Tanti addetti ai lavori o semplici appassionati di atletica leggera per definire l’atleta perfetto, colui che dimostra le meraviglie di ogni muscolo e tendine del corpo umano, ti faranno vedere la foto di un ragazzo di Santiago de Cuba, che oggi compie 70 anni ed è ancora oggi di una bellezza classica da far spavento.
Quel ragazzo settantenne si chiama Alberto Juantorena Danger ed è stata la cosa più vicina alla statuaria antica che abbiamo mai visto su una pista d’atletica. Eppure lui nasce appassionato e giocatore di basket, è l’occhio dell’allenatore polacco Zygmunt Zabierzowski a spingerlo verso la corsa.

La corsa, facile a dirsi e anche a farsi in realtà, siamo nati per correre, per catturare le prede, per sfuggire ai nemici, per distanziarci da un luogo il più in fretta possibile. Alcuni degli istinti primordiali muovono proprio alla corsa, attività che sappiamo fare bene fin dai primi anni di vita. Ma la corsa di Juantorena era un’altra cosa, era l’esempio più delicato e potente del correre, era la perfetta simbiosi di un corpo che fluidifica nell’aria, quasi a diventarne una enorme particella mossa dal vento.

La carriera di Juantorena è un’esplosione violentissima e rapida, perché quella sua perfezione chiedeva troppo al corpo che era pur sempre di un uomo. A 22 anni va ai Giochi Olimpici di Monaco di Baviera senza pretese e si ferma nelle semifinali dei 400 metri, con grande dispiacere perché le batterie le aveva corse più velocemente. Si rimette sotto e costruisce la sua corsa, il suo modo per parlare alla gente del mondo. Diventa uno specialista dei 400 metri e vince 40 gare prima di arrivare all’appuntamento olimpico successivo, Montreal 1976. Insieme al suo allenatore però non vuole solo prendersi l’oro olimpico dei 400, dove non ha rivali, ma vuole fare la storia, tentando anche la vittoria nella gara doppia, gli 800 metri, che ha iniziato a praticare con continuità solo dall’inizio dell’anno.

Per far capire che per lui una cosa del genere si può fare, poco prima delle Olimpiadi piazza un 1’43’’9, arrivando a soli due decimi dal record del mondo in quel momento posseduto dall’italo-sudafricano Marcello Fiasconaro. Le Olimpiadi iniziano e come primo impegno ci sono proprio gli 800 metri. Le qualificazioni sono un momento di passaggio. In batteria fa 1’47’’15, ma impressiona molto più di lui lo statunitense Richard Wohlhuter, il grande favorito in assenza del kenyota Mike Boit, dopo che la sua nazione insieme ad altre 28 nazioni boicotta i Giochi per protestare contro la Nuova Zelanda, la cui squadra di rugby era andata nel Sud Africa dell'apartheid per un tour.

Il cubano poi vince la sua semifinale su un altro grande atleta, il belga Ivo Van Damme, e il 25 luglio è in quinta corsia per la finale olimpica di cui non è specialista. Con quella sua corsa leggera, senza sforzo, rotonda come nessun’altro mai, parte fortissimo e ai 400 passa con un folle 50” 85 (per il suo record del mondo, Fiasconaro era passato in 51” 2 manuale). Appena dopo il passaggio però subisce un piccolo crollo, lo passa l’indiano Singh, ma ai 600 metri riaccende il turbo e galoppa felice, Wohlhuter capisce che è l’allungo da seguire, ma correre insieme ai miti ti fa bruciare e infatti l’americano viene rimbalzato indietro, passato anche da Van Damme, mentre Juantorena taglia il traguardo in un fantascientifico 1’ 43” 50, nuovo record del mondo. Forse la cosa più clamorosa sono gli ultimi 100 metri, corsi in 11” 9. A fine gara avrà parole solo per la sua Patria.

"No. Oggi non è una data storica. Domani è l’anniversario dell’assalto alla Moncada di Santiago di Cuba, la mia città. Il sangue che Fidel e i suoi hanno versato quel giorno: quello sì che è storico!".

Qui si comprende un altro suo lato, l’amore per la sua terra e per la Revolución Cubana, della quale è ancora oggi un ambasciatore nel mondo, avendo avuto vari incarichi tra cui quello di viceministro.

Vinti gli 800 metri, ci sono anche i 400 da vincere, specialità nella quale eccelle da quattro anni. Le qualificazioni scivolano via tranquille e il 29 luglio è in seconda corsia per la finale. Parte male, restando sui blocchi allo sparo dello starter, ma ai 100 metri mette in moto il suo motore atletico incredibile, ai 200 è lanciato, da lì in poi non c’è più speranza per nessuno. Vince anche l’oro nei 400 metri con 44″26, miglior tempo al livello del mare, davanti ad un fantastico Fred Newhouse, autore di una grande prova ma che nulla ha potuto sul rettilineo finale di fronte alla falcate di Juantorena.

Ecco, proprio la falcata era la cosa che più impressionava e impressiona quando si vede correre Juantorena. Misura 2,70 metri e non è solo espressione di potenza ed elasticità, ma anche di eleganza e grazia. I piedi sfiorano il terreno e si aprono verso un nuovo slancio in avanti. Una delle cose più artistiche che lo sport abbia espresso. Per quella falcata lo chiamavano El Caballo.

Dopo quella doppia vittoria olimpica, che resterà unica nella storia, perché nessun altro ha mai vinto 400 e 800 olimpici nella stessa edizione, si ripeterà ancora a Düsseldorf in Coppa del Mondo con un’altra doppia vittoria, ma quel suo corpo perfetto (1,90 m per 84 Kg) inizierà subito dopo a chiedere il conto. Vincerà ancora, gare non più del livello massimo, anche se con gli anni calerà molto nel rendimento. Ma Juantorena è uno di quegli atleti di cui disconosciamo il declino, non importa a nessuno cosa è successo dopo quel luglio del 1976, perché in quei pochi giorni ci ha mostrato la perfezione e quella non la potrai mai più dimenticare.

Oggi che compie 70 anni ed è ancora una meraviglia da osservare, con quel suo corpo feroce e agile come un Caballo.