“Hanno detto a mio figlio ‘Cercati un’altra squadra’. Lì ho capito che la scuola calcio è solo business”
Se anche per la tua famiglia il costo della scuola calcio o dello sport di base sta diventando difficile da sostenere, raccontaci la tua esperienza scrivendo a segnalazioni@fanpage.it o compilando questo form.
Gianluigi per dieci anni ha accompagnato il figlio nel mondo del calcio giovanile, tra scuole calcio, allenamenti e partite. Dopo aver letto la nostra inchiesta sul costo del calcio e dello sport di base ha deciso di raccontare a Fanpage.it la sua esperienza familiare e le difficoltà incontrate nel sostenere questa passione: dalla quota d’iscrizione al kit tecnico, arrivato negli ultimi anni a costare circa 300 euro, le spese possono aumentare rapidamente. A queste si aggiungono scarpe, trasferte e altri costi legati all’attività sportiva. Ma per Gianluigi il problema non è soltanto economico: è il rischio che lo sport, invece di essere accessibile a tutti, finisca per diventare un’attività riservata alle famiglie che possono permetterselo.
Gianluigi, partiamo dalla sua esperienza. Mi ha raccontato di dieci anni di scuola calcio con costi che sono aumentati progressivamente…
"Ho due figli, di cui uno maschio, che ha giocato per dieci anni in varie società sportive. E i costi sono sempre aumentati anno dopo anno, anche cambiando società. Quando erano piccoli ci dicevano: ‘Quando sono piccolini bisogna pagare, poi dopo i 13-14 anni si pagano solo 150 euro perché vengono tesserati'. Ma questa cosa non è mai stata reale. Continuavano comunque a chiedere 400, 500 euro di iscrizione. Il costo non diminuiva".
E poi c'è il capitolo dell'abbigliamento che è un tasto dolente, se ho capito bene…
"Negli ultimi due anni siamo finiti in una società dove il kit sportivo, il vestiario, è passato dai 130-150 euro che chiedevano oltre all'iscrizione a 300 euro".
Trecento euro per un kit?
"Esatto. E io mi sono detto: ma che abbigliamento danno, Armani? Se mi fosse arrivata la roba di sponsor tecnici di alto livello avrei potuto anche capire. Ma se mi dici che mi serve questo, questo e quest'altro, vado io a prenderli. Si potrebbe e si dovrebbe andare incontro alle famiglie. Lo sport non dovrebbe essere una cosa di nicchia, di élite, di chi ha i soldi e di chi non ce li ha".
C'è anche un altro aspetto che l'ha fatta arrabbiare, ovvero la durata del kit…
"Sì. Ci dicevano: ‘Pagate 300 euro, ma magari vi dura un paio d'anni'. E tu pensi di poter ammortizzare il costo. Peccato che a dicembre ti scrivono che da gennaio cambia la società che fornisce le magliette e che il kit dell'anno successivo non andrà più bene. Quindi devi ricomprarlo. E loro queste cose le sapevano già quando ti iscrivevi a giugno o luglio".
Nel suo racconto emerge anche un problema più generale: quello del rapporto tra famiglie e società sportive.
"Sì. All'inizio di ogni stagione ci sono grandi promesse: ‘Quest'anno faremo questo, arriverà un allenatore bravo, porteremo i ragazzi qua, ci sarà una persona che li seguirà atleticamente'. Poi comincia la stagione e spesso quello che è stato promesso non c'è. Sembra un bluff".
E questo riguarda anche gli allenatori?
"Sì. Io ho avuto la fortuna, in dieci anni, di trovare per quattro anni due allenatori che erano veramente squisiti e avevano un rapporto eccezionale con i ragazzi. E i ragazzi rendevano che era una meraviglia. C'era un clima di festa. Il problema è che non sempre trovi questo tipo di persone".
Che cosa dovrebbe fare, secondo lei, un allenatore di settore giovanile?
"Deve essere anche un educatore. Io la vedo un po' come la scuola. Quando mandavo mio figlio a calcio, pensavo che ogni anno dovesse tornare a casa con un miglioramento, come succede a scuola: fai la prima superiore, impari delle cose; fai la seconda, ne impari altre più avanzate. Invece ho iniziato a vedere che non si lavorava davvero sui ragazzi".
