26 Settembre 2022
11:02

Chiesti 150 anni per il clan Di Silvio. Il boss dal carcere diceva: “Tenete la città in mano”

La sentenza dovrebbe arrivare il prossimo 21 ottobre. Il ramo del clan affiliato a Romolo di Silvio è stato arrestato durante l’operazione Scarface: contestato il metodo mafioso.
A cura di Natascia Grbic

Sono stati chiesti oltre 150 anni di carcere per gli affiliati di Giuseppe Di Silvio, detto ‘Romolo', colui che è ritenuto il capo clan dell'ala dei Di Silvio tra Campo Boario e Gionchetto. Le oltre trenta persone arrestate a ottobre 2021 durante l'operazione Scarface saranno giudicate con il rito abbreviato. La sentenza dovrebbe arrivare il 21 ottobre.

Gli imputati di questo procedimento, nel quale non è compreso Romolo Di Silvio che sarà giudicato in separata sede, sono accusati a vario titolo di traffico di sostanze stupefacenti, estorsione, sequestro di persona, spaccio di droga, furto, detenzione e porto abusivo di armi da fuoco.

In particolare sono stati chiesti vent'anni di carcere per i figli del capo clan, Antonio ‘Patatino' Di Silvio, Ferdinando ‘Prosciutto' Di Silvio, e il genero Fabio ‘Il Siciliano' Di Stefano. Sedici anni e otto mesi sono stati chiesto per il fratello di Romolo e suo braccio destro Carmine ‘Porcellino Di Silvio, e dodici ani per l'altro fratello, Costantino detto Cazzariello. Per tutti gli altri sono stati richieste pene tra i tre e gli otto anni di reclusione.

Tra le trentatré persone arrestate nell'ambito dell'inchiesta Scarface c'è anche Simone Di Marcantonio, per il quale la procuraha chiesto sei anni di reclusione. Marcantonio è un imprenditore pontino vicino a Claudio Durigon di cui Fanpage.it si è occupato nell'inchiesta Follow the Money. Nominato dirigente sindacale per le partite Iva nel Lazio, Marcantonio ha partecipato a diverse iniziative della Lega e sarebbe stato determinante per l'apporto di voti al partito del Carroccio.

L'indagine che ha portato in carcere trentatré persone ha fatto emergere gravissimi episodi criminali relativi principalmente a spaccio ed estorsione nell'area di Latina, imputabili al ramo del clan gestito da Romolo Di Silvio, già in carcere per l'omicidio Buonamano, avvenuto durante la prima guerra criminale pontina del 2010. Le indagini sono scattate nel 2019 dopo una serie di spedizioni punitive ai danni di alcuni commercianti di Latina. Il clan Di Silvio, infatti, voleva mettere le mani sugli incassi dei locali della cosiddetta ‘movida'. Pilotato da Romolo recluso in carcere, minacciavano ed estorcevano denaro ai gestori dei locali, fiduciosi dell'omertà delle persone che avevano paura di denunciare.

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