“Mio figlio cacciato dalla scuola calcio per un errore della mamma. Dicevano di noi: questa famiglia è il male”
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Un errore da parte di un genitore deve ricadere sul proprio figlio di soli 10 anni? Riceviamo e pubblichiamo la storia di una famiglia dell'Hinterland milanese che ha voluto segnalare e denunciare a Fanpage.it la propria storia. Che ha visto vittima il proprio figlio, un bambino cui è stato negato di continuare nel proprio sogno di poter giocare a calcio nella società sportiva dov'era cresciuto, in una ennesima testimonianza delle distorsioni con cui le famiglie si devono confrontare a difesa dei propri figli.
"Mio figlio ha 10 anni e per quattro anni ha giocato con grande entusiasmo e attaccamento per una squadra di una rinomata società calcistica alle porte di Milano – ci racconta il papà -. Per lui non era semplicemente una squadra di calcio: lì aveva costruito amicizie, rapporti con gli allenatori e soprattutto un forte senso di appartenenza. Come famiglia abbiamo sempre cercato di essere presenti, partecipando alle attività e alle iniziative organizzate dalla società".
Una storia che inizia come tante altre, che racconta la vita di moltissimi provetti calciatori, chiamati a dare il meglio di sé con la promessa di avere come tornaconto, una sana crescita sportiva ma soprattutto personale. "Quest’anno la situazione è cambiata. La prima squadra è stata promossa e la società è quindi entrata in un percorso professionistico. A quel punto non ci è più stata chiesta la conferma del posto per la stagione successiva. Ci è stato spiegato che sarebbero rimasti nel settore professionistico soltanto i bambini ritenuti più meritevoli".
Un cambiamento di fronte al quale la famiglia ha accettato senza remore l'adesione, ben sapendo che il proprio figlio desiderasse proseguire all'interno della società dove era cresciuto. Anzi, la crescita del club è stata vissuta come un upgrade complessivo, che avrebbe solo fatto bene anche al figlio: "La società ha organizzato degli Open Day e molti di quelli che non sarebbero rientrati nel percorso professionistico sarebbero stati indirizzati verso l’Academy, ovvero il ramo dilettantistico della stessa società".
È a questo punto però che qualcosa inizia a incrinarsi nel naturale e normale rapporto società-famiglia attraverso le nuove dinamiche dettate dal club. Ma cos'è accaduto di così tanto grave da coinvolgere direttamente un bambino di soli 10 anni? Lo spiega dettagliatamente il papà, entrando nel cuore del problema: "La società ha iniziato a pubblicare sui propri canali social le telefonate ai bambini ragazzi scelti. Comprendiamo perfettamente la gioia di quei bambini e delle loro famiglie, ma per chi non era stato scelto, e soprattutto per bambini che avevano trascorso anni all’interno della società, quelle immagini sono state inevitabilmente difficili da vivere. In quel momento la mamma, esasperata e probabilmente presa dalla delusione, ha commesso un errore. Ha pubblicato un commento sui social sicuramente sbagliato, legato ad eventuali compiacenze e raccomandazioni, ma prontamente modificato".
Un errore, un'ammissione di colpa e una scusa. Un processo che a volte accade quando si è direttamente coinvolti, soprattutto a livello emotivo, soprattutto quando di mezzo c'è il proprio figlio. Ma nulla è valso per evitare l'effetto domino immediatamente successivo che la famiglia racconta e che ha coinvolto il piccolo calciatore innocente. Costretto alla fine a rinunciare a proseguire nella società, obbligato a cercare una nuova realtà in cui potersi divertire e crescere: "Ho ricevuto una telefonata da un responsabile della società. Mi è stato detto, testualmente, che il presidente era ‘incazzato nero', che per lui ‘questa famiglia è il male della società' e che non la voleva più. Mmia moglie ha richiamato personalmente lo stesso dirigente, ma il bambino non era più accettato dalla società".
Una situazione delicatissima, soprattutto per i genitori che si sono ritrovati a dover spiegare al proprio figlio perché non potesse più continuare a giocare per la società in cui era cresciuto, affrontando "un’esclusione che a 10 anni è difficile da comprendere e da accettare".
Ed è qui che l'appello del papà entra nel merito della segnalazione e della storia raccontata a Fanpage.it: "Non vogliamo sostenere che il bimbo avesse automaticamente diritto a essere scelto per il settore professionistico. Quello che ci ha ferito, e che riteniamo importante raccontare, è ciò che è successo dopo: il bimbo non ha scelto le parole della mamma, non ha partecipato alle discussioni tra adulti e non ha avuto alcun ruolo in quella vicenda. Ciò che ci tormenta è se un errore commesso da un adulto debba trasformarsi in una conseguenza sportiva per un bambino di 10 anni. È questa la domanda che vorremmo lasciare a chi leggerà questa storia".