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Call My Agent 2, Paola Buratto: “Camilla specchio delle nuove generazioni, eterna stagista con la voglia di osare”

Paola Buratto è la giovane e talentuosa attrice che interpreta Camilla in Call My Agent, la serie Sky con la regia di Luca Ribuoli. In questa chiacchierata abbiamo parlato del mondo dello spettacolo meno patinato di quanto sembri, del giudizio e anche di emozioni, sulla scena e non.
A cura di Ilaria Costabile
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Il mondo dello spettacolo non è così patinato come chi lo guarda da lontano potrebbe immaginare, nasconde una serie di difficoltà che, non sempre, sono facili da scorgere soprattutto perché al centro di tutto ci sono sempre gli individui, le persone e la loro imprevedibilità. È proprio questa volubilità insieme alla capacità di sapersi relazionare con gli altri che Paola Buratto, la giovane attrice friulana che interpreta la timida Camilla in Call my Agent 2, vuole sottolineare in questa chiacchierata in cui tratteggia, con una certa sincerità, cosa le ha insegnato prendere parte ad una serie che di cinema e tv ne parla con estrema ironia, quasi volendo parodiare chi ne è protagonista. Un sarcasmo che serve non solo per far divertire il pubblico ma, come è proprio Paola a raccontare, serve anche a guardare le cose da un'altra prospettiva. Dal teatro alle serie, i sogni e gli obiettivi da raggiungere aumentano oltre a cementarsi e i passi per raggiungerli, sono uno dopo l'altro: "So che fa parte del gioco aspettare, non mi preoccupo", e forse questa è una delle più grandi consapevolezze che una giovane attrice possa conquistare.

Seconda stagione di Call My Agent dopo una prima andata molto bene. C'era il timore di non riuscire a replicare lo stesso successo?

Abbiamo avuto modo di vedere la reazione del pubblico già con la prima stagione e ci sono stati riscontri positivi. Con la seconda c'era l'intento di restituire quello stesso divertimento e, almeno finora, sembra che ci siamo riusciti. Forse perché la serie ha iniziato ad assumere una sua identità, distaccandosi da quella francese.

Ecco, a questo proposito, da quali aspetti della serie francese avete voluto prendere le distanze?

Le storie dei personaggi principali sono simili, poi sta sempre alla discrezione del regista (Luca Ribuoli ndr.) della sceneggiatrice (Lisa Sur Sultan ndr.) e degli attori interpretare quelle situazioni in un dato modo. Sicuramente con le star è stato fatto un lavoro diverso, se alcune avevano una certa somiglianza, per altri versi si è proprio scelto di distaccarsi dall'impostazione francese. Io stessa ho rielaborato una storia che nasceva in maniera diversa.

Camilla, il tuo personaggio, fa una crescita importante nella seconda stagione. Cos'è che la rende più sicura?

All'inizio era più vulnerabile, ed era attenta ad imparare tutto quello che le veniva chiesto di fare, dalle dinamiche di lavoro all'interazione con il suo capo. Nella seconda stagione Camilla ha superato questa fase, ha capito come muoversi, come gestire i suoi colleghi, le guest star, quindi si sente a suo agio e nascono in lei delle ambizioni, che le fanno pensare di voler diventare qualcosa di più grande, di non voler essere una assistente per sempre. Credo sia anche il riflesso delle nuove generazioni, che si sentono sempre un po' stagisti, in realtà hanno le capacità, ma devono mettersi in gioco e sentirsi sicuri per fare passi avanti.

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Inizialmente, però, Camilla arriva alla CMA con altri intenti. Cos'è che inizia ad appassionarla di questo lavoro?

L'intuizione di capire che è un lavoro che si basa sulle relazioni. Cade quel velo di illusione che rende il cinema un mondo solo patinato e una volta a contatto con la realtà, presa consapevolezza, capisce che era proprio quello che stava cercando. L'interazione con gli attori, la possibilità di fare arte, perché gli agenti spesso ti indirizzano verso alcuni progetti, la affascina. Poi, magari, c'è anche qualcosa del Dna di suo padre, pur senza conoscerlo le ha trasmesso questa capacità.

A proposito di Vittorio, tuo padre nella serie. Il vostro rapporto cambia e lui sembra aver trovato delle sicurezze, che ormai non ha più, proprio nel legame con sua figlia. 

Il personaggio di Vittorio vive un cambiamento profondo, dato dall'arrivo della figlia nella prima stagione, ma il vero passaggio avviene nell'approdo alla seconda stagione, dove lui cambia le priorità che dava alle cose e alla sua vita. Camilla, quindi, diventa centrale e questa cosa ha determinato anche gli eventi che si sono verificati dopo. Lei, di contro, pur essendo felice di questo cambiamento, teme che la scoperta della parentela possa ostacolarla lavorativamente.

Call My Agent ritrae con ironia un mondo, quello dello spettacolo, che da fuori viene visto come perfetto. Credi che nella serie ci sia l'intenzione di mostrare, invece, un lato più vero e meno costruito che faccia venir meno quell'illusione di cui parlavi?

Non credo l'intento sia di svelare qualcosa, ogni persona sa che dietro al mondo dello spettacolo c'è una macchina intricata, credo si voglia mostrare una prospettiva di come sia il dietro le quinte. L'ironia serve per descrivere la complessità di un mondo che, nonostante abbia un suo lato divertente, poi si scontra continuamente con l'imprevedibilità, dettata dall'aver a che fare con gli esseri umani.

