Azienda cinese licenzia quasi metà dei lavoratori in Italia: “Alcuni di noi costretti a cambiare città”

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“Non si tratterebbe di un investimento per il futuro, ma di un sacrificio personale”, il racconto di una dipendente che rischia di essere costretta a trasferirsi.

Non solo Roma. Sono 81 le persone che rischiano di perdere il lavoro in tutta Italia. E altre, invece, rischiano di essere costrette a trasferirsi nei poli che restano aperti dopo la chiusura di quattro sedi su sette e il divieto di telelavoro in Zte, azienda cinese leader nel settore delle telecomunicazioni che l'11 settembre scorso ha annunciato 81 esuberi su 177 dipendenti, quasi metà delle persone assunte. Ad essere maggiormente colpito il settore che si occupa della parte produttiva e ingegneristica.

Dal giorno in cui sono stati annunciati gli esuberi sono trascorsi quasi due mesi, ma ancora non sono state trovate soluzioni, nonostante i tentativi e i tavoli organizzati fra sindacati e aziende. Ad oggi, però, non sono stati ancora trovati accordi. E nel frattempo la preoccupazione dei dipendenti dell'azienda aumenta. C'è chi sarà mandato via e chi, invece, sarà costretto a cambiare città per continuare a lavorare.

Fanpage.it ha provato a contattare l'azienda per avere delucidazioni sulla situazione in corso, ma al momento non ha ancora ottenuto risposta.

Il racconto di Luisa: "Costretti a cambiare casa per continuare a lavorare"

"Essenzialmente si tratta di un modo per costringere i dipendenti ad andare via senza essere licenziati – spiega Luisa (nome di fantasia, ndr) – In molti, come me, rischiano di dover trasferirsi a Roma, Milano o Napoli per raggiungere le sedi che restano aperte. Altri ancora, invece, dovranno farlo perché, fra i vari provvedimenti presentati a settembre, l'azienda ha dichiarato di voler rinunciare al telelavoro. Anche tutte le persone che lavoravano da casa dovranno sceglierne una nuova, lontano dalla famiglia, dagli affetti e dalla vita di tutti i giorni".

Una vita che ha rappresentato la quotidianità per almeno dieci anni per la maggior parte dei dipendenti. Anche Luisa, come altre persone che lavorano per Zte di cui Fanpage.it ha avuto modo di ascoltare e condividere la storia, è stata assunta una decina di anni fa, quando l'azienda si stava occupando della fusione Wind Tre, un progetto storico fra i più grandi per il settore delle telecomunicazioni nel nostro Paese.

La speranza: "Trovare un accordo e degli ammortizzatori"

Anche Luisa è dell'idea che l'auspicio sia quello di trovare nel minor tempo possibile un accordo con l'azienda. "Con un accordo, magari che prevede degli ammortizzatori anche per l'uscita volontaria, chi è a rischio licenziamento può decidere di lasciare l'azienda, possibilmente traendone i migliori benefici – spiega – Allo stesso modo può farlo anche chi sarebbe costretto a cambiare città, che si tratti di persone in telelavoro o che attualmente vivono in una delle sedi che saranno chiuse".

L'idea di stravolgere la propria vita per un trasferimento per molti dipendenti non è percorribile. "A dieci anni dall'assunzione c'è chi ha costruito un'intera vita nella città in cui ha lavorato finora. Famiglie, interessi, abitudini. Occorre ricordare, fra l'altro, che quasi nessuno fra noi è giovanissimo. La paura di non potersi reinventare c'è – ne aveva parlato a Fanpage.it anche Ginevra (nome di fantasia, ndr) che dopo 10 anni si sente mancare la terra sotto ai piedi e sta già  cercando un nuovo lavoro – Ma quella di perdere tutto quello che si è costruito finora per volontà dell'azienda è più forte".

Costretta a trasferirsi in un'altra sede: "Fuori discussione alla mia età"

Luisa è una delle persone che rischia di dover essere costretta a trasferirsi a Milano, Roma o Napoli. "Se anche mi volessi trasferire, come vivrei? Dovrei pagare un affitto. Ma alla mia età non ci sarebbe prospettiva di vita per me. Non sono una ragazzina, non andrei a vivere con dei coinquilini o con studenti. Non si tratterebbe di un investimento per il futuro, ma di un sacrificio personale. E di un costo soltanto in termini economici: guadagnerei abbastanza per l'affitto e per mantenermi. Ma alla mia età tutto questo non ha senso. Mi sembra un sistema creato ad hoc per liberarsi delle persone, mettendole in condizione di andare via".

E intanto lei, così come tanti altri colleghi e colleghe, non ha idea di cosa succederà. "Sono in attesa di capire quali sono le le condizioni per il mio lavoro, per lasciare l'azienda e quando avremo notizie certe perché, almeno per ora, ci sono state soltanto voci di corridoio e niente più".

"L'alternativa non c'è: un altro lavoro è impensabile"

Dopo dieci anni di lavoro sodo, riconosciuto anche della stessa azienda, Luisa è preoccupata per il suo futuro. "Mi sento avvilita. Tutti noi abbiamo lavorato mettendoci l'anima. E oggi ci sentiamo trattati come se fossimo la stampante, il bottiglione dell'acqua, un oggetto qualsiasi degli uffici. Non serviamo più? Eccoci messi da parte o sbattuti fuori".

Poi spiega, prima di concludere: "E alla nostra età ancora più problematico, soprattutto in un periodo in cui il settore delle telecomunicazioni sta passando un periodo nero di crisi. Le offerte di lavoro sono poche, tutte indirizzate a chi è più giovane e con meno esperienza. L'idea di mettermi al lavoro in qualcosa di nuovo è quasi fuori discussione: secondo le ricerche che ho fatto dovrei rinunciare a una gran parte della mia ral. Fermo restando che, se fossi un imprenditore, probabilmente avrei difficoltà ad investire su una persona che ha sempre fatto altro, che dovrei informare e che, per l'età che età, potrebbe non riuscire a farmi garanzie di continuità. È tutto così deprimente, adesso. Ci sentiamo con le spalle al muro".

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