Sabato a Milano, città medaglia d’oro per la Resistenza, Giorgia Meloni sfilava per via Padova con un lungo tricolore, Simone Di Stefano definiva i militanti di Casapound democratici a poche ore dalla dichiarazione bolognese con cui rivendicava il fascismo come dottrina politica, e Matteo Salvini, impugnando un rosario, giurava sul Vangelo (il cui contenuto non sembra comunque essergli molto chiaro). Di come il fascismo e i suoi derivati non possano essere considerati democratici si è già parlato altrove. C’è da chiedersi, piuttosto, come abbia reagito la Milano civile e antifascista alla presenza in città dell’estrema destra: in corteo hanno sfilato famiglie con bambini e attivisti di ogni genere, ci sono stati studenti che hanno organizzato resistenza passiva restando seduti in piazza (strattonati da celerini e uomini della Digos), ci sono stati i residenti di via Padova che hanno cantato dalle finestre. E c’è stata anche la (re)azione delle forze dell’ordine: un enorme dispiegamento di mezzi, che ha portato a cariche e, soprattutto, al lancio di lacrimogeni, anche ad altezza uomo, su spezzoni del corteo evidentemente pacifici e inoffensivi.

Non è il primo caso di repressione delle manifestazioni antifasciste. La contestazione a Napoli contro Casapound è finita con ventitré attivisti fermati, ripresi con faccia al muro e braccia alzate. Solo due giorni prima, le proteste di Bologna contro il comizio di Roberto Fiore di Forza Nuova avevano guadagnato l’attenzione della celere, con cariche, lacrimogeni e idranti. Pure la manifestazione antifascista di Macerata in risposta alla sparatoria xenofoba aveva destato qualche preoccupazione: l’appello del sindaco per "azzerare il rischio di ritrovarsi dentro divisioni o possibili violenze", il conseguente ritiro dell’adesione di Anpi, Cgil, Libera, Arci, il comunicato della prefettura che auspicava "senso di responsabilità" da parte degli altri organizzatori. Alla fine, non c’era stato alcun divieto e il corteo si era svolto pacificamente (anche se molte testate si sono concentrate su altro).

Nell’impossibilità di chiedere conto ai singoli responsabili dell’ordine pubblico, la tentazione è guardare al vertice e approfittare dell’occasione per tracciare un profilo di Marco Minniti, ministro degli interni dal 12 dicembre 2016.

La nomina al governo Gentiloni non è che il culmine di una carriera politica a cui il potere non è mancato, anche se esercitato lontano dai riflettori: nominato sottosegretario con delega ai servizi segreti da Enrico Letta e riconfermato da Matteo Renzi, Minniti viene da una famiglia di militari, si è formato nel Pci ed è stato apprezzato da D’Alema come da Cossiga. Ma l’identità e il passato di Minniti sono meno interessanti, per l’analisi, delle sue azioni di governo.

Passano giusto quattro mesi dall’insediamento del governo Gentiloni quando, dopo il Senato, anche la Camera è chiamata a votare la fiducia sul decreto Minniti-Orlando, per "l'accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell'immigrazione illegale". Si tratta di un decreto legge e, già nel metodo, si nota una prima anomalia: secondo la Costituzione e la prassi istituzionale, questo tipo di legislazione governativa è riservato a questioni con requisiti di necessità e urgenza. Il provvedimento Minniti, però, riguarda un generale riordino del procedimento per le richieste d’asilo. E c’è di più: alcuni criteri tecnici devono essere specificati dai ministeri entro 180 giorni, mentre altre disposizioni si applicano solo ai procedimenti iniziati dopo 180 giorni dall’entrata in vigore del decreto. Insomma, può davvero considerarsi materia urgente quella che si può rimandare di sei mesi?

