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Saverio Costanzo: “Donne e misoginia, siamo ancora negli anni ’50. Di mio padre Maurizio ricordo la serietà”

Intervista a Saverio Costanzo, al cinema con il film Finalmente l’alba. Il caso di Wilma Montesi intreccia la storia di Mimosa: “In quanto a misoginia e femminicidi oggi siamo ancora fermi agli anni ’50, ma le donne finalmente hanno sempre più potere per cambiare le cose”. E poi, il successo de L’Amica geniale, un nuovo film in cantiere e il ricordo del padre Maurizio Costanzo: “Di lui ricordo la serietà, nel lavoro e nella vita”.
A cura di Eleonora D'Amore
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Finalmente l'alba è il quinto film di Saverio Costanzo, uscito al cinema il 14 febbraio e da allora nella classifica dei dieci film più visti nelle sale. Nel cast: Lily James, Rebecca Antonaci, Joe Keery, Rachel Sennott, Alba Rohrwacher e Willem Dafoe. Lo abbiamo raggiunto al telefono per parlare di come è tornato al grande schermo dopo il coinvolgimento, come regista e scrittore, nel successo mondiale de L'amica geniale.

Abbiamo parlato di come Finalmente l'alba si è proposto di rendere centrali temi come la misoginia e i femminicidi, per i quali negli anni '50 non si contemplava soluzione che non fosse la più passiva accettazione, che tendeva a schiacciare le donne ancora di più. Di come la giovane e talentuosa protagonista Mimosa (Rebecca Antonaci) riesca a usare il mutismo come massimo strumento di espressione, coinvolgendo lo spettatore in un mondo che è possibile vedere davvero solo sotto la sua lente. Del parallelismo con il caso di Wilma Montesi, 21enne aspirante attrice, trovata morta su una spiaggia di Torvaianica: "Non c’era proprio empatia, le sue aspirazioni nel mondo dello spettacolo escludevano una partecipazione popolare ed emotiva alla sua morte. Nei confronti delle donne, questo succede ancora oggi".

Saverio Costanzo ha dedicato il film a Venezia a suo padre Maurizio, scomparso un anno fa: "Manca, di lui ricordo la serietà nel lavoro e nella vita".

Questa versione del film dura 22 minuti meno di quella vista a Venezia. Perché e cosa non si vede?

Mi sono accorto che essendo un film funambolico, se avessi asciugato alcune divagazioni il film ne avrebbe guadagnato. Ad esempio, nella scena della poesia muta della protagonista Mimosa, a Venezia si è generata una risata grottesca, invece adesso cala un silenzio che è molto più aderente a quello che io avrei voluto generare. Le divagazioni, insomma, erano meno funzionali alla drammaturgia.

Da Visconti a Fellini, sembrano esserci tanti omaggi e citazioni a generi e registi della storia del cinema. 

Sì ma in realtà è un finto gioco di citazioni, sono citazioni che non esistono. Quando si parla del genere ‘tutto in una notte’ sai che fai riferimento a quel genere preciso. Se parli di cinema negli anni 50, non puoi non pensare a Visconti o Fellini, a Lo sceicco bianco, però mi sembra che si vadano a trovare delle citazioni concrete e volute che  in realtà non lo sono. A volte dipende dal momento storico e dal contesto. Mi è già capitato.

Quando?

Ricordo che quando uscì il mio precedente film, Hungry Hearts, dissero che ricordava molto Repulsion di Roman Polanski e io non avevo mai visto quel film, nonostante amassi lui tantissimo. Quando poi l’ho recuperato mi sono reso conto del perché lo avessero detto: tutte e due le pellicole erano girate in un piccolo appartamento del Village di New York, che è notoriamente angusto. Entrambi avevamo usato molto il grandangolo proprio per muoverci in spazi molto piccoli. Siamo registi, quando guardiamo qualcosa possiamo istintivamente farlo nello stesso modo.

C’è una profonda riflessione sull’essere e l’apparire, su contenitore e contenuto. Di recente, Ghali ha detto che piuttosto che favorire l'assenza di contenuto, ha preferito fermarsi per ritrovare la sua autenticità. È questo il proposito che dovrebbe vivere l’arte, no? 

