Azienda cinese licenzia metà personale in Italia: “Vogliono sostituirci con personale da remoto in Asia”

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“Era il lavoro che ho sempre sognato di fare nella vita, ma adesso rischio il posto. E non so cosa succederà”, le parole di Vlaeria prima dello sciopero in azienda.

"Dopo oltre un mese e un paio di tavoli andati male, noi siamo ancora in attesa di una riunione che possa spiegare con chiarezza cosa succederà in azienda. Ma i piani non sono chiari. E noi siamo ancora in bilico, in attesa di sapere cosa ne sarà di noi e del nostro lavoro". A parlare con Fanpage.it è Valerio (nome di fantasia, ndr), che oggi lavora per Zte, la multinazionale cinese che lo scorso 11 settembre ha annunciato l'avvio delle procedure di licenziamento per 81 dipendenti su 177, di cui 25 soltanto nel Lazio, e la chiusura di quattro sedi su sette.

Leader nel settore delle telecomunicazioni, l'azienda ha un fatturato che supera i 15 miliardi. Negli ultimi decenni si è sviluppata in tutto il mondo e, nel nostro Paese, nel 2017 si è occupata di gestire la fusione fra Wind e 3. Molte delle persone che lavorano in Zte Italia è entrata nell'azienda proprio in quel periodo.

Fanpage.it ha provato a contattare l'azienda per avere delucidazioni sulla situazione in corso, ma al momento non ha ancora ottenuto risposta.

La storia di Valerio e lo sciopero: "Troppe domande, ma mancano le risposte"

"Per entrare in Zte ho rifiutato un lavoro molto importante. Ero ambizioso. L'azienda era una realtà leader nel suo settore e in crescita. A dirla tutta, ancora adesso ha un fatturato miliardario. Eppure si sta muovendo per eliminare gran parte del personale in Italia. O, almeno, di un settore ben preciso. Senza neanche impegnarsi a trovare un accordo per una buona uscita". Le proposte economiche di incentivazione all’esodo, da 8 a 18 mensilità in base all’anzianità, sono state respinte poiché giudicate insufficienti rispetto all’entità della riorganizzazione dell'azienda.

Le domande da parte del personale non mancano. Le risposte, però, tardano ad arrivare. Anche per questo, per oggi, martedì 20 ottobre, è stato proclamato uno sciopero e, contemporaneamente, una mobilitazione davanti alla sede di Milano dalle segreterie nazionali Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilfpc Uil che ribadiscono la totale indisponibilità a firmare accordi che prevedano licenziamenti coatti e confermano che, nella fase amministrativa della vertenza, pretenderanno il coinvolgimento diretto non solo del Ministero del Lavoro, ma anche del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT), affinché l’Azienda, la committenza e le Istituzioni stesse si assumano le loro responsabilità.

I licenziamenti in Zte: un settore preciso

Gli 81 esuberi come già ampiamente spiegato dai lavoratori e dalle lavoratrici della multinazionale, riguarda soprattutto un settore ben preciso, quello composto dai tecnici e dagli ingegneri. Diversamente, invece, manager e dirigenti sembrano poter godere sogni tranquilli. "Alcuni settori, anche quelli che non sembrano portare all'azienda alcun valore aggiunto, non sono messi a rischio. O, almeno, non sembrano. Anche se nessuno può dire cosa succederà. Magari chi non viene licenziato entro la fine del 2026 a giugno 2027 potrebbe ritrovarsi delle brutte sorprese".

Il rapporto di fiducia che negli ultimi dieci anni ha caratterizzato lavoratori e azienda, come spiegato da Ginevra qualche settimana fa, è venuto meno: "La situazione è tesa. A me inizia a mancare la terra sotto ai piedi e dopo dieci anni sto ricominciando ad inviare curricula". Una sensazione che conosce bene anche Fabrizio che, però, a 55 anni ha paura di non riuscire a trovare un altro impiego: "A questa età è difficile reinventarsi e trovare un mercato del lavoro aperto", ha aggiunto lui.

Quale futuro per chi viene mandato via dall'azienda dopo anni ed esperienza

"L'azienda non si rende conto, o forse non vuole rendersi conto, che molti colleghi rischiano di essere presi per la gola da realtà che, approfittandosi della situazione, potrebbero offrire condizioni che non sono al livello della seniority offerta e senza garantire condizioni di uscita valide per tutti", continua Valerio. "E allora mi chiedo: a fronte di tutti i milioni di euro guadagnati, cosa è stato fatto per noi? La Zte Italia ha portato commesse da milioni di euro. Questo è il ringraziamento? Le persone che lavorano qui, evidentemente, sono sempre state dei semplici numeri".

Nessuno escluso secondo Valerio, che ipotizza:"Anche chi oggi non rischia il lavoro, potrebbe trovarsi a fare i conti con una realtà diversa in tempi brevi. A metà settembre ci hanno detto degli 81 esuberi, senza alcun avvertimento. Allo stesso modo fra sei mesi potrebbero dire a chi resta che lo aspetta lo stesso trattamento. E molti vogliono andare via già adesso. Perché dovrebbero restare? Quali sono i vantaggi, quali le alternative?".

Ipotesi sostituzione con i colleghi cinesi: "La sensazione c'è, ma sarebbe indecoroso"

Nel frattempo, però, ciò che lamenta Valerio è la riorganizzazione di un intero settore dell'azienda. "Voglio credere che non vogliano sostituirci con i colleghi cinesi perché sarebbe una cosa veramente poco decorosa. Ma la sensazione è questa. Da tempo i colleghi asiatici vengono nel nostro Paese a svolgere attività che, a mio avviso, sarebbe stato più corretto delegare a dei consulenti", spiega. "Sarebbe stato interessante, invece, fra le varie proposte di uscita al posto degli esuberi, che venisse offerto anche a noi un trasferimento. Se non in Italia (dove stanno organizzando la chiusura di quattro sedi su sette, ndr), almeno in quelle estere. Ci sono sedi in Turchia, in Ungheria e in Austria. Io, ad esempio, se ne avessi la possibilità accetterei".

Invece non sanno ancora cosa succederà. "Hanno annunciato che cancelleranno lo smartworking e il telelavoro da gennaio, che in caso di necessità e orientamento al risparmio sarebbe potuta essere una valida alternativa. Hanno eliminato i premi aziendali. Non ricollocheranno le persone all'Estero e hanno manifestato una profonda chiusura verso gli ammortizzatori sociali: in parole povere, niente cassa integrazione".

"Era il lavoro dei miei sogni, adesso cosa resta?"

Eppure la sensazione che si fa largo per Valerio è precisa: "Sembra che abbiano aperto in Italia soltanto per estrarre valore. Un cambiamento così grande in azienda rischia di snaturarla totalmente. Rischia di depauperarla del suo valore. E anche di mettere in difficoltà tutti i clienti che prima si affidavano a noi. Allo stesso modo sarà in difficoltà anche chi di noi, invece, resta. In un'azienda che non mi vuole, io non resterei. Eppure prima di questo 11 settembre noi, tutti noi dipendenti, avevamo trovato in Zte la nostra forza. Eravamo un buon gruppo, l'ambiente era accogliente, era un piacere lavorare tutti insieme. Era il lavoro che ho sempre sognato di fare nella vita, nell'ambiente ideale. Non mi è mai pesato andare a lavorare la mattina". E invece, adesso, di quel lavoro non sanno cosa rimarrà.

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