Ma è sul contenuto che molte associazioni si sono preoccupate. Nel modificare il procedimento, il decreto Minniti Orlando ha reso l’audizione del richiedente asilo solo facoltativa e ha eliminato un grado di giudizio: chi si veda negata la protezione internazionale può ora soltanto ricorrere in Cassazione entro trenta giorni. Dal punto di vista umano e giuridico, la questione è piuttosto grave, perché opera un bilanciamento squilibrato delle due esigenze coinvolte: da un lato, l’interesse dello Stato a non essere obbligato ad accogliere chi non ne abbia titolo, dall’altro, il diritto della persona di non subire persecuzioni nel paese d’origine. In caso di errore di giudizio, a chi toccherebbe il danno peggiore? È peggio tutelare chi non ne ha bisogno o condannare a morte o torture chi è a rischio?

Il passaggio al rito camerale, che per ridurre i tempi toglie l’obbligo di audizione del ricorrente contro il provvedimento di diniego, poi, rende il procedimento più burocratico di quanto già non fosse: non dover guardare in faccia la persona che chiede protezione nel momento in cui gliela si nega disumanizza il suo bisogno, riduce il rischio di empatia da parte dell’autorità, trasforma coloro che verranno respinti in pratiche, in semplici documenti da smaltire in tempi rapidi. Ma la storia ci insegna che non basta essere soltanto parte di un ingranaggio per essere innocenti rispetto all’esito delle decisioni, per quanto burocratizzate siano: "Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso", scriveva Hannah Arendt per tracciare La banalità del male.

Il decreto Minniti-Orlando non è stato l’unico atto del ministro degli Interni ancora in carica. Era estate quando, accodandosi e alimentando (consapevolmente o senza farci caso) la polemica sulle Ong "taxi del mare", fu imposto un Codice di condotta per le organizzazioni impegnate in attività di Search and Rescue, cioè nel salvataggio di migranti nel Mar Mediterraneo. Si imponeva, tra le altre previsioni, la presenza di ufficiali di polizia giudiziaria a bordo delle imbarcazioni, nonostante alcune delle Ong agiscano secondo principi di neutralità e senza utilizzo (né esibizione) di armi. Anche nel caso del Codice di condotta, peraltro, oltre al merito c’erano importanti questioni di metodo: quel codice è infatti una fonte di diritto spuria, non un trattato, non un accordo. Le sanzioni alla mancata sottoscrizione erano minacciate, ma non azionabili, perché vietate dal diritto internazionale: non si può impedire l’accesso ai porti nazionali a navi che trasportano profughi, come sembrava prevedersi in caso di mancata adesione.

Sempre sui flussi migratori e sull’accoglienza dei rifugiati, Minniti si è reso responsabile dell’accordo Italia-Libia: "Tenendo conto degli accordi già fatti tra Italia e Libia, uno nel 2008, l’altro più recente nel 2012 – spiegava il Ministro in conferenza stampa – abbiamo comunemente deciso di raggiungere un accordo nei tempi più brevi possibili, che consenta a Italia e Libia di combattere insieme gli scafisti". Così, ricalcando in gran parte l’accordo siglato da Berlusconi e Maroni con Gheddafi, si è ignorato come naufragò quell’intesa: l’Italia fu condannata, da parte della Corte europea dei diritti umani, perché, operando respingimenti senza controllare se tra le persone riconsegnate alla Libia ci fossero richiedenti asilo o rifugiati, violava i diritti umani, tra cui quello di asilo, riconosciuto sia dalla Dichiarazione universale, sia dalla Carta europea, sia dalla Costituzione.

La Libia di Gheddafi, peraltro, pur essendo una dittatura, si presentava al tempo come uno Stato-nazione chiaramente definito: oggi, invece, l’accordo è stato siglato con interlocutori non riconosciuti da tutta la popolazione libica (e dal resto della comunità internazionale).

Insomma, burocratizzazione del procedimento per ottenere la protezione internazionale (o per opporsi al suo diniego), criminalizzazione delle Ong impegnate nei salvataggi in mare, accordo con la Libia per bloccare le partenze, ma non solo: Minniti è anche il ministro dei blitz anti-migranti alla stazione centrale di Milano, con le unità cinofile e la polizia a cavallo, o dello sgombero dei rifugiati eritrei a Roma, da piazza Indipendenza, cacciati con gli idranti, nonostante la presenza di bambini.