Secondo me sì, è un discorso quasi filosofico perché è molto difficile definire cosa sia autentico e cosa non lo è. Il film in sé genera nello spettatore delle domande, che non sono domande di uno spettatore frustrato che ha bisogno di risposte perché  sente di aver fatto un pranzo a metà, sono domande di chi vuole mettere a confronto la propria opinione con chi lo ha scritto. E questo  secondo me è il senso del cinema ed è anche l’autenticità che ogni artista dovrebbe ricercare, ovvero consegnare qualcosa di vivo che possa poi essere compiuto definitivamente soltanto con la luce che lo spettatore riflette sul film.

C’è bisogno di rallentare o fermarsi per restituire questa autenticità? 

Sì perché tutto parte da noi. Qualsiasi creazione parte da una persona, se quella persona ha poco da dire o lo fa in maniera meccanica, fallisce nel suo intento di trasmettere un’emozione. Faccio un esempio musicale su tutti: Calcutta. Sono rimasto colpitissimo dal suo ultimo disco, lo ritengo una specie di Lucio Battisti, di genio della musica pop italiana. Calcutta non ha fatto un disco per cinque anni, si è chiuso nel suo studio e ha pubblicato un album che contiene tutte canzoni in cui ha qualcosa da dire. Per fare questo ha accettato di stare fermo. E la cosa più difficile per gli artisti è proprio stare fermi perché si viene visitati dai demoni.

Rebecca Antonaci è Mimosa
Rebecca Antonaci è Mimosa

Mimosa lo sa bene. 

Anche Mimosa è un esempio di autenticità. Riesce, malgrado lei, avendo un’anima solida anche se inconsapevole, a non avere filtri con lo spettatore, risultando naturalmente autentica. È ciò che succede a un artista quando qualcosa accade ‘malgrado lui’. Vasco Rossi dice che Sally è arrivata, non c'è stata alcuna forma di dovere nella scrittura.

Il nome Mimosa è volutamente un richiamo al giorno in cui si celebrano le donne?

In realtà viene dalla volontà di esprimere il senso del mimo. Non ho pensato subito al fiore.

Rebecca Antonaci ha esordito sul grande schermo in questo film, ma l'avevi già diretta in uno spot tv per un noto brand di pasta. Cosa ti ha colpito di lei?

La forza, è una ragazza molto consapevole, infatti con lei abbiamo attivato il processo inverso, togliendo consapevolezza. È anche affidabile e molto espressiva. Uno dei provini è stato solo sul mimo, ha un volto che la rende capace di essere molte cose.

Rebecca Antonaci nello spot della pasta
Rebecca Antonaci nello spot della pasta

Nel film, il suo è spesso un linguaggio non verbale. Parla con lo sguardo e con il corpo senza trasferire alcuno scompenso in termini di emozioni. Perché questa scelta?

Volevo raccontare un personaggio che era estraneo, come qualcuno che deve nascere in una notte. Mimosa nasce in un modo quando la vediamo all’inizio, fuori fuoco e lontana dall’inquadratura, e poi piano piano la macchina da presa si avvicina a lei e non la molla più. Lì si vede che questo personaggio, senza prendere fino in fondo consapevolezza, diventa una persona senza l'uso delle parole.

C'è stata un'ispirazione particolare?

Ho pensato molto a Giulietta Masina. È sempre stata un’attrice per nulla giudicante sul set, pensa alle Notti di Cabiria di Fellini in cui faceva una prostituta, condizione lontanissima da lei, e solo così riusciva a raccontare con grande verità la storia dei suoi personaggi.

Mimosa segue il suo idolo, la diva Josephine Esperanto (Lily James), in una notte interminabile. In realtà è lei, con le sue umili origini, a imporsi come massima espressione di finezza e grazia, in contrapposizione allo squallore di un ambiente elegante e ricercato. 