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In questa seconda stagione Camilla instaura un rapporto piuttosto stretto con il suo collega Pierpaolo, ma non è raro che sul posto di lavoro possano nascere delle invidie. A te è capitato? 

Invidia non direi, sicuramente, è un ambiente di lavoro in cui c'è competizione, però non si sono mai verificati episodi del genere, nemmeno in altri ambiti in cui ho lavorato. Avendo frequentato l'accademia, lì ci trovavamo ogni giorno a vedere i nostri colleghi che facevano bellissime scene, per noi diventavano una fonte di ispirazione. È un mondo in cui devi fare tanti provini, vedi persone che passano, ricevi tanti no, però me la vivo benissimo, anche il fatto di non lavorare tanto, capisco che è parte di questo gioco, non ricerco nell'altro il problema, cerco di gestirmelo da sola.

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Hai lavorato molto anche in teatro prima di arrivare alle serie tv. Quale aspetto ti è parso più difficile del lavoro sul set?

L'aspetto più difficile è relativo al rapporto con la camera, deve avvenire un passaggio a livello attoriale da "la camera mi riprende" a "la camera è un personaggio" della scena che sto interpretando. Prima non evitavo la camera, sapevo che c'era ma non sapevo relazionarmici e invece attraverso il set ho imparato quanto sia una complice. Nell'ambiente di lavoro, poi, rispetto all'accademia dove puoi permetterti di sbagliare, hai poco tempo, devi scattare, la velocità è fondamentale. Anche questa è stata per me una difficoltà, ma ora mi sto allenando.

Che rapporto avevi con Marzia Ubaldi, l'Elvira di Call My Agent, scomparsa lo scorso ottobre? 

Ho sempre ammirato Marzia, anche se abbiamo girato poche scene insieme, sul set ci incontravamo spesso, ci raccontavamo aneddoti del nostro privato e un giorno mi disse: "Tesoro, la vita privata e questo lavoro non vanno d'accordo, cerca di capirlo subito". Era l'attrice d'esperienza che si affeziona a noi piccole donne attrici, e in un modo molto sincero e onesto, creava un contatto con la realtà. Ho imparato molto guardandola recitare, era un'attrice incredibile, aveva trovato una sintesi perfetta tra l'ansia da prestazione e la tranquillità di stare in scena. Quando sapevo che c'era lei, non so perché, mi trasmetteva serenità e tranquillità, ma so che questo suo stato d'animo era un atto generoso che lei faceva per gli altri, più che per se stessa.

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Cos'è che ti piace di più del tuo lavoro da attrice?

Mi piace avere quei momenti in cui prima di andare in scena sai che devi lasciare la testa da un'altra parte, ma anche l'adrenalina è una cosa che mi piace molto di questo lavoro. Nel momento in cui sai che stai dando vita a qualcosa che è altro da te, ti addentri in mondi inesplorati, l'atto più generoso che tu possa fare a un personaggio è andargli incontro senza paura. Questa è la cosa più bella, poi c'è un'altra cosa che mi piace tanto, è che questo lavoro è sempre in relazione con l'altro, non esiste altrimenti.

Il fatto di lavorare con le emozioni degli altri, ti ha permesso di riconoscere più facilmente anche le tue?

Da un certo punto di vista sì. È un lavoro in cui sei a contatto con la componente emotiva, fisica, tu sei il tuo corpo, sei il tuo strumento, ti fai tante domande relative al modo in cui interagisci e stai nel mondo, anche al di fuori della scena, però non ho mai pensato questa cosa dovrei migliorarla o meno, ho preso atto di quale fossero le mie reazioni, ma con uno sguardo libero. L'approccio con cui tu ti relazioni alle emozioni è un qualcosa di esterno, che fai come individuo che vive nel mondo, poi nel lavoro sai che è il tuo strumento, quindi, provi a capire come tradurre queste emozioni.

Con il tuo lavoro sei sempre soggetta al giudizio altrui. Come vivi questa condizione?

In realtà abbastanza bene. Si tratta sempre di un lavoro individuale, quindi come mi pongo nei confronti del giudizio, sapendo che è un mestiere in cui tra pubblico e addetti ai lavori ci vengono date costantemente opinioni. All'inizio temevo di avere una visione estremamente negativa del giudizio, a prescindere da quello che mi avrebbero detto, la parola stessa mi richiama qualcosa di non proprio bello. Poi ho trasformato questa paura, e adesso lascio che giudizi altrui non mi condizionino. Bisognerebbe imparare a relazionarsi in modo positivo a questa cosa.

E a questo punto, per chiudere un cerchio, com'è il rapporto con la tua agente?

Molto buono. Avevo iniziato a mandare mail alle agenzie, durante l'accademia, subito post Covid, lei mi ha risposto quasi subito e ci siamo incontrate. Sono andata lì con obiettivi molto grandi che ho tuttora e aldilà del rapporto lavorativo, si è creata questa relazione in cui vediamo il potenziale reciproco, in tutte le sue forme. Le ho detto voglio arrivare, ora toccherà arrivarci in qualche modo.

E quali sarebbero questi grandi obiettivi?

Forse me li conservo ancora, per scaramanzia. Quando ho ottenuto uno di questi ti chiamo e dico l'ho fatto era questo.

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