Non è solo un problema di migranti o rifugiati: è, più in generale, una questione democratica. Basti pensare all’automatismo con cui (senza ordini di Minniti, sia chiaro) un ufficiale della Digos romana ritenne di dover procedere con una denuncia per vilipendio alle istituzioni di fronte alle critiche che un giovane avvocato esponeva contro il decreto Minniti-Orlando durante un presidio organizzato da Amnesty international. Oppure al bottone rosso, il tasto contro le fake-news in campagna elettorale, con cui il controllo della verità viene demandato alla polizia, che avrebbe potere di verifica e rimozione dei contenuti. O, ancora, alla previsione del Daspo urbano contenuta nel decreto sicurezza insieme al potere per i sindaci di emettere ordinanze, secondo quel modello Maroni che al tempo molti (tra cui la Corte Costituzionale) contestavano per il rischio di creare sindaci sceriffi con licenza di emettere anche provvedimenti discriminatori. Il rischio, peraltro, si è già verificato più di una volta, ad esempio con il divieto di dare cibo a Ventimiglia o a Como.

Prima ancora che giuridica, la condotta di Minniti pone una questione culturale: gli annunciati corridoi umanitari (10mila profughi nel 2018, garantisce il Ministro) non bastano di fronte all’accordo che ne rinchiude almeno altrettanti nei lager libici, non rimedia alla retorica deleteria che ha criminalizzato le ong, né rende meno spaventosi gli stranieri agli occhi dell’italiano medio e tendenzialmente disinformato che ascolti Minniti, un ministro che non è riuscito a definire terrorismo la rappresaglia su base etnica di Luca Traini a Macerata, ma che non manca di ammonire sul "rischio reale" di foreign fighters tra i migranti e che confessa di aver temuto che, "davanti all'ondata migratoria e alle problematiche di gestione dei flussi avanzate dei sindaci, ci fosse un rischio per la tenuta democratica del Paese".

E, temendo per la democrazia, è proprio la democrazia a venire ridotta.

È Minniti stesso a dichiarare, all’indomani della sparatoria di Traini, "l’attentatore di Macerata, l’avevo visto all’orizzonte dieci mesi fa, quando poi abbiamo cambiato la politica dell’immigrazione", confessando, di fatto, di essersi fatto dettare le scelte di governo dai fascisti, colpendo le vittime e non i carnefici, bloccando le partenze di migranti invece di disporre lo scioglimento delle formazioni politiche dichiaratamente fasciste.

Così, concentrando l’attenzione sulla sicurezza, si legittima l’uso strumentale che di questo argomento fanno le destre xenofobe: eppure il Ministro dovrebbe sapere che, secondo il rapporto Demos, è l’insicurezza percepita a essere aumentata, non i pericoli concreti. I crimini, anzi, sono drasticamente diminuiti negli ultimi anni. Allora perché, invece di sfatare le paure indotte, le si conferma, fomentandole con dichiarazioni e provvedimenti di governo?

Usare un determinato lessico, accettare di appiattire la politica su istinti e percezioni è una scelta, superficiale o deliberata, che finisce per legittimare posizioni altrimenti inaccettabili.

Al Ministro non si chiederà conto di quel pavoneggiarsi, tra il serio e il faceto, alla convention di Fratelli d'Italia, quando rivelò di lavorare alla scrivania di Mussolini: il fascismo macchiettistico è materiale per Crozza, non per l'analisi politica. Ma Minniti, il governo che ne rivendica l'operato e il partito che lo candida hanno la responsabilità di essersi messi sullo stesso piano di forze antidemocratiche che non hanno nemmeno il coraggio di chiamare fascisti, di averne legittimato gli argomenti, fomentando paure e agendo di conseguenza, rincorrendo la narrazione xenofoba e securitaria invece di avversarla, di aver reso il dibattito pubblico ancor più disumano di quanto già non fosse.