In che senso?
"Mio figlio mi raccontava che magari nei primi due giorni li massacravano atleticamente e poi il venerdì facevano quattro cose in preparazione della partita. Ma parliamo di ragazzi di 15 anni: fisicamente hanno già le loro caratteristiche, devi lavorare anche sulla tecnica. Poi trovi ragazzi che non sanno fare un cross, centravanti a cui non arriva una palla. È una confusione".
E tutto questo avviene mentre le famiglie continuano a pagare.
"È questo il punto. Tu paghi l'iscrizione, paghi il kit, magari paghi le trasferte e in alcuni casi devi pagare anche per vedere tuo figlio giocare".
Anche questo è successo?
"Sì. L'ultimo anno, visto che mio figlio giocava poco, ho fatto diverse partite in cui non entravo neanche a vederlo per non pagare quei cinque euro al campo. E mi chiedevo: ma che cosa sto pagando? Una volta c'era la colletta, passavano loro durante la partita e mettevi qualcosa. Adesso è diventato che per vedere tuo figlio devi pagare, altrimenti sei fuori".
Lei ha vissuto dieci anni dentro questo mondo. Qual è la cosa che le ha colpito di più?
"La sensazione che in alcuni casi dietro ci sia un business. Io ho visto società dove sembrava che l'obiettivo fosse soprattutto avere più iscrizioni. Quando i bambini sono piccoli arrivano 30 ragazzi e invece di dire che sono troppi fanno due squadre, poi tre. Prendono tutti".
E poi cosa succede crescendo?
"Quando si arriva alla fase agonistica, magari ti dicono che c'è posto per una sola squadra e che quindi alcuni ragazzi devono andare via. Oppure vengono spostati in una seconda società. E anche lì io mi chiedo: perché tenerli? Perché lasciarli parcheggiati?".
In tutto questo, però, quanto pesa il sogno dei genitori di avere un figlio calciatore? Perché dobbiamo vedere anche il rovescio della medaglia…
"Pesa tantissimo. In Italia abbiamo tutti questo sogno: vedere nostro figlio calciatore, magari immaginando che un giorno possa prendere milioni e che tutto sia sistemato. E questo sogno porta le famiglie a sopportare sacrifici enormi".
Ma quanti ragazzi arrivano davvero a quel livello?
"Pochissimi. Io ho visto sulla pelle di un amico quanta fatica ha dovuto fare prima di arrivare a vedere il figlio giocare ad un livello importante. È un percorso terribile. E intanto tanti genitori continuano a spendere perché sperano che il figlio possa arrivare".
Quindi il costo economico si intreccia con quello emotivo…
"Assolutamente. Noi abbiamo fatto dieci anni di sacrifici: tre allenamenti alla settimana, la partita la domenica, sabato e domenica organizzati in funzione del calcio. E dopo dieci anni mio figlio si è sentito dire: ‘Cercati un'altra squadra'. Alla fine ha detto: “Papà, io a prendermi calci in culo da un'altra parte non ci vado più”. E ha smesso".
È forse questo il dato più pesante: aver fatto passare a un ragazzo la voglia di giocare…
"Sì. Lui ne è uscito fisicamente, perché non fa più calcio. Noi, come genitori, siamo usciti psicologicamente molto meglio, perché finalmente abbiamo recuperato il sabato, la domenica e tutta la settimana. Ma è assurdo. Un ragazzo dovrebbe andare a calcio perché gli piace, non vivere per anni una situazione di pressione".
Alla fine, quindi, cosa dovrebbe cambiare?
"Bisognerebbe ricordarsi che davanti non hai soltanto un'iscrizione, una tessera o una quota da incassare. Hai un ragazzo. E quello che gli fai vivere può determinare se continuerà a fare sport oppure se smetterà. Io ho visto società che si comportano come un business. E allora dico: se è un business, almeno chiamalo con il suo nome. Ma se parliamo di sport giovanile, dobbiamo ricordarci che c'è anche una funzione sociale".