dall'oggi al domani, un ragazzino che ha dedicato gran parte della propria infanzia al pallone si ritrova escluso, ignorato dai propri allenatori e spinto fuori dal campo per decisioni che nulla hanno a che fare con il talento o l'impegno sportivo. Di fronte alle minacce dirette e alle evidenti pressioni cui è stato sottoposto il proprio figlio, Michela ha tentato anche di difendersi per vie formali, rivolgendosi agli organi che dovrebbero vigilare sulla regolarità dello sport giovanile e sulla tutela dei minori. Purtroppo il risultato è stato pessimo, come ritrovarsi di fronte ad un muro di gomma.
"Ho perfino fatto denuncia alla FIGC, ma senza ottenere nulla. Proprio perché il sistema è promiscuo."
Anche l'assenza di risposte da parte degli organi federali ha messo in evidenza una ulteriore problematica oggettiva, tra la difficoltà e la mancanza di volontà nel sanzionare dinamiche opache, e certificate, che non dovrebbero essere presenti all'interno di società dilettantistiche e giovanili, aggravate da contesti intimidatori.
Alla fine, la storia del figlio di Michela si è conclusa nel modo più triste e umiliante soprattutto per il ragazzino.
"E' rimasto traumatizzato, lo abbiamo tolto da quel contesto e adesso è due anni che gioca a tennis. Dopo aver giocato per 7 anni a calcio… Ma sapete una cosa? Io sono contenta che ne sia uscito e ora è felice nella realtà in cui si trova. Purtroppo è stato coinvolto in un mondo poco sano e davvero poco sportivo, dove il merito non conta nulla."