Non ci sono i buoni e i cattivi in maniera netta, dipende sempre dalle persone. Come Mimosa, nemmeno il film è giudicante. Lo squallore è nel mondo periferico, di chi non ha niente da dire. La pochezza non è degli artisti, più fragili e insicuri, bensì di quelli che vampirizzano l’artista, che attivano uno scambio come se le persone fossero merci.

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Mimosa vive una storia che diventa speculare al caso di Wilma Montesi. Oggi, quel "se l'è cercata" è ancora una profonda distorsione di senso nel guardare un femminicidio. Credi si stiano facendo passi avanti?

No, penso che dagli anni '50 ad oggi non sia cambiato molto. Quel ‘se l’è cercata’ è proprio nella testa delle persone. È una pessima educazione che viene da lontanissimo, che pone il giudizio nei confronti della donna in modo totalmente impari rispetto all’uomo. Anche per Montesi, non c’era proprio empatia, le sue aspirazioni nel mondo dello spettacolo escludevano una partecipazione popolare ed emotiva alla sua morte. Ho fiducia che le cose stiano cambiando. Le donne si esprimono di più e finalmente hanno più potere, attraverso il qualche possono cambiare le cose. C’è bisogno di tempo però.

Si parla di ferocia e il riferimento inevitabile è alla leonessa, che si pone come guida e riferimento simbolico all'inizio del film, fino a svelarsi solo nel finale. 

Il simbolo viene dall’Egitto, nel film non a caso c’è un peplum egiziano. Quando il faraone doveva diventare faraone veniva portato nel deserto dove arrivavano i leoni e se i leoni non lo sbranavano il faraone aveva l’autorità per guidare il popolo. Questo perché il leone è il caos e se sente la fermezza dell’uomo si ammansisce, riconoscendone l’autorevolezza. Tutto questo riguarderà Mimosa, ma lascio agli spettatori le proprie interpretazioni. Ne ho sentite di bellissime.

C'è anche una poesia di Cesare Pavese, dal titolo Passerò per Piazza di Spagna, che parla di una ragazza che scendendo la scalinata trova consapevolezza di sé. Dice:

S'aprirà una porta.
Il tumulto delle strade
sarà il tumulto del cuore
nella luce smarrita.
Sarai tu – ferma e chiara.

In questo momento storico, credi si stata smarrita una luce?

Penso di no, c’è un po’ più di nebbia, di confusione, ma ho fiducia. Oggi sembra valere tutto e questo porta a smarrire le coordinate nel credere davvero in qualcosa. La realtà è più frammentata.

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A Venezia hai dedicato questo film a tuo padre, Maurizio Costanzo. Martedì 20 febbraio è andato in onda uno speciale dedicato alla sua memoria. Quale sentimento prevale a un anno dalla sua scomparsa?

Di nostalgia, di mancanza. Io ero nel pubblico dello spettacolo condotto da Maria (De Filippi, ndr) e Fazio e mi è piaciuto molto come modo per celebrarlo.

È ricordato da tutti come un grande giornalista. Tu, che hai goduto della sua dimensione più umana, cosa in particolare ricordi di lui?

La sua serietà, nel lavoro e nella vita.

Hai diretto le prime due stagioni de L’Amica geniale e contribuito alla scrittura dell'intera serie. A novembre 2025 uscirà la quarta e ultima (attesissima) stagione, come valuti il suo successo mondiale?

Di tutte, a parte le mie, mi è piaciuto il fatto che ogni regista l’ha fatta sua. Non è stata una serie gestita solo in termini produttivi ma si è potuta permettere il lusso, non scontato, di diventare più autoriale. Lo ha fatto Daniele Luchetti nella terza e lo farà Laura Bispuri in quest'ultima che verrà. Grazie a questo, nessuna stagione è stata uguale all’altra. Elena Ferrante una volta mi disse, quando stavamo scegliendo le bimbe Lila e Lenù: “Più saranno simili alle tue e più saranno simili alle mie”. Un prezioso scambio di sguardi che si è rivelato un valore.

Sei tornato al cinema dopo un lungo periodo nelle serie. Cosa ti aspetta adesso, un altro film o una serie? 

Sto scrivendo un film, ci rivedremo al cinema.

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